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Tinto Brass, addio al regista che sfidò la censura

Prima dell'erotismo, l'avanguardia

by Francesca Pica
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C’è un paradosso nella storia artistica di Tinto Brass: essere diventato popolarissimo per un cinema che, almeno nella prima parte della sua carriera, non era quello che lo aveva fatto conoscere alla critica. Il suo nome è diventato sinonimo di erotismo, trasgressione e di un immaginario che ha attraversato gli anni Ottanta e Novanta. Eppure, ridurre la sua filmografia a questa stagione significa dimenticare un regista curioso, irregolare e sperimentale, profondamente interessato al linguaggio delle immagini.

Tinto Brass, all’anagrafe Giovanni Brass, è morto all’età di 93 anni. Alle spalle aveva una carriera lunga oltre quarant’anni e una personalità artistica difficilmente riconducibile a una sola definizione.

La sua formazione cinematografica comincia lontano dai set italiani. Dopo la laurea in Giurisprudenza si trasferisce a Parigi, dove lavora alla Cinémathèque Française ed entra in contatto con la cultura cinematografica europea e con la Nouvelle Vague. È un’esperienza fondamentale: Brass si avvicina al montaggio, alla sperimentazione e alla libertà di scomporre la narrazione tradizionale. Incontra registi come Joris Ivens e Alberto Cavalcanti e, tornato in Italia, lavora con Roberto Rossellini, partecipando alla realizzazione de Il generale della Rovere.

Il suo esordio alla regia arriva nel 1963 con In capo al mondo, film che la censura costringe a modificare e che Brass ripropone con il titolo Chi lavora è perduto. Il protagonista è un giovane insofferente alle convenzioni sociali, in un racconto che riflette sul lavoro, sull’individuo e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo.

Nel 1967 arriva Col cuore in gola, con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, ambientato nella Londra della Swinging London. È uno dei titoli che meglio restituiscono il Brass degli esordi: un cinema pop, visivamente audace, contaminato dal fumetto, dalla grafica e dalla cultura giovanile. La collaborazione con Guido Crepax contribuisce a costruire un’estetica riconoscibile, fatta di ritmo, colori e inquadrature insolite.

Seguono L’urlo e Nerosubianco, opere che confermano la sua inclinazione alla sperimentazione. Quest’ultimo guarda alla cultura psichedelica e alla libertà sessuale della fine degli anni Sessanta. Nel 1971 arriva La vacanza, con Vanessa Redgrave e Franco Nero, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ottiene il premio della giuria. Una tappa significativa di una carriera che non aveva ancora scelto l’erotismo come cifra dominante.

La seconda parte della sua produzione prende una direzione diversa. Con Salon Kitty (1976), ambientato nel mondo dei bordelli frequentati dalle gerarchie naziste, e soprattutto con Caligola, girato nel 1979 e arrivato nelle sale nel 1984 dopo una produzione tormentata, Brass entra in un territorio nel quale sesso, potere e provocazione diventano elementi centrali.

La consacrazione popolare arriva con La chiave (1983), tratto dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki e interpretato da Stefania Sandrelli. L’erotismo diventa il centro di una narrazione che intreccia desiderio, gelosia e fantasie di coppia. Il film ottiene un grande successo e contribuisce a definire la nuova immagine del regista.

Da quel momento Brass diventa uno dei nomi più riconoscibili del cinema italiano. Miranda, con Serena Grandi, Capriccio, con Francesca Dellera, Paprika, con Debora Caprioglio, Così fan tutte, con Claudia Koll, e Monella, con Anna Ammirati, compongono una filmografia nella quale il corpo femminile occupa una posizione centrale.

Le sue attrici diventano icone popolari e il regista costruisce un immaginario riconoscibile, fatto di ambientazioni rétro, atmosfere borghesi, seduzione e ironia. Un cinema che non cerca necessariamente la raffinatezza, ma rivendica la propria libertà provocatoria.

Non è una produzione che incontra consensi unanimi., le polemiche riguardano soprattutto il modo in cui viene rappresentata la sessualità femminile, ma Brass rivendica l’erotismo come forma di libertà.

C’è un tratto che attraversa tutta la sua produzione: l’insofferenza per le convenzioni. Brass cerca di provocare lo spettatore, di sottrarsi alle classificazioni e di sfidare la censura. Non a caso, raccontava di aver trascorso quasi più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa.

Anche il personaggio pubblico faceva parte di questa costruzione: il sigaro, la voce roca, le battute irriverenti, il gusto per l’aneddoto e una certa soddisfazione nel mettere a disagio il perbenismo. Era diventato, in qualche modo, il personaggio di sé stesso.

Resta un regista difficile da liquidare con un’etichetta. Per molti sarà sempre il cineasta che portò l’erotismo nelle sale trasformandolo in un genere di grande popolarità. Ma sarebbe un peccato dimenticare il giovane sperimentatore che guardava alla Nouvelle Vague, giocava con le immagini e cercava nel cinema un linguaggio libero, persino irriverente.

 

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