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Grand Jury a Washington, inquietanti manovre

Forse in vista delle elezioni di mid-term negli USA?

by Guido S. Mondino
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Il Dipartimento di Giustizia con la mega foto del “caro Leader” sulla facciata (Washington).

 

L’Autore è un imprenditore e scrittore italo-canadese.

 

Ricordate il saluto di Jack Posobiec, al congresso dei conservatori (CPAC) del 21 febbraio 2024? “Benvenuti alla fine della democrazia. – disse – Siamo qui per rovesciarla definitivamente. Non ce l’abbiamo fatta il 6 gennaio, ma metteremo ogni sforzo per liberarcene”.

Ne scrivemmo qui. Ora siamo quasi alla svolta finale. Allacciate le cinture.

Attraverso Janine Pirro, Avvocato Generale del distretto della Colombia, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, braccio armato delle vendette trumpiane, ha convocato nella capitale uno speciale Grand Jury senza specificarne i motivi.

Si potrebbe fare spallucce pensando che, in fondo, una giuria popolare a Washington è evento di poca rilevanza. Le nostre fonti nella capitale degli USA ci dicono, invece, che questo evento rischia di avere, con le sue future propagazioni, una nefasta portata planetaria. Il motivo di tale convocazione, infatti, sta nella volontà presidenziale di ghigliottinare il sistema elettorale americano. Vediamo come e perché.

Il Grand Jury, pur non avendo potere giudicante ma solo consultivo, è un organo composto da cittadini scelti nelle liste elettorali del distretto di appartenenza del tribunale. Di consuetudine, una “giuria popolare speciale”, come questa, viene unicamente convocata per casi di “cospirazione e attività criminali organizzate” (pensate a quella indetta per Al Capone). Il suo ruolo è di “analizzare se gli argomenti e le prove addotte dal Procuratore distrettuale costituiscano, di fatto, causa sufficiente per determinare l’esistenza di un crimine”. Da notare che gli avvocati di parte, o il Procuratore stesso, possono ricusare un membro qualsiasi della giuria “se esiste il dubbio che il suddetto membro abbia dei pregiudizi personali nei confronti della causa in questione”. Torneremo su questo punto.

In secondo luogo, un Grand Jury del distretto della Colombia (un fazzoletto di terra che include la sola città di Washington) differisce dalle normali giurie popolari perché possiede il raro potere di emettere un rapporto investigativo pubblico (mentre i rapporti delle giurie popolari degli altri Stati restano segreti), anche se i pubblici ministeri non ottengono prove penali. Per determinare se vi sia, o vi sia stato, un “probabile crimine”, al Procuratore basta che la giuria voti con maggioranza semplice, il 51%, ossia dodici membri su ventitre. Avete letto bene: “a maggioranza semplice e anche in assenza di prove penali”. Un altro campanello d’allarme a cui prestare dovuta attenzione.

Terzo punto, Janine Pirro. Grande sostenitrice di Trump, e da lui fatta nominare al suo attuale ruolo, da sempre appoggia, ritrasmette e amplifica le teorie complottiste del Presidente. Quando era un’ascoltata voce di Fox News (come Pete Hegseth), sosteneva pubblicamente che le elezioni presidenziali del 2020 erano state “rubate” dai Democratici e che le “interferenze” della Cina vi avevano giocato un ruolo fondamentale. Si badi bene che, nel 2021, sia i Servizi di Intelligence congiunti, sia il Dipartimento di Giustizia che quello della Home Land Security (Ministero degli Interni), dopo approfondite indagini avevano concluso che la teoria delle interferenze (elezioni vinte da Joe Biden) era priva di qualsiasi fondamento.

L’attuale convocazione di una giuria popolare speciale, infine, arriva proprio nel momento in cui Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, dopo molte lotte politiche in Senato, è riuscito a farsi nominare Ministro della Giustizia. Sia lui che Janine Pirro sono ora sotto pressione da parte del Presidente per portare avanti vendette politiche e casi giuridici che The Donald “esige” (sic!) siano conclusi secondo la sua personale visione della giustizia.

Che per Trump esista solo la sua verità, mentre tutto il resto sono “fake news”, lo sanno anche i bambini dell’asilo. Non gli basta sostere che le elezioni 2020 furono truccate; adesso attacca anche il sistema elettorale che, definito come una macchina corrotta, va cambiato. Lo scopo, nemmeno tanto nascosto, è di escludere dal voto minoranze etniche e sociali, nonché grandi bacini elettorali Democratici. Facile vedere come, con il Grand Jury, si intenda ora trasformare una teoria complottista in un atto politico nero su bianco.

Il come farlo viene da sé. Lo avete sicuramente già intuito.

Prima di tutto lo si fa attraverso chi dirige il gioco, ovvero i due soprannominati burattini, Todd Blanche e Janine Pirro. Devoti al Presidente fino al midollo, sono fantocci capaci di sostenere ogni menzogna di Trump e tutte le sue balzane teorie.

In secondo luogo, non esistendo una controparte, gli avvocati che esporranno il caso delle presunte elezioni truccate alla giuria popolare saranno quelli del Governo. In altre parole, Trump stesso. Essi, come anche il Procuratore (Janine Pirro) possono ricusare i membri della giuria popolare ad libitum, finché non saranno certi che almeno due terzi dei ventitre membri siano simpatizzanti della destra ultraconservatrice. Dato che avvocati e Procuratore sono marionette manovrate dal tira-fili della Casa Bianca, avete capito dove si va a parare.

Per il Grand Jury, arrivare a concludere che le elezioni 2020 furono manipolate sarà un giochetto da ragazzi. Dopo la pubblicazione del rapporto finale, The Donald potrà urlare ai quattro venti che ha ragione lui nel sostenere che la macchina elettorale fa acqua da tutte le parti e che il sistema è permeabile a ingerenze straniere: “Siamo davanti a una situazione estremamente pericolosa – dirà – per cui promulgherò un decreto di emergenza nazionale con il quale si assegnano poteri speciali al Governo, perlomeno finché tale emergenza durerà”.

Qui arriviamo al nocciolo della questione: nei sondaggi Trump è in caduta libera a causa della guerra in Iran, dell’economia danneggiata dai dazi, del costo della vita, della macchina corruttiva messa in piedi da lui e dalla sua famiglia e di tutte le farlocche promesse elettorali, ovviamente mai mantenute. Tra poco meno di tre mesi, le elezioni del mid-term con ogni probabilità assegnerebbero la maggioranza ai Democratici, sia al Congresso che al Senato e ciò si tradurrebbe, inevitabilmente, in una sequenza di “impeachment” sia per il Presidente che per alcuni dei suoi ministri.

E cosa fa un aspirante dittatore, da sempre dichiaratosi ammiratore di Hitler, Putin, Kim Jong Un e compagnia bella? Se le elezioni di metà mandato sono l’ostacolo alla corona d’Imperatore delle Americhe (Venezuela incluso, magari con Canada e Groenlandia a ingrossare il regno), allora basta stroncarle sul nascere. Per farlo occorre poter dichiarare un’emergenza di sicurezza nazionale: quale miglior prova che il rapporto di una giuria popolare, adeguatamente oliata, comprovante che le intrusioni straniere sono una minaccia concreta in un sistema elettorale colabrodo? Se poi ci aggiungiamo anche l’immunità garantita al Presidente dalla Corte Suprema allorché si tratta di interessi nazionali… il piatto è servito.

Con un National Emergency Act, le elezioni del mid-term saranno rinviate sine die. E con tanto di piano B: infatti, nel malaugurato caso che il rapporto del Grand Jury non arrivasse entro ottobre, si potrà agire anche dopo, invalidando l’esito delle urne novembrine, usando cioè il facile pretesto che vi è stata interferenza da Pechino o chissà dove.

Vedremo e intanto incrociamo le dita.  

Che le elezioni siano rinviate, oppure annullate retroattivamente, alla fin fine purtoppo poco cambia. Per prevedere cosa succederà “dopo” ci vorrebbe la classica sfera di cristallo, ma non è difficile immaginare la possibilità di scenari dalle tinte assai fosche, incluso quello di rivolte o addirittura di una guerra civile. A meno di eventi straordinari, occorrerà un intervento divino per scongiurare lo scorrere del sangue nelle strade che molte generazioni hanno fantasticato di percorrere nel proprio “american dream”. 

 

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