L’Autore è un imprenditore e scrittore italo-canadese
Il 3 novembre, data delle elezioni del mid-term negli Stati Uniti, è dietro l’angolo. Ricordiamolo: il voto riguarda il Congresso nel suo insieme (quattrocentotrentacinque seggi) e poco più di un terzo del Senato (trentacinque seggi su cento). Siamo agli sgoccioli, i giochi si stanno chiudendo, mentre affannosamente il Presidente Trump vola di qui e di là, facendo comizi a raffica negli stati considerati in bilico. Una tantum, gli tocca pure lavorare sodo: da qualche settimana, infatti, grazie ai sondaggi favorevoli, i Democratici hanno iniziato a sognare in grande.
Stando ai polls, potrebbe verificarsi una marea blu al Congresso, mentre al Senato i Repubblicani rischiano di perdere seggi storici, come in Kansas dominato dal GOP da 94 anni in qua, oppure in Texas, Nebraska, South Carolina, Ohio, Iowa e Alaska, tutti territori esclusivamente Repubblicani da parecchi decenni. Se ciò accadesse, entrambi i rami del potere legislativo avrebbero una maggioranza Democratica.
Vero? Falso? Possibile? Probabile? Difficile dirlo oggi, sia perché i Repubblicani sono noti per le loro spettacolari rimonte elettorali – già viste in passato – sia perché in alcuni stati i margini sono serratissimi. Infine perché il GOP, grazie al magnanimo e inestinguibile borsellino di Elon Musk, gode di fondi finanziari cinque volte superiori a quelli di cui dispongono i candidati Dem.
Prudenza dunque.
E l’asso nella manica? Ora ci arriviamo.
Mettiamo il caso che, effettivamente, i Democratici conquistino cinque seggi al Senato (tanto basterebbe per averne la maggioranza) e che ottengano con largo scarto anche la maggioranza al Congresso (possibilità percentuali assai più ampie che al Senato). Vittoria netta e tutto semplice? Come dire… a partire dal 4 novembre impeachment immediati per Donald Trump e Pete Hegseth, nonché commissioni parlamentari d’inchiesta a tutto spiano su corruzione, dazi, guerre, misfatti ICE (abusi nei confronti di immigrati e anche cittadini americani)?
Nossignore! Innanzitutto, secondo la costituzione, i nuovi assetti delle due Camere entrerebbero in vigore a partire dal 3 gennaio 2027, data in cui Mike Johnson, lo “Speaker” del Congresso (l’equivalente del Presidente della Camera italiano) dovrebbe certificare i risultati elettorali del mid-term. E qui, come si dice, cade l’asino. In tutti i sensi, visto che il simbolo del partito Democratico è proprio un asinello.
Il 10 settembre di quest’anno, in un discorso alla Trump Convention in Texas, Mike Johnson ha testualmente detto: “Non possiamo, e non permetteremo, che i Democratici abbiano la maggioranza al Congresso”. Minaccia reale, oppure fanfaronata elettorale?
Lo vedremo quel giorno, ma le parole di Mike Johnson potrebbero essere il preludio alla contromossa di Trump per rovesciare il responso del voto. Già, perché c’è un inghippo a cui il Ciuffo-in-chief, assieme ai membri MAGA del GOP, potrebbero far ricorso per bloccare la nomina degli eletti.
Il come è presto detto: lo Speaker Mike Johnson potrebbe, in virtù di un’oscura procedura del Congresso (Regola II, clausola 1 delle “Rules of the House of Representatives”), rimuovere l’attuale Clerk – funzionario legislativo del Congresso, di norma e da sempre bipartisan – rimpiazzandolo con un “lealista” trumpiano. Tra le sue funzioni, il Clerk è preposto a redigere i ruoli degli eletti, a verificarne le credenziali e poi, all’apertura delle Camere dopo una tornata elettorale, a chiamare a uno a uno tutti gli eletti, immediatamente dopo ufficialmente accettati e nominati dallo Speaker. In questo caso, il 3 gennaio 2027, tale Clerk “lealista” potrebbe omettere di certificare i neoeletti Dem, rifiutando di iscriverli nel “ruolo”, così negando la maggioranza al partito Democratico e, anzi, certificando di fatto una nuova maggioranza Repubblicana.
Inficiato in tal modo il risultato elettorale, si verrebbe a creare una crisi costituzionale paralizzante, mai sperimentata prima nella storia parlamentare degli Stati Uniti. Si può legittimamente prevedere che una corte Federale (di un qualsivoglia stato) interverrebbe con una sentenza che ingiunga al nuovo Clerk di ratificare l’assegnazione dei seggi ai neoeletti. Va da sé che, immediatamente dopo, Trump e la sua gang impugnerebbero tale sentenza, sottoponendola alla Corte Suprema (SCOTUS) la quale dovrebbe decidere in via definitiva sulla costituzionalità della procedura di cui sopra.
Nel passato recente abbiamo imparato a diffidare della SCOTUS in cui sei giudici su nove sono di fede repubblicana, tre dei quali direttamente nominati da Trump e a lui fedelissimi (Brett Cavanaugh, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett).
Due opzioni e due domande: se la SCOTUS decidesse che la mossa di Mike Johnson è costituzionalmente corretta, quali azioni prenderebbero gli elettori americani, dopo aver dimostrato a suon di voti di volere voltare pagina con una maggioranza Democratica? E se, viceversa, la Corte Suprema respingesse il ricorso del Governo, obbligando quindi il Clerk ad accettare e nominare i nuovi membri delle due Camere, cosa si inventerebbe Trump con i Proud Boys e gli Oath Keppers, due delle famigerate milizie che assaltarono il Congresso il 6 gennaio 2021, moltissimi dei quali ora arruolati come poliziotti nell’ICE?
Qualunque sarà la decisione della Corte Suprema, di sicuro nessuno dei due fronti, progressista o conservatore, se ne starà con le mani in mano. I fiori nei cannoni, di antica memoria hippie, sono appassiti da lungo tempo.
