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Istanbul, viaggio nella città che non sta mai da una parte sola

un luogo che mette in crisi ogni certezza geografica

by Francesca Pica
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Arrivare a Istanbul significa entrare in un luogo che sembra costruito apposta per mettere in crisi ogni certezza geografica. Europa e Asia non sono soltanto due continenti separati dal Bosforo: qui sono due modi di stare al mondo che si incontrano, si mescolano, si guardano da una sponda all’altra. Sono partita con l’idea di trascorrere quattro giorni in una grande città: vedere qualche monumento, assaggiare le specialità locali, camminare molto. Ma Istanbul non sembra particolarmente interessata ai programmi dei suoi visitatori. Ha un carattere troppo forte per lasciarsi semplicemente attraversare.

Il primo incontro avviene già all’aeroporto. Ad aspettarci c’è Kemal, la nostra guida turca, un ex professore che oggi accompagna i turisti per le strade della città, raccontandola con la pazienza di chi, prima ancora di mostrarla, vuole farla capire. Ha il modo di fare dell’insegnante: osserva, ascolta, risponde alle domande e trasforma ogni luogo in un’occasione per raccontare una storia, una tradizione, una contraddizione. Kemal ci accompagna fuori dall’aeroporto e Istanbul comincia lentamente a comparire oltre i finestrini.

Mentre attraversiamo strade interminabili, comincia a raccontare. Parla della città, di Atatürk, dell’Impero Ottomano, del Bosforo, del Corno d’Oro. La sua voce diventa la prima colonna sonora del viaggio. È un buon modo per cominciare: prima ancora di vedere Istanbul, cominciamo ad ascoltarla. La città appare enorme, quasi sproporzionata. E a colpirmi sono subito le bandiere turche: gigantesche, grandi quasi come campi da calcio, che sventolano dalle alture e dominano il profilo della città. Il rosso emerge tra i palazzi, sulle colline, lungo il Bosforo. Non sono semplicemente elementi del paesaggio: sembrano una continua dichiarazione di identità, appartenenza e orgoglio nazionale. Poi arrivano le strade, il traffico, i palazzi, le insegne, i taxi che sembrano muoversi secondo una logica tutta loro. E lentamente Istanbul comincia a rivelarsi. La prima cosa che noto è la sua straordinaria capacità di mettere insieme mondi lontanissimi.

Vedo ragazze in minigonna accanto a donne completamente avvolte nel lungo abito islamico, volti scoperti accanto a volti quasi interamente velati, tacchi vertiginosi e abiti tradizionali. Non è una scena costruita per il turista: è semplicemente la strada. Eccola, penso, la multiculturalità di Istanbul: non una teoria, ma persone diverse che camminano fianco a fianco, condividendo gli stessi marciapiedi. Ed è proprio su questo argomento che sfioro la lite con Kemal. Quando prova a convincermi che per una donna musulmana indossare un abito che copre completamente il corpo sia l’equivalente, per un cristiano, di portare un crocifisso al collo, non riesco a essere d’accordo. Glielo faccio capire, forse con più convinzione di quanto sarebbe necessario. Poi decido di lasciar cadere la discussione. Siamo appena arrivati e non voglio ritrovarmi in una disputa. Non sono qui per avere ragione, ma per capire. E per capire, a volte, bisogna anche accettare di non essere d’accordo.

 

 

La prima tappa è Topkapı. E non poteva essere diversamente. Entrare nel Palazzo di Topkapı significa cambiare improvvisamente dimensione. Fuori c’è Istanbul: rumorosa, trafficata, contemporanea, affollata. Dentro, invece, si apre un mondo fatto di cortili, giardini, ceramiche, marmi, fontane e silenzi. Il palazzo è una sorta di grande teatro della storia ottomana, il luogo dal quale per secoli il sultano e la corte hanno esercitato il potere su un impero immenso. Ma più della magnificenza mi colpisce proprio l’idea del potere. È nelle porte monumentali, nella successione dei cortili, nella distanza tra gli spazi, nelle decorazioni minuziose, nelle regole che stabilivano chi poteva passare e chi doveva fermarsi.

Penso che ogni palazzo racconti sempre due storie: quella di chi lo ha abitato e quella di chi, invece, non avrebbe mai potuto entrarci. A Topkapı questa doppia storia è particolarmente evidente. Ci sono ambienti in cui la ricchezza sembra quasi una provocazione: oro, ceramiche, tessuti, pietre preziose, dettagli che chiedono di essere osservati da vicino.

E poi c’è l’Harem. Nel nostro immaginario occidentale la parola è stata spesso trasformata in qualcosa di esotico e sensuale. Qui, invece, dietro la bellezza delle decorazioni si percepisce soprattutto la complessità di un sistema fatto di gerarchie, regole, ruoli e controllo. Era il cuore privato della corte, lo spazio destinato alla famiglia del sultano, alle consorti, alle concubine e agli altri membri della casa imperiale, protetto e regolato da una rigida struttura interna.

Camminando tra quelle stanze magnificamente decorate, penso alle persone che le hanno abitate. Alla distanza tra la bellezza degli ambienti e la libertà di chi vi viveva. È uno dei primi momenti in cui Istanbul mi costringe a guardare oltre la superficie.

Poi arriva il Bosforo. Dalle terrazze di Topkapı lo sguardo corre sull’acqua e improvvisamente la storia diventa geografia. Davanti a me c’è quello stretto passaggio d’acqua che separa e, nello stesso momento, unisce due continenti. Ponti, traghetti, barche. E Istanbul. La guardo e penso che forse la sua fortuna e la sua inquietudine siano sempre state la stessa cosa: essere nel mezzo. Nel mezzo delle rotte, delle culture, delle religioni, dei commerci. Nel mezzo della storia. Mai completamente europea, mai completamente asiatica. Mai soltanto Oriente, mai soltanto Occidente.

Istanbul non sembra avere bisogno di scegliere. Siamo noi, forse, ad avere bisogno di stabilire continuamente dove finisce qualcosa e dove ne comincia un’altra. Questa città, invece, sembra vivere perfettamente nella contraddizione.

 

 

La seconda tappa coincide con il mio primo caffè a Istanbul e non poteva esserci luogo più suggestivo del leggendario Pera Palace Hotel. Entrarvi significa avere la sensazione che tutto l’immaginario costruito negli anni intorno a questo albergo prenda improvvisamente corpo: l’Orient Express, i viaggiatori, gli scrittori, i diplomatici, le celebrità, le storie e gli intrighi che hanno trasformato il Pera in uno dei luoghi più evocativi della città.

La stanza di Atatürk, conservata con una cura quasi sacrale, è impressionante. Più che una semplice camera d’albergo, sembra custodire ancora la presenza dell’uomo che ha cambiato il destino della Turchia. E poi c’è Agatha Christie. Le storie legate alla scrittrice, al suo soggiorno al Pera Palace e alla nascita di Assassinio sull’Orient Express hanno contribuito a costruire intorno all’hotel una sorta di aura letteraria. Leggenda, realtà e suggestione finiscono per mescolarsi fino a diventare quasi indistinguibili.

Ed è proprio qui che assaggio il primo caffè turco. Per berlo serve tempo. Non è una bevanda da consumare in fretta: bisogna aspettare che la polvere si depositi sul fondo della tazzina, lasciando che il caffè si raffreddi appena e che il rito faccia il suo corso. E mentre aspetto, guardo la gente. Gli ospiti dell’hotel, i visitatori, i turisti, il personale. Osservo gli abiti, i volti, i gesti, le persone che entrano e quelle che escono. Per qualche minuto il Pera Palace diventa un piccolo palcoscenico. E mentre il fondo del caffè lentamente si deposita, mi accorgo che tutto l’immaginario costruito intorno a questo luogo non è più solo qualcosa che ho letto o immaginato. È lì, intorno a me, e ho la sensazione di essere entrata dentro un romanzo.

Nei giorni successivi ci saranno le moschee, il Gran Bazar, le strade di Sultanahmet, il Bosforo, i quartieri più moderni, i traghetti, i ristoranti, i mercati e quelle lunghissime passeggiate senza una vera destinazione. Ma il primo giorno è quello che stabilisce il tono del viaggio. Topkapı mi ha fatto entrare nella storia. Il Pera Palace nella leggenda. Il resto di Istanbul mi farà entrare nella sua vita quotidiana.

 

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