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Quirinale, un voto uno e trino (con un post scriptum)

by Luigi Gravagnuolo

 

Scriviamo mentre sullo schermo scorrono le immagini dei grandi elettori che si infilano nella cabina per votare. La gran parte non sta scrivendo alcun nome, scheda bianca e arrivederci a domani. Lo scenario però si sta schiarendo.

In testa, con la sua pedalata robusta e costante, c’è sempre Mario Draghi. In queste ore ha aumentato l’andatura, difficile per tutti tenerne il passo. Silvio Berlusconi, che fino all’altro ieri pareva stargli a ruota, all’ultima salita si è invece spompato e si è ritirato dalla corsa. Il gruppone che stava alle loro spalle intanto si è disunito. Sono scattati Pierferdinando Casini e Sergio Mattarella. Ma di quest’ultimo ne è solo l’ologramma, il Presidente in carica, si voglia o non si voglia, non è in corsa. Altro corridore dal passo costante ed ora a ruota di Casini è Gianni Letta, non sottovalutiamolo. Poi le donne, Marta Cartabia e Maria Elisabetta Casellati avanti a tutte. Attenzione infine agli outsider, la Elisabetta Belloni ad esempio ha fortemente accelerato ed ha quasi raggiunto le prime due del gruppo delle donne. A seguire, chi un po’ più avanti, chi più dietro, tutti gli altri.

Fuor di metafora cerchiamo di capire su quali basi e per quali prospettive chi ci rappresenta sta scegliendo il Presidente della Repubblica.

Lasciamo perdere le ovvietà, della serie che il Presidente deve essere autorevole, di alto profilo, di elevato spessore morale, esperto e via banalizzando. Queste qualità le diamo per scontate e condivise da tutti i grandi elettori.

Non scontato fino a due anni fa era invece il profilo ‘internazionale’ del nuovo Presidente. Pensateci, senza la pandemia e la sconfitta di Trump negli U.S.A. oggi saremmo stati di fronte ad un altro scenario, con i grandi elettori chiamati a scegliere tra un sovranista ed un europeista. Viceversa, e per fortuna, oggi non è più così, l’opzione europeista è patrimonio comune a tutti i grandi elettori. Così come lo è la preferenza per un Presidente rispettoso dei partiti. I grandi elettori tutti condividono, grosso modo all’unisono, la predilezione per un Presidente affidabile per la classe politica piuttosto che per un demagogo, che magari sa entrare in empatia col popolo, ma incontrollato di per sé ed incontrollabile dai partiti. Che sia indipendente sì, super partes pure, ma non anti-politico. Europeista, affidabile per i partiti e, aggiungerei, atlantista sono dunque le prerogative del futuro Presidente, chiunque egli o ella sarà.

Veniamo alle possibili alternative in campo, che sono in sostanza tre.

Tutte si giocano sull’intreccio tra Quirinale, Palazzo Chigi e Camere. Subito dopo il voto per il Colle, infatti, bisognerà mettere mano al Governo che, entro massimo un anno e con una nuova legge elettorale, ci porterà al voto per le nuove Camere.

È appena il caso di considerare che la persistenza di un Governo di larghe intese, qual è quello attuale, da chiunque esso possa essere presieduto, è molto poco verosimile. Come diavolo potrebbero barcamenarsi i vari partiti tra condivisione delle stesse scelte di governo ed esigenza di differenziarsi agli occhi degli Italiani per non perdere le rispettive quote di elettorato di appartenenza è difficile immaginarlo. Piaccia o no da marzo avremo un governo con una base parlamentare più ristretta dell’attuale. D’altra parte, è altrettanto inverosimile lo scioglimento anticipato delle Camere. Abbandonare in anticipo i privilegi dell’appartenenza alla casta e perdere il diritto alla pensione da parlamentare, che scatterà solo ad ottobre, sarebbe tosta per tutti coloro che oggi siedono tra Montecitorio e palazzo Madama.

Torniamo al Quirinale. In un anno di prevedibili forti scontri politici nel Paese una prima opzione prevede un Presidente di garanzia per l’Europa, con particolare riguardo alle riforme, inderogabili se non si vuole perdere la cuccagna del PNRR. Tale Presidente sarebbe l’esito di un accordo tra i maggiori partiti – M5S, Lega, Pd e FdI – che contemplerebbe l’intesa su una legge elettorale maggioritaria o al più un ritorno al Mattarellum. È lampante che questa opzione porta diritti all’elezione di un Draghi o di una Cartabia al Colle con voto a maggioranza qualificata. Dico di un Draghi o di una Cartabia, come più avanti dirò di altri, per indicarne il profilo piuttosto che le rispettive persone fisiche.

Seconda opzione. Per un qualche accidente i quattro partiti maggiori non trovano l’intesa su un Presidente a larga maggioranza. In questo caso assurgono a protagonisti i centristi, che diventano gli arbitri della partita. Avremo dunque un Presidente eletto a maggioranza assoluta, un Governo a guida centrista ed una legge elettorale proporzionale. In questo lodo, visti i numeri degli schieramenti dei grandi elettori, le maggiori chance le avrebbero una Casellati o un Casini. Tuttavia, anche con tale lodo Mario Draghi come persona non sarebbe fuori gioco, il suo profilo è infatti compatibile con esso.

Infine, la terza subordinata. Un Presidente a tempo limitato, due tre anni per intenderci. Costui dovrebbe garantire la tenuta del Paese in questo anno elettorale, quali che possano essere la composizione del Governo e la legge elettorale, e facilitare una riforma costituzionale che vieterebbe per il futuro il doppio mandato del Presidente della Repubblica e contestualmente abrogherebbe il semestre bianco. In questo caso, e solo in questo caso, potrebbe rimanere in carica a Palazzo Chigi Mario Draghi ed al Colle salirebbe un Gianni Letta. L’attuale premier per parte sua dovrebbe pazientare un paio di anni prima di salire al Colle. O metterci una pietra sopra e rinviare alla prossima vita.

P.S., colpo di scena: mentre scrivo queste righe arriva la notizia dell’acutizzazione della crisi russo-ucraina con gravi ed imminenti minacce per la pace nel nostro continente. Senza la Merkel l’Europa è disorientata. Più di Macron è Draghi il nuovo riferimento dell’Unione. Non si può tenerlo sulla graticola. Mi sa che domani, o tutt’al più entro giovedì, salirà al Colle.

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