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Elezioni in Bulgaria. E se Radev fosse un pragmatico?

La UE ha sbloccato i 90mld per l'Ucraina e la nuova Bulgaria non ha mosso un dito

by Luigi Gravagnuolo
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Alle ottave elezioni politiche in cinque anni l’ha spuntata con largo margine – 131 seggi su 240 – il già Presidente Rumen Radev, del partito Bulgaria Progressista, dimessosi dalla carica di Presidente proprio per partecipare alla contesa elettorale per la premiership. Con questi numeri potrà governare senza dover ricorrere a precarie mediazioni, com’è invece successo ai suoi predecessori nel quinquennio appena trascorso.

Lui, Rumen Radev, generale dell’aeronautica, storicamente legato alla Russia, è stato immediatamente etichettato – con preoccupazione dalla stampa euroccidentale, con euforia da quella russofila – come il nuovo Orban. Della serie: saltato un Orban ne abbiamo trovato un altro; o ne hanno trovato un altro, a seconda del punto di vista.

Dobbiamo dunque aspettarci nuovi veti in sede UE e NATO, rinnovati ammiccamenti a Putin, ancora deleteri impedimenti e freni alla conduzione della politica estera europea? Grosso modo è questa la lettura più accreditata in queste ore. La più accreditata, non necessariamente la più persuasiva.

Cominciamo con l’inquadrare la vittoria di Radev nel contesto slavo-balcanico, lo stesso che ha visto vincere recentemente le elezioni in Moldavia e in Ungheria a leader politici filo-UE, o sedicenti tali.

Il dato comune che caratterizza tutti i sistemi politici dell’area slavo-balcanica, includendovi l’Ucraina, la Georgia, la Serbia e la stessa Russia, è la corruzione delle classi dirigenti. Eredità della tirannide burocratica dell’era staliniana e della destalinizzazione, con i vecchi burocrati comunisti che si sono accaparrati le ricchezze prima ‘collettivizzate’ trasformandosi nelle odierne oligarchie mafiose. Conseguentemente è comune in tutti questi Paesi l’insofferenza dei cittadini verso i nuovi detentori del potere, con l’esplosione di proteste di massa, animate soprattutto dai giovani. Le piazze chiedono trasparenza e libertà, estromissione delle mafie dai governi e adesione all’UE, vista come tutela contro i rigurgiti delle oligarchie.

Ancora, comune a questi Paesi è il carattere episodico delle loro esperienze democratiche. Negli ultimi trecento anni l’Ungheria, già componente dell’Impero Austro-Ungarico, ha avuto sì e no una quarantina di anni di assetti democratici; peraltro di breve durata e non ininterrotti. L’Ucraina sta pagando col sangue la sua aspirazione a far parte integrante del mondo libero, ma è una nazione recente, senza un vero passato democratico, con fragile coesione interna tra le sue diverse componenti etniche, che solo con l’attuale guerra di indipendenza dalla Russia si stanno amalgamando.

Inevitabile che le oligarchie, minacciate o estromesse dal potere dal combinato disposto delle proteste di piazza e delle libere elezioni, reagiscano con rabbia, trovando a loro volta tutela nel Cremlino e consenso nei settori della popolazione meno istruiti e delle campagne.

Le popolazioni slavo-balcaniche vivono da secoli sotto regimi dispotici, seguono le loro chiese cristiano-ortodosse, tradizionaliste sul terreno delle libertà civili e fiancheggiatrici dei loro governi fin dai tempi di Costantinopoli. Insomma, per parti rilevanti delle società euro-orientali lo stato di diritto non è necessariamente un valore positivo. Tanto meno conosciuto e sperimentato.

E veniamo alla Bulgaria. Dominata dai Turchi ottomani per cinque secoli, dal 1393 al 1908, protagonista delle guerre di liberazione dai Turchi con il sostegno decisivo degli Zar nel XIX, sempre retta da governi autoritari con rarissimi intervalli di istituzioni democratiche, non necessariamente guarda all’Europa come a una realtà preferibile alla propria storia. Questo è piuttosto un anelito presente nei giovani e nelle classi emergenti, che hanno animato le proteste di massa dello scorso dicembre, determinando le dimissioni del capo del governo Boyko Borissov, corrottissimo esponente della vecchia guardia postsovietica.

Rumen Radev ha profittato delle proteste dello scorso dicembre, facendone proprie le motivazioni di lotta alla corruzione e nel contempo rassicurando la società tradizionale bulgara, con ammiccamenti verso Mosca e il tradizionalismo ortodosso. Come pure ha giocato sugli inevitabili contraccolpi per l’introduzione dell’euro come moneta ufficiale e l’ingresso conseguente della Bulgaria nell’eurozona, avvenuti il primo gennaio scorso. Qualcuno tra noi ricorderà certamente quanto nel nostro Paese, pur forte di una solida storia democratica, l’introduzione dell’euro abbia inciso nell’esplosione a varie ondate del populismo sovranista.

Ora Radev dispone di una maggioranza ‘bulgara’ in Parlamento e in molti temono. Ma non è affatto detto che ciò sia un male o un danno per l’integrazione europea. La stabilità politica della Bulgaria, paese di frontiera, è vista con favore a Bruxelles. Al di là della propaganda elettorale infatti, Radev, forte della sua maggioranza, avrebbe la possibilità, se volesse, di dare garanzie all’UE, sbloccando così l’attuazione del PNRR e l’ingresso di Sofia nell’area Schengen.

Avrà un reale interesse il nuovo premier di Sofia a isolarsi e a vedersi bloccati i fondi europei per anni? Orban alla fine ha pagato caramente la sua sfida filo-putiniana all’UE. Sarà così ingenuo il nostro da replicare l’esperimento ungherese appena fallito? Ci permetteranno i lettori allarmati dal ‘nuovo Orban’ – o, se filoputiniani, fiduciosi in nuovi ostracismi verso l’Europa – di non essere persuasi della ventilata traiettoria antieuropea di Rumen Radev.

Intanto ieri la Commissione europea ha sbloccato il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, prima congelato per il veto di Orban, ed ha varato il ventesimo pacchetto di sanzioni verso la Russia senza che la nuova Bulgaria di Radev abbia mosso un dito. Qualcosa vorrà pur dire!

 

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