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Teatro Napoletano

by Piera De Prosperis

Che il teatro a Napoli si identifichi con la grande tradizione della generazione di Viviani e De Filippo è cosa talmente nota che è superfluo ribadirlo. Ma che esista una generazione successiva di autori quali Santanelli, Moscato, Ruccello, De Berardinis non è altrettanto noto, almeno al pubblico che nella sola straordinaria figura di Eduardo, autore ed attore, ha sempre ravvisato le radici della napoletanità. Napoli teatro a cielo aperto, palcoscenico naturale in cui basta sentire le voci dei passanti perché un copione sia bello e pronto. E’ stato forse fin troppo facile per Eduardo fare della città il paradigma della quotidianità o per Viviani quello dell’emarginazione. Ma dagli anni Sessanta in poi del Novecento, i drammaturghi napoletani hanno dovuto fare i conti con il cambiamento della città, con il dramma economico sociale e culturale del terremoto, con un uso della lingua che doveva confrontarsi sempre più con il linguaggio televisivo ed in genere dei mass-media. Quale dialetto utilizzare, quali luoghi della città scegliere, quali storie proporre che, pur avendo Napoli come scenario privilegiato, fossero però adeguate ai nuovi tempi? La Napoli degli autori scelti è uno spazio soprattutto mentale, su cui si costruisce un’identità, una cultura, un progetto artistico. La connotazione geografica può diventare anche un pretesto per recuperare quel serbatoio spirituale che è appunto la napoletanità. (Fucci, Guarino) E’ su questo solco che si inserisce la comicità ad esempio di Troisi.

Affrontiamo in particolare due degli autori teatrali prima citati, che per alcuni aspetti della loro produzione appaiono particolarmente significativi.

Tra le opere di Annibale Ruccello Ferdinando è la più conosciuta, e forse anche la più amata. E’ rappresentata la prima volta il 28 febbraio 1986 con Isa Danieli che offre una straordinaria interpretazione di donna Clotilde, la protagonista. Nell’opera si ostenta una strenua difesa del dialetto napoletano, inteso come insieme di valori e tradizioni sedimentate, come ultimo baluardo contro un’epoca spaventosa, senza cultura, di cui non si conosce nulla, in una parola barbara. Dice Donna Clotilde a donna Gesualda, la parente povera che le fa da dama di compagnia:

«E non parlare italiano! Hai capito! Nun voglio sentì ’o ’ttaliano dint’ ’a ’sta casa… Io e isso c’ avimme appiccicate il 13 febbraio del 1861… Fra me e isso ce fuie nu duello a Gaeta… Padrini, Francesco II e il generale piemontese Cialdini…

Contemporaneamente all’ammainarsi della gloriosa bannera ’e re burbone s’ammainaine pure ll’italiano dint’ ’o core mio… ’Na lengua straniera!… Barbara!… E senza sapore, senza storia!… ’Na lengua ’e mmerda!… ’Na lengua senza Ddio! Se proprio ce tiene a parlà n’ata lengua parla latino ca è ’na lengua santa!… Ma tu nunn’ ’a può parlà!… Si ’a parle tu ’a parle tutt’ ’o cuntrario! Pecché si’ strega!… Si’ ’na janara!… Te mancano ’e pparole dint’ ’o battesimo…».

Di Leo De Berardinis ricordiamo l’omaggio che nel 1989, al Festival dei due mondi di Spoleto, realizzò per Eduardo. Ha da passa’ ‘a nuttata in cui sul corpo centrale di Napoli Milionaria si inseriscono brani di altri celebri testi: Filumena Marturano, Natale in casa Cupiello, Uomo e Galantuomo, Gli esami non finiscono mai, Le voci di dentro. Tutti i personaggi delle commedie risultano doppi di Gennaro Iovine. Eterna figura dell’uomo solo con la sua disperazione ed il suo carico di amare esperienze.

L’intento di De Berardinis è quello di realizzare un’utopica resistenza alla smemorizzazione dei tempi. Per non dimenticare le nostre radici senza le quali nessuna innovazione è possibile.

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