Home Arpac Spazio Ambiente La Relazione parlamentare sulla terra dei fuochi, IV

La Relazione parlamentare sulla terra dei fuochi, IV

La matrice acque

by Stefano Sorvino
0 comments

L’Autore è Direttore Generale di Arpa Campania.

 

La relazione 2026 della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Terra dei Fuochi contiene, nella seconda parte, un approfondimento di significativo interesse sulla condizione ambientale della matrice acque in Campania, a valle della prima parte tradizionalmente dedicata alle attività illecite connesse alla gestione e smaltimento dei rifiuti. La complessa tematica comprende, infatti, il delicato fenomeno dell’inquinamento delle acque e, in particolare, la condizione delle falde acquifere e delle acque sotterranee, per loro natura vettori di propagazione degli inquinanti a causa dell’idrodinamica del sottosuolo, che evidenzia la necessità di notevoli interventi di messa in sicurezza rispetto alle svariate fonti di contaminazione.

L’innovativa ricognizione sviluppata dalla Commissione integra utilmente l’ampio quadro conoscitivo relativo alle acque reflue superficiali e sotterranee, aggiornando lo stato dell’arte in ordine al controllo ed al monitoraggio delle persistenti criticità, avvalendosi – anche per questa parte – dei dati e documenti trasmessi da Arpa Campania (abbondantemente citati in relazione) con le relative audizioni.

Il quadro della condizione ambientale delle acque in Terra dei Fuochi emerge innanzitutto dalla classificazione dei corpi idrici, determinata dall’integrazione dello stato ecologico con quello chimico, attraverso una rete di stazioni di rilevamento gestite dall’Agenzia per monitorare compiutamente le condizioni fisiche, chimiche e biologiche delle acque superficiali, al fine di valutarne lo stato di qualità e la sua progressiva evoluzione. L’obiettivo del monitoraggio è di acquisire e registrare per archi pluriennali un congruo patrimonio conoscitivo dello stato ecologico e chimico delle acque nell’ambito di ogni bacino e sottobacino idrografico, al fine della classificazione di tutti i corpi idrici (Dlgs 152/06 e successivi aggiornamenti).

L’analisi ambientale dei dati e delle tabelle relative alle acque superficiali, sotterranee e reflue di Terra dei Fuochi, svolta da Arpac, risulta di complessa lettura tecnica e registra linee di tendenza articolate e chiaroscurali, in cui persistono profili di seria criticità accanto ad elementi di relativa tenuta o migliorativi. Tali elementi, come riportato in relazione, sottolineano “criticità radicate e in parte croniche, che richiedono interventi di mitigazione mirati ad un rafforzamento delle attività di controllo, affinché gli obiettivi di qualità fissati dal Dlgs 152/06 possano essere gradualmente perseguiti”. Inoltre, il punto di situazione emergente dal monitoraggio delle acque sotterranee si pone in sostanziale continuità con quello già registrato per le acque superficiali, confermando che le aree di interesse risultano condizionate da pressioni ambientali complesse e multifattoriali, impattanti su tutte le principali componenti osservate.

La relazione parlamentare richiama le preoccupazioni anche recenti emerse dalle risultanze di un programma regionale di monitoraggio pluridisciplinare (delibera di Giunta regionale 180/2019) svolto da Università di Napoli, Arpac, Istituto zooprofilattico, Istituto Pascale, AA.SS.LL. per i diversi aspetti di competenza, che hanno evidenziato alcune serie ma localizzate criticità nelle acque sotterranee – per contaminazioni da tetracloroetilene e tricloroetilene (PCE e TCE) – in ambiti circoscritti delle province di Caserta, Napoli, Avellino e Salerno, che di recente hanno assunto ampio risalto mediatico. Ad esito della valutazione aggregata delle varie indagini sanitarie ed ambientali, eseguite in attuazione del programma regionale, secondo il nesso ambiente/salute/prevenzione – all’insegna del condiviso principio dell’One Health – rileva la necessità di intraprendere azioni immediate nelle località interessate dalla presenza di PCE e TCE nelle acque sotterranee, limitatamente ad alcuni ambiti, con rischi potenziali di esposizione diretta ed indiretta relativi ad usi agricoli, domestici, zootecnici ed, al limite estremo, sulle filiere idropotabili.

Le criticità registrate per i solventi organici clorurati riguardano una serie di punti circoscritti di quattro delle cinque province campane, esclusa quella di Benevento: innanzitutto la provincia di Caserta, in particolare la piana del Volturno e Villa Literno; poi alcuni superamenti delle concentrazioni nei comuni di Acerra, Giugliano ed altri in provincia di Napoli; l’area del Montorese in Irpinia, di particolare sensibilità a causa di inquinamenti storici connessi al distretto conciario, con potenziali rischi di ricadute sulla salute, sugli ecosistemi – anche con forme di bioaccumulo – e sulla sanità animale, imponendosi un approccio integrato di approfondimenti ed interventi. In realtà, la problematica si presenta delicata ma circoscritta, non risultando appropriate generalizzazioni ed allarmismi ma piuttosto richiedendosi un efficace coordinamento tra istituzioni territoriali, enti ambientali e sanitari per la messa a sistema e l’interpretazione corretta dei dati già disponibili e in acquisizione, che consenta interventi mirati e fondati su evidenze, coniugando l’analisi tecnico-scientifica con una capacità di gestione complessa ed una governance necessariamente multilivello.

La Regione Campania ha opportunamente attivato un coordinamento interorganico, in capo alla Direzione generale della Salute, per la definizione di un quadro unitario e multidisciplinare delle criticità puntiformi rilevate, richiedendo una serie di approfondimenti ed integrazioni specialistiche alle Asl, all’Arpac, all’Istituto zooprofilattico ed alle diverse Direzioni regionali interessate per i profili di rispettiva competenza. Arpa Campania, già fortemente impegnata, sta integrando e rafforzando, per la propria parte, il know-how conoscitivo ed il monitoraggio ambientale nelle aree interessate, con l’ottimizzazione dei punti di campionamento in corrispondenza delle criticità, lo studio ed il supporto tecnico per la ricostruzione delle fonti di contaminazione – anche in relazione a scarichi, pressioni antropiche e caratterizzazioni idrogeologiche locali – con acquisizione di risultanze analitiche e valutazioni aggiornate per le misure di competenza delle varie  amministrazioni preposte.

La relazione riporta alcune evidenze giudiziarie di particolare rilievo e gravità, per estensione e consistenza, di contaminazione delle falde acquifere nella Piana giuglianese, con particolare riferimento al famigerato caso dei fratelli Pellini di Acerra ed alla discarica ex Resit di Giugliano, con effetti di disastro ambientale ed avvelenamento delle falde consumato nell’ambito delle attività malavitose del clan criminale dei casalesi. La clamorosa fattispecie giudiziaria degli stabilimenti riconducibili al gruppo imprenditoriale dei fratelli Pellini costituisce il più importante processo per reati ambientali celebrato in Campania, riguardante un ampio territorio di diversi comuni per la gestione illecita di ingentissimi quantitativi di rifiuti speciali, pericolosi e non, provenienti soprattutto dal Nord Italia, mediante pratiche fasulle di declassificazione cartolare.

Sovente i processi per reati ambientali scontano l’oggettiva difficoltà di acquisire, in una materia di per sé tecnicamente complessa, adeguati e completi quadri probatori – a causa della difficoltà di effettuare esaustive attività di analisi e caratterizzazione ambientale su aree estesissime, e quindi con costi talvolta insostenibili – con conseguente insufficienza di fattori di prova pienamente idonei a dimostrare in dibattimento il nesso causale tra gli inquinamenti ed i loro effetti, secondo gli impegnativi criteri di accertamento del nesso eziologico propri del diritto penale, ai fini della sussistenza ed ascrivibilità agli imputati dei reati e delle loro circostanze aggravanti.

Tuttavia gli imprenditori Pellini sono stati condannati nel 2015 dalla Corte di Appello di Napoli, in parziale riforma del giudizio di primo grado, per il reato di disastro ambientale doloso, essendosi ritenuta provata la sussistenza dell’inquinamento delle matrici ambientali suolo ed acque, con una sentenza confermata dalla Corte di Cassazione nel 2017. Quest’ultima ha reso definitiva la responsabilità penale degli imputati, seguita da confisca degli ingenti beni di loro proprietà, successivamente annullata dalla stessa Cassazione per decorso dei termini e poi nuovamente disposta dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli nel febbraio 2026, ribadendosi la perdurante pericolosità degli stessi soggetti e la sproporzione patrimoniale tra il compendio di beni posseduti e i redditi formalmente dichiarati.

La giurisprudenza CEDU su Terra dei Fuochi (gennaio 2025, sentenza Canavacciuolo) si è occupata anche della criticità relative alle matrici acquose e dei conseguenti obblighi di intervento, laddove le sostanze inquinanti si sono progressivamente compenetrate nei terreni coltivati ad uso agricolo e potenzialmente infiltrate nelle sorgenti di acqua potabile, in quanto la Corte europea – richiamando il carattere non confinabile e transfrontaliero degli effetti della gestione incontrollata dei rifiuti – evidenzia come l’inquinamento possa propagarsi attraverso i corpi idrici ben oltre i limiti territoriali di riferimento, richiedendosi adeguate misure di risanamento.

La Commissione esamina il contesto regionale della depurazione delle acque reflue sotto il profilo delle infrastrutture in esercizio e quindi delle parziali inefficienze degli impianti, degli obiettivi normativi di fatto non ancora conseguiti e delle criticità reali, della gestione e delle dinamiche evolutive del servizio idrico e dei relativi impatti ambientali. La relazione analizza le complesse ed eterogenee dinamiche del sistema depurativo, con valutazioni sulla funzionalità strutturale e gestionale, riferendosi fondamentalmente ai numerosissimi controlli svolti da Arpa Campania presso i depuratori pubblici nel 2016-2020, con la ricostruzione di un quadro tecnico dettagliato sia della distribuzione territoriale che degli esiti delle verifiche ispettive (con 1996 controlli effettuati per verificare il rispetto dei limiti di emissione). Le ispezioni dell’Arpac circa l’analisi di conformità rappresentano indicatori puntuali e capaci di misurare il grado di efficienza degli impianti pubblici, evidenziando marcate differenze tra i territori provinciali della Campania, con una percentuale complessiva regionale di non conformità oscillante tra il minimo del 34% del 2016 ed il massimo del 45% registrato nel 2019, attestandosi sul valore medio del 39% nel 2020.

Analizzando il set di dati relativi alla Terra dei fuochi, balza all’attenzione una notevole differenza di performance tra le province di Napoli e Caserta, a vantaggio della prima: Infatti l’area casertana mostra esiti di non conformità in percentuale medio-alti (dal 27 al 48-49-52%), rispetto ad un elevato numero di controlli, con un livello di inefficienza sistemica determinata da persistenti criticità di carattere strutturale e gestionale. La provincia di Napoli, invece, pur registrando il maggior numero assoluto di controlli Arpac, nonché ad altissima densità abitativa, residenziale e produttiva – e quindi con rilevanti pressioni ambientali – registra le percentuali di non conformità più basse di tutta la Campania (per il quinquennio 2016-20), conseguendo in positivo la migliore performance depurativa di tutta la regione.

La provincia di Caserta, al contrario di Napoli, presenta livelli di non conformità diffusi (il 48% nel 2020), manifestando le criticità di un servizio depurativo meno prestazionale nel contesto di un sistema regionale costituito da dodici grossi impianti comprensoriali – che esprimono complessivamente migliori risultati – e da una diffusa rete di impianti ordinari, medi e piccoli, dall’andamento più difficoltoso e problematico. La relazione della Commissione bicamerale riepiloga una serie di approfondimenti specifici sulle criticità storiche dell’impiantistica pubblica e sull’adeguamento strutturale dell’infrastruttura di Cuma e sui risultati dei controlli periodici effettuati dall’Agenzia ambientale oltre che, nello specifico, sullo stato della depurazione nella Terra dei Fuochi.

Il rapporto parlamentare si sofferma sull’articolato quadro delle infrazioni imputate all’Italia dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per la inadeguata applicazione della disciplina sulle acque reflue (Direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento gestito per agglomerati). La relazione analizza il grave tema degli ingenti costi finora sostenuti dall’Italia a causa delle procedure di infrazione, sottovalutato, a mio avviso, dalla classe politica e poco noto all’opinione pubblica; quello degli strumenti finanziari e della “governance” commissariale messa in campo per il loro superamento dal Commissario unico Fatuzzo; degli agglomerati campani specificamente interessati per l’inadeguatezza dei processi di depurazione; la questione delle violazioni aggiuntive contestate dall’Europa per le acque superficiali e la gestione della risorsa idrica (Direttiva Quadro 2000/60/CE).

Un significativo capitolo della relazione è dedicato alle criticità storiche ed attuali del bacino idrografico del fiume Sarno, che rappresenta – non solo a livello nazionale – un caso emblematico di inquinamento strutturale e responsabilità diffuse e stratificate nel tempo, come dimostrato anche dalle evidenze investigative documentate dalle Procure della Repubblica da tempo operanti – in particolare quella di Torre Annunziata, in uno con Avellino e Nocera Inferiore e nel quadro del coordinamento attivato dalle Procure Generali di Napoli e Salerno – anche con il consistente supporto tecnico delle strutture di Arpa Campania.

Le sistematiche attività di controllo di Arpa Campania e dei Carabinieri per la Tutela ambientale, incisivamente coordinate dalle suddette Procure, hanno evidenziato non episodi isolati ed occasionali di inquinamento e sversamenti abusivi ma piuttosto un sistema strutturato di illeciti ambientali di varia entità, alimentato soprattutto da operatori privati, che determinano il serio degrado del corso d’acqua per la confluenza di una pluralità di fonti contaminanti agricole ed industriali, con la sommatoria di scarichi fognari, acque meteoriche di dilavamento e reflui industriali, oggetto di costante azione repressiva, anche con l’adozione di misure cautelari e significativi risultati processuali. Infatti, i dati ambientali dell’Agenzia e le acquisizioni degli inquirenti registrano una sommatoria di scarichi industriali conciari e soprattutto conservieri, scarichi reflui non collettati, acque di piazzale contaminate, inadeguato servizio di depurazione, infiltrazioni delle reti, frequenti scarichi abusivi, concentrazioni critiche di sostanze non trattate nell’ambito di un disordinato scenario storico-territoriale segnato da cattive gestioni e difetti di coordinamento.

La Commissione bicamerale, in definitiva, rappresentando la condizione ambientale eterogenea di territori morfologicamente disomogenei, come la Piana di Giugliano, l’area del Sarno, tratti vulnerabili dei Regi Lagni, ecc., evidenzia “che l’inquinamento idrico non è riconducibile ad una singola matrice di rischio, ma rappresenta il punto di convergenza di molteplici pressioni ambientali, di natura sia storica sia attuale“. “In conclusione, la matrice acqua si configura come il principale indicatore dello stato di compromissione ambientale del territorio campano e consente di cogliere la persistenza degli impatti, di valutare l’efficacia delle politiche pubbliche e di ricostruire il nesso tra responsabilità pregresse, pressioni tuttora attive e criticità strutturali del sistema territoriale“.

 

Leave a Comment