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Bassolino. E fanno diciannove

by Giulio Espero

Alla fine sono diciannove. 19 volte assolto con formula piena. 19 volte, in un paese come l’Italia appartenente a pieno titolo all’occidente democratico e moderno, già culla del diritto romano, un tribunale ha pronunciato le parole “perché il fatto non sussiste”. Rivolte alle accuse mosse dalla magistratura inquirente nei confronti del medesimo personaggio politico nell’esercizio delle proprie funzioni di amministratore pubblico.

La vicenda è nota. Per Antonio Bassolino, sindaco di Napoli, presidente della Regione Campania, ministro del lavoro, pare che il calvario giudiziario iniziato nel lontano 2003 sia terminato. Oltre a quello che gli hanno già riconosciuto i tribunali, gli dobbiamo riconoscere garbo, senso delle istituzioni, rispettoso silenzio ed una grande forza interiore. Mai una parola fuori posto, ha aspettato con pazienza cinese che la giustizia facesse il suo corso.

Diciassette anni sono un lasso di tempo che assomiglia più alla giustizia divina che alla giustizia degli uomini. Il tempo però a volte, si sa, è galantuomo. Per Antonio Bassolino, il sindaco del Rinascimento Napoletano, cresciuto nel Pci di Berlinguer, poi passato nel PDS e tra i fondatori del PD, protagonista della “stagione dei sindaci” degli anni ’90, che rianimò la politica italiana dopo Tangentopoli, si parla di nuovo della candidatura a primo cittadino di Napoli per le elezioni comunali del 2021.

L’ultima (ennesima) assoluzione sembra aver dato un paio di ceffoni al Partito Democratico che sulla questione giustizia era qualche anno che andava mestamente a rimorchio dell’opinione pubblica. I maggiori esponenti regionali del partito, ma anche alcuni di livello nazionale, hanno espresso a mezzo stampa soddisfazione per gli esiti favorevoli delle vicende giudiziarie e rammarico per la lunghezza spropositata delle stesse.

Carlo Calenda, però, ha bacchettato Zingaretti definendo ipocrita il messaggio di solidarietà inviato dal segretario nazionale ad Antonio Bassolino. “Nicola ti segnalo che avete votato tutte le peggiori leggi giustizialiste di questo paese. Da quando siete al Governo con i 5S poi ne avete anche fatto un vanto” avrebbe dichiarato alla stampa.

A proposito della diciannovesima assoluzione di Antonio Bassolino. Adesso che i 19 processi si sono conclusi, adesso che nessuno potrà dire che si vuole fare pressione sui magistrati, ci si può chiedere che cosa non ha funzionato?”. È la riflessione invece del vice vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, già ministro della Giustizia.

Quest’ultima affermazione è meritevole di una ulteriore riflessione. Certamente condivisibile e di buon senso a primo acchito, a ben vedere nasconde però l’insidia concettuale dirimente di uno dei tanti corto circuiti che affliggono la classe politica dirigente di questo paese. Quando si afferma adesso che nessuno potrà dire che si vuole fare pressione sui magistrati, si palesa in verità una grande sudditanza psicologica e culturale nei confronti del loro potere. Come se si potessero esprimere riserve sull’operato dei Pubblici Ministeri soltanto dopo un inevitabile e doloroso cammino di espiazione preventiva. Come se il pregiudizio sull’operato dei politici fosse legittimo a prescindere, mentre quello sugli inquirenti fosse viziato sempre e comunque dalla necessità di nascondere chissà quali efferatezze.

Lo stesso Bassolino, in una bella intervista di qualche mese fa, al giornalista che gli chiedeva come facesse a trattenere la rabbia di fronte a questo interminabile calvario giudiziario rispondeva: “La rabbia non serve. Serve una riflessione. Anzi ne servono tre. Una sui processi, una sul modo in cui i media li raccontano e una terza sull’uso che la politica fa dei processi. Forse è il caso di esaminare sia la questione giudiziaria sia anche e soprattutto quella mediatica e politica”.

Il primato della politica, appunto da non confondersi col primato dei politici come a qualcuno piace pensare.

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