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Collodi. La giustizia del giudice di Pinocchio

by Flavio Cioffi

Consigli di lettura 2/2023

 

Sono alcune settimane che si parla continuamente, per l’ennesima volta dai tempi di tangentopoli, di riforma della giustizia. Questa volta ci si sta concentrando sulle intercettazioni, ma tant’è. Se ne parla nel senso che ne parlano tra di loro, si scambiano messaggi di varia natura tra addetti ai lavori. Non si rivolgono davvero a noi cittadini. Allora mi è venuto (banalmente) in mente il giudice di Pinocchio, una figura che ha contribuito a formare l’idea di giustizia di svariate generazioni di Italiani.

 

Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e, per castigo, si busca quattro mesi di prigione.

(…) Preso allora dalla disperazione, (Pinocchio) tornò di corsa in città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.

Il giudice era uno scimmione della razza dei gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni.

Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.

Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:

– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione (…)”

 

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