Ho fatto passare un paio di giorni dall’evento doloso e delittuoso di Lòngola prima di impugnare la penna, anzi la tastiera, nonostante l’afa opprimente, per raccontare ai lettori di questo giornale on line Gente e Territorio l’evento. E al Direttore del Giornale chiedo subito la speciale disponibilità ad accettare ciò che scrivo, anche perché dei fatti che racconterò molti riguardano direttamente la mia persona. Ma la mia non è una voglia di protagonismo. E’ soltanto sgomento personale, davanti a un pezzo di vita vissuta che se ne va… senza un perché. Per cieca violenza distruttiva.
Ebbene confesso subito, senza tema di sconfessioni: io sono uno tra le due uniche persone che hanno operato e lavorato per Lòngola, prima che essa diventasse la “Venezia della Preistoria” dei BBCC: La prima persona è la mia amica e coetanea francese naturalizzata Italiana, napoletana di adozione, Claude Livadie. E’ Archeologa Preistorica e – ora che è tornata in Francia – ancora Dirécteur èmerite de Recherche presso le Università di Aix-les-Bains, Marseille, per il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica (l’equivalente del CNR Italiano). Claude Livadie fu la persona per prima accolse la soffiata e diffuse la notizia di un clamoroso ritrovamento preistorico in corso durante i Lavori di costruzione del Depuratore del Medio Sarno in quel di Poggiomarino.
La seconda persona sono io stesso: Architetto specialista in Restauro senza altri fregi, salvo quelli di Esperto di Urbanistica e Strutture Archeologiche e Monumentali, in Campania e oltre. E io che scrivo fui per Lòngola il primo Progettista e Direttore dei lavori del saggio di scavo archeologico sperimentale nel sito, nonché il primo Progettista, Direttore dei lavori e della Sicurezza dello Scavo archeologico complesso di Lòngola, sotto falda idraulica. Una scommessa vinta, fortunatamente. Ero stato incaricato “intuitu personae” direttamente dal Commissario degli Scavi di Pompei, il Generale Giovanni Lombardi, che conoscevo da appena qualche giorno e, poi, confermato dal Soprintendente Archeologico di Pompei Guzzo, il quale affiancò, per Lòngola, a me e alla Prof. Livadie, l’Archeologa Direttrice Caterina Cicirelli, alla quale di recente è stato intitolato con formale cerimonia il Museo Archeologico di Terzigno.
Per concludere l’informazione aggiungo che io stesso poi, dopo la fine dello scavo durato oltre un settennio con grandi scoperte, nel 2014 fui coprogettista dei lavori del Parco Archeologico Fluviale Preistorico di Lòngola, con una équipe di otto professionisti tecnici esterni di varie competenze, che portarono a termine il Parco composto di vari padiglioni in legno, materiale organico che fu imposto dalla Soprintendenza napoletana competente per il Paesaggio. Ma la notizia è un’altra: il Parco archeologico preistorico di Lòngola non esiste più! Esso è stato divorato da un incendio!

Il Parco di Lòngola, infatti, è stato divorato in gran parte l’altra notte da un incendio doloso – che definisco tale senza paura di smentite, perché le fiamme hanno distrutto: l’infopoint di apertura all’ingresso del Parco, i laboratori didattici, nati per le attività di divulgazione, il padiglione della accoglienza scolastica e quello della comunicazione culturale del Parco, quattro padiglioni lignei ma tutti distanti tra loro tant’è che ci sono voluti quattro inneschi d’incendio diversi. Uno per ciascun incendio.
E questo è il primo mistero. Perché?
Inoltre – secondo le notizie circolanti informalmente, oltre che a mezzo Stampa – nessun reperto archeologico risulterebbe distrutto, rubato, danneggiato…
E questo è il secondo mistero. Perché?
Io non ho notizie certe però dubito che ci fosse materiale di grande qualità, avendo io stesso che scrivo eseguito il collaudo dei capannoncini di deposito dei materiali rinvenuti durante lo scavo. Non quelli importanti, per evidenti motivi di isolamento del sito archeologico, nelle campagne della Lòngola, popolate in antico da mandrie di cavalli da scozzonare.
Dobbiamo però riportare per dovere di cronaca in questo articolo che rumors, ricorrenti da anni tra i dipendenti degli Scavi, davano per sparito il sistema di allarme antifurto e per divelti e recuperati finanche i fili di rame degli impianti elettrici. Non sappiamo se siano stati ripristinati tali impianti. E come.

Per dare comunque una notizia positiva riportiamo anche il fatto – importantissimo in sé perché di valore simbolico – che è stato risparmiato il celebre villaggio protostorico, ricostruito all’interno dell’area del Parco, insieme a un tratto di litorale perifluviale.
I manufatti capannicoli ricostruiti a immagine e somiglianza di quelli nolani, scavati e ricostruiti dalla Livadie, sono ancora là, a pochi metri dal Fiume Sarno, in quel tratto alto alcuni metri sul piano di campagna longoliano, ma imprevedibilmente pulito e addirittura frequentato da famigliole di lontre.
E questo, fortunatamente, non è un mistero, ma una splendida realtà che apre il cuore a un futuro migliore per Lòngola.
