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Facciamo il punto tra ballottaggi, legge elettorale e politica estera

uno scranno a Roma vale bene un governo senza coesione

by Luigi Gravagnuolo
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A voler esaminare la conclusione delle amministrative 2026 in Italia non è che ci sia molto da scervellarsi. I ballottaggi hanno confermato quanto già il primo turno aveva detto. Si è trattato di un sostanziale pareggio tra centrodestra e centrosinistra, senza trascurare il trend in crescita del civismo. Come d’altra parte è pure giusto. In fondo si tratta di scegliere i propri amministratori comunali. Destra e sinistra c’entrano fino a un certo punto.

Ad ogni buon conto è stato pareggio, come pareggio danno in chiave politica nazionale tutti i sondaggi. La politica italiana si interroga quindi sulle politiche del prossimo anno e ciascun partito o coalizione comincia ad attrezzarsi per la sfida alle porte. Con un vantaggio per la maggioranza parlamentare. Se pareggio si prospetta, come pare, la differenza potrà farla la legge elettorale. E chi può modificarla a proprio utile se non chi ne ha i numeri in Parlamento? Prepariamoci quindi all’ennesima riforma della legge elettorale varata alla vigilia del voto. Secondo antico malcostume italiano.

Intendiamoci, non è che l’attuale Rosatellum sia la migliore legge possibile, da difendere a tutti i costi. Ma quella ora in gestazione alle Camere, con le liste bloccate e la previsione di un premio di maggioranza alla coalizione che superi il 40% dei voti validi, appare davvero esecrabile. Con l’astensionismo ormai cronicizzatosi intorno al 40% del corpo elettorale, significherebbe che il venti percento degli elettori potrà accaparrarsi il controllo bulgaro di Camera e Senato. Per di più con le segreterie dei partiti che ‘nominano’ gli eletti, meri esecutori dei loro ordini.

Ma, al di là del merito della riforma, a noi appare altrettanto se non più grave il fatto che si rischia che essa venga promulgata a poche settimane dal voto. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i meccanismi della politica sa che la forma-partito si adegua alla legge elettorale; quindi, che le dinamiche interne ai partiti variano a seconda del sistema elettorale. Se la parte maggioritaria delle Camere concorda nel suo seno una nuova legge elettorale e la vara alla vigilia del voto si crea inevitabilmente una asimmetria tra i contendenti. Gli uni, sapendo quale legge vareranno, si organizzano per tempo in coerenza con essa; gli altri vi si dovranno adeguare in fretta e furia, con tutti i casini interni che si possono immaginare.

Da tempo, inascoltati da tutti, sosteniamo che ai fini della tutela della vita democratica sarebbe necessario introdurre in Costituzione il divieto di modificare le norme elettorali a meno di un anno dal voto; prevedendo che, in caso di scioglimento anticipato delle Camere subito dopo il varo della nuova legge, si voti col sistema precedente. O, se non questo, quanto meno che si preveda la maggioranza qualificata dei due terzi per l’approvazione di una nuova legge elettorale.

Ma tant’è, la Costituzione consente che si possa approvare una nuova legge elettorale a poche settimane dal voto e con maggioranza semplice. Prepariamoci all’ennesimo blitz nei prossimi mesi.

Eppure mai come in questo periodo sarebbe utile a entrambi gli schieramenti una riforma condivisa del sistema di voto. Le due coalizioni sono entrambe prigioniere delle rispettive contraddizioni interne. Prendiamo la politica estera (ma il ragionamento filerebbe egualmente se prendessimo in esame la politica finanziaria o quella interna).

Lo scorso 5 giugno la nostra Presidente del Consiglio non si è recata a Tivat in Montenegro, dove i leader di tutta Europa si erano convocati allo scopo di discutere sui tempi e le procedure per l’allargamento dell’Unione ai Paesi dei Balcani. Giorgia Meloni, impegnata a Reggio Calabria per i 210 anni dalla fondazione dell’Arma dei Carabinieri, ha disertato il summit. E giù polemiche infuocate su tale scelta. con l’opposizione che ha denunciato la scortesia istituzionale del nostro Governo e il suo isolamento politico in UE e la maggioranza che l’ha invece giustificata in quanto tutti i leader europei, compresi quelli dei Balcani, conoscono nel dettaglio la posizione dell’Italia.

Il summit di Tivat si è poi concluso il sei giugno. Il giorno dopo a Londra i “volenterosi” – Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz – si sono riuniti con Volodymyr Zelensky per discutere della ben più critica vicenda ucraina. E la nostra premier egualmente non ci è andata, o non è stata invitata. Eppure la posizione filo-ucraina dell’Italia è netta, ci sarebbe stata bene in quel contesto. Avete sentito vibrate proteste dal campo largo per l’assenza e il mancato invito a Londra e rizelate difese di ufficio dalla maggioranza? Solo pacati commenti.

Il perché è evidente: sia in maggioranza (leggi Lega), sia nel Campo largo (leggi M5S), ci sono forze che ammiccano senza remore a Putin; o a Trump; o a Trump e a Putin insieme. Lega e M5S frenano sia l’azione del Governo che quella dell’opposizione. Non sarebbe più sensato che gli europeisti filo-Ucraina e i pacidisarmisti cripto putiniani si presentassero al corpo elettorale prospettando apertamente un governo coeso in politica estera? Non è una forzatura illogica che gli uni e gli altri partecipino alle attuali coalizioni? E un governo coerentemente antieuropeo non sarebbe neanche una gran novità. Non abbiamo già avuto il governo ‘giallo-verde’ Conte-Salvini?

Eppure col Rosatellum attuale, e ancor più con la legge elettorale in gestazione, sia i leghisti che i pentastellati saranno costretti a restare negli attuali recinti. Un obbligo dettato dalla convenienza. Restando lì i candidati della Lega e del M5S avranno più chance di essere eletti. E uno scranno a Roma vale bene un governo senza coesione.

 

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