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Dopo la COP26 di Glasgow

by Alessandro Bianchi

The Conference of the Parties, nota come COP, è l’organismo internazionale dell’ONU responsabile della verifica di attuazione della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Ne fanno parte le 197 nazioni che hanno aderito alla Convenzione e dal 1995 la Conferenza si tiene annualmente in una diversa città, a partire dalla COP1 a Berlino.

L’ultima – la COP26 – si è tenuta a Glasgow dal 30 novembre al 13 dicembre (con un anno di ritardo a causa della pandemia) ed era molto attesa soprattutto perché vedeva il ritorno in campo degli Stati Uniti dopo la scellerata uscita dalla Conferenza voluta da Trump.

Purtroppo gli esiti della Conferenza non hanno corrisposto a pieno alle aspettative, come è apparso evidente già dal fatto che nel presentare il documento finale – “Decision CP.26 – Glasgow Climate Pact” – Alok Sharma, Presidente della Conferenza, ha lamentato il fatto che India e Cina avessero depotenziato all’ultimo momento l’obiettivo nei confronti degli impianti a carbone, da “phase out” ovvero eliminazione a “phase down” vale a dire riduzione.

Da qui una serie di valutazioni negative sugli esiti della Conferenza additati in prevalenza come insufficienti, deludenti, inferiori alle attese e via dicendo, sulle quali credo sia opportuno fare qualche riflessione per evitare che si arrivi alla conclusione che la COP26 è stata un fallimento, il che sarebbe profondamente sbagliato.

Tra i commenti la posizione più tranchant è certamente quella di Greta Thunberg e del vasto movimento che ormai la accompagna, espressa in modo colorito dal “bla, bla, bla” rivolto ai partecipanti alla Conferenza.

Ora va detto che la Thunberg ha il grande merito di aver portato la questione dei cambiamenti climatici all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e di aver creato su questo un’ampia mobilitazione, ma va anche detto che quello che Greta e il suo movimento possono fare resta relegato nel campo della protesta e dello stimolo nei confronti di chi deve prendere le decisioni sul da farsi, decisioni che non possono che essere prese dagli Stati.

E’ possibile, come è stato detto, che la formula della COP stia mostrando dei limiti e vada modificata per renderla più efficace, ma il nodo della competenza degli Stati resta ineludibile. Dunque liquidare gli esiti della Conferenza come un “bla, bla, bla” è nel migliore dei casi una ingenuità, nel peggiore un errore grossolano, come appare evidente da una lettura più attenta e meno pregiudiziale della dichiarazione finale, che porta ad esprimere valutazioni diverse.

Ad esempio Greenpeace ha espresso un giudizio decisamente critico, ma ha anche sottolineato un aspetto dirimente dicendo a proposito del cambiamento da eliminazione a riduzione del termine riferito al carbone: “hanno cambiato un piccolo passo ma non possono cambiare il segnale che esce da questa COP, che l’era del carbone è finita”. Una sottolineatura di enorme portata, perché sta ad indicare una svolta storica nella politica energetica mondiale.

Anche il WWF si è espresso in termini simili dicendo “siamo venuti aspettandoci dai leader globali un accordo che prevedesse un cambio di passo nella velocità e nella portata dell’azione climatica. Anche se questo cambio di passo non è arrivato, e il testo concordato sia lontano dalla perfezione, ci stiamo muovendo nella giusta direzione”. Il fatto che la direzione sia giusta è un altro aspetto fondamentale della questione, perché vuol dire che dobbiamo modificare modi e tempi delle azioni da intraprendere ma non l’obiettivo finale che abbiamo individuato correttamente.

Va anche ricordato che l’ultima Conferenza considerata giustamente di grande successo – la COP 21 di Parigi del 2015 – si era conclusa con un accordo per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2.0 gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale, dicendo che il contenimento a -1.5 °C era un obiettivo solo auspicabile. Viceversa la COP 26 ha fissato l’obiettivo a -1.5 °C entro il 2100, aggiungendo che questo impone che le emissioni di CO2 vengano ridotte entro il 2030 del 45% rispetto a quelle del 2010 e vengano azzerate del tutto entro il 2050.

Peraltro è noto che gli accordi di Parigi del 2015, sottoscritti un anno dopo da 175 Paesi, sono saltati a causa della dissennata uscita degli Stati Uniti dalla COP che è il motivo per cui le successive quattro Conferenze – Marrakech 2016, Bonn 2017, Katowice 2018 e Madrid 2019 – sono state, quelle sì, dei veri fallimenti e sono andati dispersi cinque anni di lavoro.

Detto questo per non cadere nel catastrofismo della prima ora del dopo Glasgow, non si può eludere il fatto che le azioni da intraprendere per fronteggiare i fenomeni degenerativi in corso siano di enorme complessità e riguardano stati, città, territori caratterizzati da condizioni ambientali, economiche e sociali completamente diverse che, di conseguenza, si pongono in maniera diversa – a volte contrapposta – nei confronti di quelle azioni.

E’ questo il nodo che la Conferenza di Glasgow non è riuscita a sciogliere in maniera adeguata e attorno al quale è necessario riprendere a lavorare affrontando non solo l’aspetto tecnico – con quali risorse, con quali strumenti e con quali scadenze temporali affrontare la questione – ma anche e soprattutto quello culturale, che significa far diventare pervasiva l’idea che occorre ripensare alla radice il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente di vita rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi 270 anni.

Oltre 13.000 scienziati hanno detto in un recente appello – World Scientis’t warning of a climate emergency 2021 – “quello che dobbiamo fare ora è unirci come una comunità globale con un senso condiviso di urgenza, cooperazione ed equità”.

Ebbene credo che per dare seguito a questo appello sia necessario concentrare al massimo l’attenzione sull’aspetto della “equità” perché, come ha sottolineato il Direttore Cioffi nel suo intervento in questa rubrica, “forse la questione è più complessa (…) l’ambiente è naturale di per sé per il semplice fatto che esiste, ma non è equilibrato o disequilibrato per tutti allo stesso modo”.

Ecco il punto: dipende in quale parte del mondo vivo e quale posizione ho nel sistema produttivo, perché sono queste le ragioni dei differenti punti di vista e dell’insorgere dei contrasti che poi esplodono in occasione dei grandi incontri internazionali, come è avvenuto nei giorni scorsi durante la Conferenza di Glasgow.

Sono i contrasti tra gli Stati grandi consumatori di energia e grandi inquinatori e i piccoli staterelli di uno sperduto arcipelago polinesiano; sono quelli causati dalle enormi differenze di qualità della vita tra gli abitanti di una città europea e quelli di un insediamento nell’Africa sub-sahariana; sono quelli dovuti alle differenti esigenze di crescita dell’India e della Cina – che insieme contano 2.6 miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale – e quelle dei Paesi occidentali; sono quelli legati alle aspettative di riscatto da parte dei Paesi in via di sviluppo da secoli di colonialismo, invasioni, oppressioni, sfruttamento, emarginazione.

Di tutto questo bisognerà tenere debito conto se si vuole agire in termini di “equità”, a partire dalla COP26 di Glasgow e pensando a quella del prossimo anno, che si terrà in Egitto.

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