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Armenia-Azerbaigian, la storia non guarda mai da una parte sola

by Daniel Pommier Vincelli

L’Autore, già ricercatore in sociologia politica presso Sapienza Università di Roma, abilitato professore associato in storia delle relazioni internazionali, è autore di numerosi saggi e volumi sul Caucaso meridionale.

 

Caro direttore, mi permetto di rispondere con alcune considerazioni alla lunga e dettagliata lettera aperta che il dottor Guido Mondino ha inviato alla senatrice Urania Papatheu sulle questioni del Caucaso e del Nagorno Karabakh (https://www.genteeterritorio.it/armenia-lettera-…natrice-papatheu/). Non rispondo per “difendere” la senatrice che, se lo vorrà, lo farà nei modi e nei tempi che ritiene opportuni, ma come ricercatore impegnato da anni nello studio della storia e delle società del Caucaso meridionale. Non entro diffusamente nella prima parte della lettera, quella dedicata ai torti che la popolazione armena avrebbe subito nella penisola anatolica. A parte che gli armeni non erano l’unica popolazione cristiana presente in Anatolia, che fino all’alto medioevo fu il cuore dell’Impero romano d’Oriente, né voglio valutare la supposta bontà del trattato di Sèvres contrapposta alla malvagità di quello di Losanna che di fatto istituì la Turchia contemporanea. Soltanto, e lo dico da storico, non si comprende quale sia la rilevanza di avvenimenti così lontani nel tempo con l’attuale crisi tra Armenia e Azerbaigian.

Chiunque studi l’Europa orientale, il Medio Oriente e lo spazio post-sovietico sa che la storia di queste terre è un susseguirsi di invasioni, ascese e crolli di imperi, insediamenti e ricollocazioni etniche in cui non esistono chiare vittime e chiari carnefici ma un susseguirsi di conflitti e periodi di coesistenza. Gli armeni dell’Impero ottomano subirono sofferenze nel 1915, così come i circassi musulmani nel 1867 a opera dei russi cristiani, per non menzionare i musulmani balcanici incalzati dagli eserciti cristiani ed europei (di paesi oggi membri dell’UE) durante le guerre balcaniche del 1912-13. La storia non guarda mai da una parte sola caro dottor Mondino. E vengo alla seconda parte della lettera. Cercherò di utilizzare lo stesso stile telegrafico che l’autore ha adottato nella lettera alla senatrice:

1) Non è Stalin che nel 1923 decide di “strappare” il Nagorno Karabakh all’Armenia. Il Nagorno Karabakh era già parte della repubblica democratica azerbaigiana e infatti l’atto che ne attribuisce la sovranità – del 1921 non del 1923 – utilizza l’espressione “mantenere” quella regione all’interno del territorio azerbaigiano. Infatti, il 5 luglio 1921, considerati i legami economici tra l’alto e il basso Karabakh, il Bureau del Caucaso del Comitato Centrale del Partito Comunista Russo decise che il “Nagorno-Karabakh” doveva essere mantenuto entro i confini dell’Azerbaigian e conferito di ampia autonomia, con Shusha come centro amministrativo. Il testo della decisione dimostra che il Bureau ha deciso di lasciare il “Nagorno-Karabakh” all’interno della RSS dell’Azerbaigian, non di “trasferirlo” o “assoggettarlo” al dominio azerbaigiano, come sostiene la parte armena.

Due anni dopo, il 7 luglio 1923, fu fondata la Regione autonoma del Nagorno-Karabakh (NKAO) all’interno della RSS dell’Azerbaigian e la città di Khankandi (ribattezzata Stepanakert in onore del leader bolscevico sovietico Stepan Shaumian nel settembre 1923 e successivamente restaurata come Khankandi nel novembre 1991) fu designata come suo centro amministrativo. La creazione di questa regione autonoma ha posto il seme per le rivendicazioni irredentiste degli armeni nei confronti della regione del Nagorno Karabakh. Al contrario, tuttavia, a più di 300.000 azerbaigiani residenti in Armenia è stata negata l’autonomia culturale sia dal governo centrale dell’URSS che dal governo della RSS dell’Armenia.

Inoltre con quella sistemazione del 1921-23 si aprirono 70 anni di pace e coesistenza pacifica tra le due comunità, che da secoli abitano lo stesso territorio, senza alcuna esclusività.

2) E’ vero che c’era un irredentismo armeno che voleva spostare la regione del Nagorno Karabakh dall’Azerbaigian all’Armenia, ma è altrettanto vero che la Costituzione sovietica del 1977 prevedeva all’art. 78 che le modifiche territoriali delle repubbliche sovietiche potessero essere realizzate “con il comune accordo delle rispettive repubbliche, che deve essere sottoposto all’approvazione dell’URSS”. Comune accordo che evidentemente non c’era e che rendeva improcedibile ed illegale la secessione unilaterale da parte dei nazionalisti armeni.

3) Arriviamo al 1991-92. L’Urss si dissolve. Dal suo immenso corpo morente nascono 15 nuovi Paesi. Le quindici repubbliche socialiste sovietiche sarebbero e sono diventate 15 nuovi Stati riconosciuti internazionalmente, membri dell’Onu. Vale la pena ricordarli: Federazione Russa, Ucraina, Bielorussia, Moldova, Lettonia, Estonia, Lituania, Georgia, Azerbaigian, Armenia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan. Come regolano i rapporti tra loro questi nuovi 15 Stati? Sarebbe da ingenui pensare che quello tra Armenia e Azerbaigian sia l’unico problema di carattere etnico-territoriale nello spazio post-sovietico. Ce n’erano e ce ne sono ancora tanti. Come risolverli? Gli Stati successori aderirono allora a un semplice principio: i confini tra le repubbliche socialiste sovietiche equivalgono a quelli delle 15 nuove nazioni. Certamente questa linea guida è stata violata più volte nell’ultimo trentennio. Ma ogni volta che è stato fatto si sono susseguite crisi, guerre e conflitti. Se oggi – gennaio 2022 – il mondo è sull’orlo di un conflitto mondiale, con la Russia che potrebbe invadere l’Ucraina e gli Stati Uniti pronti a reagire, è proprio perché questo sano principio non viene sempre applicato. In ogni caso, da un punto di vista giuridico, le pretese secessionistiche e la costituzione della cosiddetta “repubblica dell’Artsakh” sono degli atti illegali e contrari al diritto internazionale, nonché a quattro risoluzioni del 1993 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

4) Certamente ci sono state delle vittime armene nel conflitto del Nagorno Karabakh: chi lo nega? Ma le vittime azerbaigiane di atti di massacro, di violenze e di quella che è stata la più perfetta pulizia etnica del XX secolo sono a milioni, molte di più di quelle armene. Basti ricordare le oltre 600 vittime del massacro di Khojaly (febbraio 1992) e il milione di azerbaigiani espulsi dall’Armenia e da tutti i territori occupati dell’Azerbaigian, inclusi il Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti a questa regione, invasi cinicamente soltanto per ragioni strategiche.

5) Lasciamo perdere l’argomentazione che azerbaigiani e turchi combatterebbero una guerra santa contro gli armeni cristiani. E’ un’argomentazione vecchia, che viene direttamente dai primi anni Duemila quando i conservatori parlavano della “guerra al terrore”. E’ un’argomentazione fallace che non tiene conto che l’Azerbaigian è una società tra le più laiche e secolarizzate al mondo, al livello dei Paesi occidentali.

Nessuno afferma che tutte le ragioni stiano con l’Azerbaigian. Come in ogni conflitto vi sono ragioni e torti da entrambe le parti, con un insieme sfumature. Perché vicende complesse come quelle che ho citato richiedono sempre spiegazioni complesse e non unidirezionali.

 

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