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Breve ritratto di Amadeo Bordiga

by Gianfranco Borrelli

L’Autore, già docente della Federico II di Napoli, è un esperto di storia delle dottrine politiche e di filosofia politica.

Volendo disegnare un profilo introduttivo della figura di Amadeo Bordiga, primo segretario del Partito Comunista d’Italia fondato a Livorno nel gennaio del 1921, bisogna prendere atto dei caratteri drammatici della vicenda esistenziale legata al suo impegno politico. Nasce nel 1889 a Resina (oggi Ercolano), figlio di Oreste, di famiglia piemontese e docente presso la Facoltà di Agraria di Portici; ingegnere a 23 anni, assunto subito dalle Ferrovie dello Stato, abbandonerà questo lavoro per dedicarsi completamente all’attività di militante. Nel 1912 fonda il circolo “Carlo Marx” a Portici, che si pone fuori del PSI napoletano, non dal partito nazionale, per combattere la politica elettorale bloccarda dei socialisti napoletani che facevano alleanza elettorale anche con la massoneria. In questi frangenti conosce Ortensia De Meo, impegnata nell’organizzazione del lavoro politico delle donne nel PSI (e poi nel futuro PCdI), che sposerà dopo due anni. Sostenitore della neutralità italiana nel conflitto mondiale, a partire dal 1914 Bordiga si prodiga per fare assumere al partito un chiaro indirizzo antimilitarista. Nel 1917 fonda a Napoli la Frazione intransigente rivoluzionaria, con posizioni politiche che riceveranno l’unanime sostegno della Federazione giovanile socialista; a fine anno, l’immediata adesione all’evento della Rivoluzione russa con la costituzione della Frazione comunista astensionista. Al congresso di Bologna (1919) presenta una mozione rivolta a trasformare il partito socialista in partito comunista, che viene respinta; tuttavia le anime diverse del PSI aderiscono unanimemente all’Internazionale comunista promossa a Mosca da Lenin. L’anno successivo, partecipando al secondo congresso del Comintern, Bordiga ottiene d’inserire all’interno del regolamento di adesione all’Internazionale – proposto da Lenin – la clausola dell’espulsione dei socialisti riformisti dai partiti comunisti. Questo obiettivo di preservare la purezza e il rigore dell’azione del partito costituisce sicuramente per l’ingegnere napoletano il centro della strategia rivoluzionaria: a suo parere (esprimerà ancora questo punto di vista nell’intervista data a Sergio Zavoli nel 1969, reperibile oggi su youtube), gli eventi italiani del biennio rosso e la stessa occupazione delle fabbriche (1919-1920) furono destinati al fallimento poiché non esisteva allora una direzione politica organizzata che senza indugi perseguisse la lotta armata rivolta all’abbattimento del potere statuale. Nella Relazione, preparata con Umberto Terracini e letta a nome della frazione comunista al Congresso del PSI a Livorno nel 1921, il partito politico di classe viene presentato come lo strumento che, abbattendo con la forza lo Stato borghese, apre all’affermazione della dittatura proletaria come strumento indispensabile per avviare la transizione storica allo Stato proletario. Al rifiuto della maggior parte dei delegati socialisti di procedere alla fondazione del nuovo partito, i comunisti abbandonano il congresso; il successivo intervento di Bordiga di proclamazione della nascita del Partito Comunista d’Italia, il 21 gennaio presso il Teatro San Marco, si conclude appunto con l’appello a costruire in Italia la Repubblica dei Soviet. Il progetto dei comunisti italiani, perseguito in piena coerenza con la teoria di Marx e il contributo di Lenin, presenta quei capi principali d’invarianza che, secondo Bordiga, devono caratterizzare ogni progetto rivoluzionario. Il partito viene considerato parte del processo storico che esprime questa possibilità organizzativa in seguito agli eventi espressi dai conflitti tra le classi, determinati a loro volta in modo necessario dalla crisi all’interno della storia dei rapporti sociali ed economici della produzione capitalistica. Bordiga è ben consapevole di questa visione deterministica, la rivendica addirittura contro il volontarismo del caro compagno ed amico Antonio Gramsci, che a suo parere ancora non ha inteso in profondità i cardini principali della teoria marxiana. Con Gramsci e gli altri compagni dell’Esecutivo del nuovo partito i rapporti vengono via via assumendo toni fortemente conflittuali, soprattutto sul problema della funzione cui il nuovo partito comunista è richiamato a fronte dell’avvenuta affermazione fascista; in particolare, questo punto delicato riguarda ormai il centro degli interessi della nuova tattica del Comintern, perseguita con ferma determinazione da Stalin, che si mostra interessato innanzitutto alla salvaguardia della patria sovietica e pone in second’ordine l’affermazione della rivoluzione proletaria in tutta Europa. Nel febbraio del 1926, nella riunione dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale, su questo punto Bordiga interpellerà Stalin rivolgendogli direttamente due domande: gli scontri (già sanguinosi) interni al Partito comunista russo devono costituire un elemento di dibattito per tutti i partiti comunisti aderenti al Comintern? Ed ancora, potrà affermarsi la rivoluzione comunista in Russia se in Europa non verrà realizzandosi la rivoluzione proletaria? Stalin non gli risponderà nel merito, piuttosto esprimerà la sua contrarietà: “Non avrei mai creduto che un comunista potesse pormi simili domande. Dio vi perdoni per averlo fatto”. Bordiga viene posto in minoranza al congresso clandestino di Lione (gennaio 1926) dal nuovo centro costituito da Gramsci e Togliatti; a fine anno, viene arrestato e mandato al confino ad Ustica, dove con Gramsci organizza una scuola quadri per i compagni; in seguito verrà trasferito a Ponza, dove rimane fino al 1929. Rilasciato dal governo fascista, si ritira a vita privata; nel marzo 1930, con risoluzione presentata da Togliatti, verrà espulso con l’accusa di aderire alle posizioni del traditore controrivoluzionario Trotszky (1930). Nel secondo dopoguerra Bordiga contribuirà alla fondazione del Partito comunista internazionalista, senza impegnarsi tuttavia nell’attività politica diretta; continuerà piuttosto, secondo i princìpi dell’invarianza, a studiare gli sviluppi storici dell’economia capitalistica, preconizzando una crisi generale di sistema. Muore nel 1970 a Formia, assistito da Antonietta De Meo, sorella della moglie Ortensia deceduta in grave sofferenza nel 1955; in questa cittadina opera una fondazione di studio a lui dedicata. Nonostante le critiche e le distanze espresse per lunghi decenni dalla direzione politica del Partito comunista italiano, la sua figura ha suscitato ed ancora suscita grande interesse; di recente, la casa editrice Brill ha pubblicato un’importante antologia dei suoi scritti curata da Pietro Basso, The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga 1912-1965 (Londra 2020); chi volesse approfondire il suo pensiero politico può fare riferimento al notevole studio di Corrado Basile e Alessandro Leni (Milano 2014).

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