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Cosa resta “Dopo” Milano Bookcity?

by Luca Rampazzo

Quest’anno il tema di Milano Bookcity è “Dopo”. Questa affermazione perentoria, apodittica, merita alcune precisazioni prima di procedere. Prima di tutto, cos’è Bookcity? Ogni guerra ha le sue vittime. La guerra culturale tra Torino e Milano, quando appariva ineludibile il trasloco del Salone del Libro in uscita dalla città sabauda, ha visto un colpo di scena. E ila fuga è stata interrotta. Non staremo qui a discutere della miseria e della nobiltà di questa guerra. Ci basti dire che il vuoto non è tollerato nemmeno nel mondo della cultura. E quindi a Milano un Salone del Libro doveva esserci.

Solo che, essendo Milano, appunto, Milano, è apparsa in sua vece una Bookcity. Cioè una iniziativa culturale diffusa. Un arcipelago di isole che sconta forse l’assenza di spazi reali, anche se di una nobiltà industriale, come il Lingotto. Quindi ci troviamo a fare il bilancio di una edizione pensata e costruita su una intera città che sta uscendo dalla pandemia. E ne sta uscendo perfettamente identica a come ci era entrata. Con tutti i manierismi che ci si aspetta dalla metropoli più aperta al mondo del nostro Paese. Ad inaugurare la rassegna sarà Amin Maalouf, giornalista e romanziere libanese naturalizzato francese, considerato uno degli intellettuali più significativi del mondo culturale e letterario europeo. Per l’occasione lo scrittore riceverà il sigillo della città di Milano direttamente dalle mani del sindaco Giuseppe Sala. I tempi del film cecoslovacco con i sottotitoli in tedesco sono lontani solo cronologicamente.

L’altro giorno in chiusura si è svolto il gran finale al Teatro Franco Parenti. Si sono alternate le letture di grandi autori, tra cui Simonetta Agnello Hornby, Paolo Bacilieri, Marco Balzano, Jonathan Bazzi, Michela Marzano, Nadeesha Uyangoda e Vittorio Lingiardi. Sì, non precisamente la prima linea del mondo letterario italiano contemporaneo. Ma una buona approssimazione, per un evento pieno di glitter e rigorosamente internazionale. Ma forse più avvenente che pienamente bello.

Questa edizione, in presenza, è stata un buon termometro di una città che ha ricominciato a vivere. La Milano culturale, per i non meneghini, con la cultura ha sempre c’entrato poco. È una città a vocazione industriale. Anzi, commerciale. E alla fine deve far quadrare i conti. E quindi deve far girare la gente per la città, lasciando alle vetrine tentatrici e ai locali snob il compito di rendere economicamente sensato il festival. Obiettivo che, mentre i numeri stanno ancora venendo fattorizzati, siamo sicuri verrà raggiunto pienamente. Questa città dal cuore d’oro, inteso in questo come duro ed economicamente orientato, ci riesce sempre.

Alcune note rilevanti. Niente giro delle periferie. Salvo alcune rilevanti eccezioni, come l’imperdibile evento a Cascina Cotica (alluvione in Polesine 70 anni fa) e qualcosa tra Niguarda e Bicocca, è quasi tutto dentro la cerchia dei Navigli o al massimo poco fuori. Per quanto in presenza per la maggior parte, gli incontri in streaming esistono e consentono di godere molti più eventi di quelli che altrimenti si sarebbero persi. Oltre ad abbassare i costi di partecipazione da parte degli espositori.

Insomma, una vetrina molto milanese per un tema molto poco meneghino. Declinato con garbo secondo le ubbie indigene e modellato su una certa visione della società che fuori dalla cerchia dei Navigli appare di difficile comprensione. Non è un Salone del Libro in sedicesimi perché non è esattamente un Salone. Multiculturale, multietnico, con dentro tutto il mondo culturale Milanese a prescindere dal colore politico (c’è addirittura un convegno sulla Fiume di D’Annunzio), è una risposta corale della città. Una risposta unitaria, profondamente milanese ai due anni terribili appena passati.

E che, molto appropriatamente, non poteva che chiamarsi Dopo. Il marchio di fabbrica di una città che dell’oggi sa sempre meno che farsene.

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