Chissà se Mojtaba Khamenei e M. Bagher Ghalibaf abbiano mai visto il magnifico ‘Fracchia, la belva umana’ di Neri Parente. Paolo Villaggio nelle vesti di Fracchia, interrogato dal poliziotto riguardo a una rissa da cui era uscito con un vistoso occhio nero, confessava con l’aria di chi le aveva suonate al rivale: “Gli ho dato un’occhiata tremenda sul pugno!”
Se avessero visto quel film, se la starebbero spassando a leggere le trionfali dichiarazioni di Donald Trump sullo straordinario successo dell’operazione Epic Fury. E in realtà chi ne è uscito, per ora, con l’occhio nero è proprio il tycoon. I suoi errori sono incredibili, le loro conseguenze disastrose.
Quanto agli errori il primo è stato prendere per oro colato le informative del Mossad, la cui proverbiale efficienza era già stata incrinata dalla tragica beffa del 7 ottobre ’23 ad opera di Hamas. Allora i mitici servizi israeliani letteralmente ‘non avevano visto arrivare’ i sicari di Yahya Sinwar: 859 civili israeliani trucidati e 251 presi in ostaggio. Poi la tremenda ritorsione: 72mila gazesi uccisi e 172mila feriti, i capi di Hamas eliminati, a cominciare da Sinwar. Ma dopo due anni Netanyahu, pur supportato da Trump, ha ottenuto solo una tregua, con Hamas ancora in piedi. In più Hezbollah, gli Houti e lo stesso IRAN sono stati tirati dentro il conflitto. Evidentemente Mossad aveva perso la sua capacità di acquisire le giuste informazioni. O forse meglio, Hamas e la rete dei proxy di Teheran avevano trovato le contromisure. E sul terreno tattico militare Israele aveva sottovalutato la tenuta della resistenza di Hamas e l’efficienza della sua rete di cunicoli sotterranei.
Anche sull’IRAN il Mossad ha toppato di brutto. Netanyahu aveva assicurato al tycoon che il regime degli ayatollah era al collasso, che un governo di transizione, sul modello del Venezuela post-Maduro, era già pronto, sarebbe bastato eliminare Khamenei padre, e che lo smantellamento degli arsenali dell’IRAN sarebbe stato un gioco da bambini.
Euforico per il successo dell’operazione di Caracas e del colpo micidiale inferto ai teocrati iraniani il 22 giugno dello scorso anno con il Midnight Hammer – trasportate da bombardieri non ‘visibili’ ai sistemi di difesa iraniani, gli stealth Northrop B-2 Spirit, decollati dagli USA, quattordici bombe di stratosferica potenza furono sganciate sull’impianto nucleare di Natanz, provocandone ingenti danni ma non la distruzione – DT si è lanciato all’assalto di Teheran lo scorso febbraio dichiarando una guerra unilaterale al di fuori di ogni perimetro del diritto internazionale. E subito si è messo a cantare vittoria: ci fermeremo solo alla resa incondizionata degli ayatollah; l’ONU e il diritto internazionale? l’ONU sono io, del diritto me ne frego. Se non si arrendono metterò fine alla loro civiltà millenaria. E via sbruffoneggiando.
Mercoledì scorso, dopo 105 giorni di Epic Fury, le parti in conflitto hanno firmato ‘da remoto’ un memorandum in 14 punti per una tregua di sessanta giorni, durante i quali occorrerà negoziare i termini di una pace vera e propria. Si tratta di uno dei più ambigui testi che la storia della diplomazia abbia mai prodotto. Scritto già di per sé in una prosa equivoca, disponibile ad essere tradotta a proprio uso e consumo da entrambe le parti. Nessuno dei due poteva ammettere una sconfitta. Trump perché per lui sarebbe stato il colpo di grazia in vista del voto di novembre, Khamenei perché il regime si fonda sul mito dell’invincibile protezione di Allah, e Allah non può perdere.
Vediamo allora come i due belligeranti sono restati fraintesi, punto per punto:
Punto 1. Cessazione delle ostilità su tutti i fronti: per l’IRAN anche in Libano, per gli USA Israele non è vincolato al suo rispetto;
Punto 2. Entrambi si impegnano a non ingerirsi negli affari interni dell’altro Paese: Teheran si impegna a non ingerirsi negli affari interni anche di Israele, e Tel Aviv in quelli dell’IRAN?
Punto 3. Il trattato di pace sarà siglato tra sessanta giorni: ma sono prorogabili;
Punti 4 e 5. Iran e USA si impegnano a sbloccare lo stretto di Hormuz entro trenta giorni, poi, alla fine dei sessanta giorni del negoziato, le navi non pagheranno pedaggi, intanto in trenta giorni l’IRAN sminerà le acque: dopo i sessanta giorno secondo gli USA si ritornerà alla libera navigazione, secondo l’IRAN chi vorrà attraversare lo stretto dovrà pagare un pedaggio; inoltre palesemente l’IRAN non è nelle condizioni di garantire uno sminamento completo delle acque in trenta giorni, anche avvalendosi eventualmente del sussidio di Paesi terzi;
Punti 6, 7 e 11. Gli USA, man mano che i negoziati procederanno, verseranno all’IRAN 300 miliardi di dollari, revocheranno le sanzioni e sbloccheranno i fondi iraniani congelati, altri cento miliardi circa: per gli USA i 300 miliardi sono fondi iraniani congelati, per Teheran si tratta di un indennizzo da pagare al Paese aggredito a risarcimento dei danni provocati, quindi soldi dei cittadini americani;
Punti 8, 9 e 12. L’IRAN rinuncia all’atomica per il futuro, intanto viene congelato lo status quo nucleare attuale: per gli USA la rinuncia dell’IRAN all’atomica è tassativa, ma le parti non condividono per il momento le modalità di controllo e di monitoraggio del rispetto degli impegni presi;
Punto 10. Gli USA derogheranno gradualmente dalle sanzioni sull’esportazione del petrolio iraniano: su questo forse non ci sono equivoci, anche se tempi e modalità sono nel vago;
Punto 13. I negoziati tra le due delegazioni sarebbero dovuti iniziare in Svizzera entro poche ore dalla firma del memorandum, cioè il 19 giugno: ieri, 19 giugno, gli iraniani non si sono presentati, perché Israele continua a bombardare in Libano, e Vance non si è mosso da Washington.
Punto 14. Il trattato di pace finale sarà sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sarà vincolante per tutti, con garanzia dei Paesi che ne fanno parte. Con buona pace dell’ONU sono io.
Queste le ‘intese’ del memorandum. Difficile vederci un qualche successo della Epic Fury. Ma vediamone rapidamente le conseguenze:
La minaccia militare degli USA si è rivelata un’arma spuntata, con le intuibili conseguenze sulla sua leadership globale;
In IRAN si è consolidata per il momento la fazione più radicale dei pasdaran, il Fronte Paydari, mentre il dissenso degli attivisti dei diritti civili è stato soffocato nel sangue;
Nel Medio Oriente gli USA vedono incrinata la loro storica alleanza con Tel Aviv e anche i Paesi degli Accordi di Abramo si sentono meno sicuri;
I rapporti di Trump con i Paesi NATO, che non lo hanno seguito nell’avventura, sono sempre più tesi;
La tenuta elettorale di DT e dei MAGA in vista delle elezioni Midterm è problematica;
La credibilità personale del tycoon, già compromessa dalle sue scriteriate sparate, è ai minimi termini. Un problema non da poco, specie per la storica alleanza atlantica. Al Summit di Èvian dei G7 di lunedì e martedì scorsi, i leader convenuti palesemente sembravano scettici sulle sue parole, pur se apparentemente condiscendenti. Una nota di colore che non è sfuggita ad Alan Friedman, prestigiosa firma notoriamente critica nei confronti del Presidente USA. Eppure, lo stesso Friedman, a chiusura di Èvian, notava: “A Èvian si percepiva un senso quasi tangibile di sollievo per il fatto che il summit si fosse concluso senza un grave scontro diplomatico. In molte capitali europee, già questo veniva considerato un successo diplomatico”.
Tra queste capitali europee spiccava Roma, felice per la ritrovata intesa tra la Meloni e Trump. Manco il tempo di comunicarlo ed ecco il nuovo exploit del leader della potenza che una volta era la guida del mondo occidentale: “Meloni mi ha implorato di fare un selfie con me. Mi ha fatto pena”. Immediata la replica: Non è vero. Sono allibita, Donald si ricordi che io e questo Paese non imploriamo mai!
