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Caronte. La paura dell’ignoto

by Piera De Prosperis

Il prossimo anno 2021 saranno 700 anni dalla morte di Dante, avvenuta a Ravenna tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando andò a scoprire se quanto aveva immaginato in tutti quegli anni era vero (A. Barbero). Le occasioni di celebrazione sono molteplici in Italia, in particolare nelle città che hanno a che fare con la sua biografia, e nel mondo.

Proviamo a ritagliarci un nostro piccolo spazio di lettura e riflessione. Vorrei partire in questo personale viaggio insieme con voi da un’angolazione particolare: rintracciare in uno dei diavoli dell’Inferno dantesco le ascendenze classiche. Ma soprattutto verificare attraverso esempi contemporanei la permanenza del simbolo, cercando di capire a quale attuale paura esso possa collegarsi. L’esistenza di spiriti maligni, personificazioni delle forze distruttive della natura o dell’anima è elemento costante di tutte le culture umane fin dall’origine. Sceglierò perciò uno dei demoni più noti e con maggiore “storia” dell’Inferno: Caronte.

Caronte Inf. III vv.82-99

Ed ecco verso noi venir per nave

Un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando.” Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi ad altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

E tu che sé costì, anima viva,

partiti da cotesti che son morti”.

Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse:” per altra via, per altri porti

verrai a piaggia,non qui, per passar:

più lieve legno convien che ti porti”.

E ‘l duca lui: “ Caron non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

 ciò che si vuole, e più no dimandare”.

Quinci fuor quete le lanose gote

Al nocchier de la livida palude,

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote

 Nella mitologia etrusca, greca e in quella romana, Caronte (”ferocia illuminata”), figlio di Erebo e Notte, era il traghettatore dell’Ade e in qualità di psicopompo trasportava i nuovi morti da una riva all’ altra del fiume Acheronte. Ma solo se essi disponevano di un obolo (una moneta) per pagare il viaggio. Chi non l’aveva era costretto ad errare tra le nebbie del fiume per cento anni. Dal punto di vista fisico, Caronte era rappresentato come un uomo vecchio e magro con una barba bianca e incolta che gli scendeva dal mento e gli occhi di fuoco. Caratterialmente, era un personaggio rude, burbero, scontroso ed irascibile. Nella commedia Le rane di Aristofane (alla fine del V sec. a.C.), Caronte urla insulti nei riguardi della gente che lo attornia. Virgilio nell’ Eneide (VI 298- 304) cita Caronte descrivendolo così: “Il nocchiero Caronte, orrendo per terribile squallore, custodisce le acque del fiume; gli scende incolta dal mento la bianca barba, gli occhi sono di fuoco, un sordido mantello gli pende dalle spalle. E’ ormai vecchio, ma la vecchiezza del dio è fiera e robusta”.

Il Caronte della Divina Commedia perde la sua crudezza realistico – descrittiva per assumere il ruolo di un demonio, seriamente impegnato nella sua funzione di severo traghettatore di anime. Nei versi danteschi, imprevedibile ed inatteso, Caronte appare con la sua nave tutto a un tratto, imponendosi subito (con una violenza del tutto estranea al testo virgiliano) per il rilievo orrido del suo “antico pelo” e squarciando – col suo urlo maledicente e imperiosamente cruccioso – il desolato paesaggio dell’Antinferno. In Dante, che fonde elementi della tradizione antica con elementi tratti dall’immaginario collettivo medioevale, Caronte si rivolge urlante e minaccioso alle anime, colpendo col remo quelle che si mettono a sedere, attardandosi così a salire sulla barca, e allo stesso Dante, invitandolo a tornare sui suoi passi, perché non era quella la via a lui destinata (“più lieve legno convien che ti porti”). Alle crude parole di Caronte le anime piangono e bestemmiano contro Dio, coinvolgendo tutto il cosmo. Caronte è reinterpretato da Dante in chiave figurale (secondo l’interpretazione dei Padri della Chiesa), dato che continua nell’Inferno cristiano la funzione esercitata in quello pagano, ma con una coscienza più solenne di ammonitore di pene e di esecutore della giustizia divina, che esclude le anime perverse e dannate dal cielo e le condanna alle tenebre eterne. In definitiva, Caronte passa dalla leggenda pagana a quella cristiana diventando un demonio – ministro di Dio, attuando le pene previste dall’ “Alto Fattore”.

La sua funzione mitologica di traghettatore di anime dannate, burbero ed irascibile, risveglia ancora oggi paure insite nel genere umano sin da quando l’uomo ha cominciato a riflettere seriamente sulla propria esistenza. Caronte è, oggi, il ritratto della morte, non più per la sua fisionomia o per il suo carattere, ma perché simboleggia il passaggio all’Aldilà, mondo sconosciuto e spaventoso, indipendentemente dal sistema teologico di riferimento. Caronte è, in definitiva, la paura dell’ignoto, nonostante il nostro sia un mondo dove domina la scienza, dove tutto obbedisce a leggi matematiche e sperimentali, anzi forse proprio perché la morte è l’unico tassello incontrollabile in un sistema in cui tutto sembra o sembrava, almeno in tempi pre-Covid, logicamente ordinato. La sua persistenza simbolica nel nostro immaginario è testimoniata, per esempio, dall’ultimo film di W. Allen: “Scoop”, in cui il protagonista alla fine viene traghettato da una figura incappucciata sull’altra riva, di cui però non si vede l’approdo.

La persistenza dei mostri danteschi, in particolare Caronte, edulcorata e filtrata per un pubblico infantile è in una parodia dell’Inferno della Disney pubblicata nei numeri 7-12 di Topolino nel 1949-1950 e più volte riproposta negli anni. Nella cultura giapponese dei Manga uno dei cavalieri dello Zodiaco, Pegasus, rivive le vicende del percorso oltremondano e incontra gli stessi mostri in un melting-pot culturale di eccezionale interesse.

E per voi, cosa rappresentano oggi questi mostri, a quali paure li associate? O la risposta è troppo facile?

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