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Draghi “popolare”

by Gianluca Volpe
Draghi

Per diverse settimane dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Mario Draghi ha rispettato un religioso silenzio suscitando non poche perplessità in tanti operatori dell’informazione che hanno dovuto attendere più di un mese per la prima conferenza stampa tenuta, peraltro, congiuntamente ai ministri Franco ed Orlando.

Da allora in poi, gli appuntamenti con la stampa sono aumentati e il Presidente del Consiglio si è sempre dimostrato disponibile ad un confronto aperto con i suoi interlocutori che di volta in volta sono stati invitati agli incontri organizzati, nei quali hanno potuto rivolgere con molta tranquillità diverse domande.

In tutta sincerità, da un uomo abituato a ricoprire nella sua lunga e brillante carriera altissimi ruoli istituzionali, ci aspettavamo un profilo molto formale, ed invece, nelle occasioni in cui il Presidente Draghi si è offerto alla stampa, è apparso molto “alla mano” badando alla concretezza e usando un linguaggio informale e immediatamente comprensibile.

E’ forse stato questo suo atteggiamento sorprendentemente “popolare” che lo ha indotto in più di un’occasione a commettere delle leggerezze che, come era ovvio accadesse, non potevano passare inosservate.

Nell’ultima conferenza stampa, quando in modo accorato richiamava la coscienza dei così detti “furbetti del vaccino” che si sono fatti vaccinare prima di tante persone anziane ed a rischio, includeva tra loro “la platea degli operatori sanitari che si allarga” invitando esplicitamente a “smetterla di vaccinare chi ha meno di 60 anni, i giovani, i ragazzi, gli psicologi di 35 anni” dimenticando che proprio un suo Decreto, il n. 44 del 01 Aprile  ha stabilito l’obbligo di vaccinazione per gli psicologi, quale requisito essenziale per l’esercizio della professione, anche in studi professionali privati.

Se questa “distrazione” ha sollevato polemiche che si sono consumate tra le mura domestiche, una risonanza internazionale, invece, l’ha avuta l’affermazione fatta in conferenza stampa sul Presidente Turco Erdogan. Il Presidente Draghi, rispondendo ad una domanda che lo invitava a commentare quanto accaduto alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, lasciata senza sedia all’incontro diplomatico ad Ankara, esprimeva tutto il suo rammarico per “l’umiliazione che la Presidente von der Leyen ha dovuto subire” aggiungendo la considerazione per la quale “con questi, chiamiamoli per quel che sono, dittatori, di cui però si ha bisogno, per collaborare, uno deve essere franco, nell’esprimere la propria diversità di vedute, … e pronto a cooperare nell’interesse del proprio Paese”

Senza entrare nel merito delle affermazioni fatte da Draghi, in particolare su quella di Erdogan dittatore, in quanto è palese l’errore commesso sugli psicologi, una considerazione sul patriottismo ritrovato dagli osservatori politici e dagli operatori degli organi d’informazione viene spontanea.  La crisi diplomatica con la Turchia, scatenata dalle parole di Draghi, che rischia di compromettere i rapporti con l’Italia, (che è l’unico Paese dell’Unione Europea ad avere corridoi umanitari col Paese di Erdogan) ma anche le relazioni già complicate con la stessa Unione Europea, di tutto avrebbe bisogno tranne che di feroci attacchi al nostro Presidente del Consiglio.

Una domanda però, come si suol dire, sorge spontanea. Se le stesse affermazioni fatte da Draghi fossero state fatte dal nostro Ministro degli esteri Luigi Di Maio, o anche dall’ex Presidente del consiglio Giuseppe Conte, avremmo assistito allo stesso patriottismo mediatico? Chissà…

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