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Da “La fiera della vanità” di Thackeray

sulla durata del governo

by Flavio Cioffi
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La Fiera della vanità, di William M. Thackeray, fu pubblicato tra il 1847 e il 1848 in Inghilterra. Come noto, il “romanzo vittoriano” fu espressione del primo momento di crisi della borghesia, che da vincente antagonista dell’aristocrazia passò ad essere classe al potere minacciata dal basso. Oggi il mondo è ovviamente cambiato, ma il sistema produttivo è rimasto lo stesso e le classi sociali anche. I padroni comandano a volte direttamente, come negli USA, altre tramite i propri amministratori delegati politici, come in Europa.

In questi giorni di pre campagna elettorale, in Italia si parla tanto del record di durata dell’attuale governo e delle possibili (?) alternative. Pagelle, giudizi, bilanci, prospettive e via andare. In questo quadro, ci è venuto in mente il seguente brevissimo estratto dal libro succitato.

 

“Che altro può aggiungere il Regista? (…) La vezzosa, piccola marionetta di nome Becky è stata giudicata straordinariamente flessibile nelle giunture e agilissima sotto i fili. A sua volta la bambola Amelia, sebbene abbia avuto una cerchia più esigua di estimatori, è stata scolpita e vestita dall’artista con la massima cura. Dobbin, sebbene goffo nella figura, balla peraltro in modo molto spontaneo e naturale. Qualcuno ha mostrato di apprezzare la Danza dei Bambini. Si prega infine di osservare attentamente il personaggio fastosamente abbigliato del Perfido Nobiluomo, per il quale non si è badato a spese, e che Belzebù si porterà via al termine di questa singolare rappresentazione.

Ciò detto, e non senza un profondo inchino ai suoi sovvenzionatori, il Regista s’inchina e il sipario si alza”.

 

 

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