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“I giorni di Napoli”

la voce di Bellini rivive a Vietri tra memoria, belcanto e poesia

by Rosita Gargano
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Tutto ha inizio in una sera d’estate, con il canto delle cicale in lontananza, una terrazza affacciata sul Mediterraneo e lo sguardo rivolto verso una città che, come Napoli, vive del suo rapporto eterno con il mare e con i popoli. È da questa suggestione che prende avvio il viaggio di I giorni di Napoli, lo spettacolo andato in scena nella splendida cornice della Villa Comunale di Vietri sul Mare nell’ambito della 29ª edizione dei Concerti dEstate di Villa Guariglia.

«Mettiamoci in viaggio». È l’invito rivolto al pubblico dalla giornalista Concita De Luca, recentemente eletta nel Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, che apre idealmente le porte di un racconto sospeso tra parole, note e memoria.

Un viaggio che unisce idealmente Salerno e Napoli, «due città sorelle, figlie della stessa madre, la Campania», come ha ricordato la giornalista, richiamando la citazione da “Io, la Campania. Autobiografia di una regione meravigliosa” scritto dal giornalista e scrittore Paolo Romano, il senso profondo di un progetto che supera il concetto di semplice festival per diventare esperienza culturale.

A rendere possibile questo incontro è la visione di Antonia Willburger, anima dei Concerti dEstate di Villa Guariglia, che da 29 anni costruisce con passione un percorso artistico capace di intrecciare linguaggi diversi e di portare sul territorio grandi protagonisti della scena musicale e culturale. «Questo spettacolo – ha spiegato la direttrice artistica – nasce dal sodalizio con Francesco Nicolosi, che ha seguito il Festival per oltre dieci anni e che ha accolto con grande entusiasmo questa nuova proposta artistica».

Sul palco prende forma un dialogo straordinario tra tre voci: quella narrante di Maurizio de Giovanni, il pianoforte di Francesco Nicolosi e il canto del soprano Juliette Di Bello. Un incontro nel quale la parola non introduce semplicemente la musica, ma diventa essa stessa materia sonora, capace di preparare, evocare e amplificare ogni emozione.

Il racconto immaginato da de Giovanni è una lettera che il giovane Vincenzo Bellini, il “cigno di Catania”, indirizza all’amico Francesco. Attraverso questa forma epistolare, lo scrittore restituisce il volto più umano del compositore, lontano dall’immagine celebrativa del genio, per raccontare un uomo attraversato dall’amore, dalla perdita, dalla ricerca artistica e dal bisogno di dare un senso al dolore.

La voce di De Giovanni conduce il pubblico nella Napoli ottocentesca, una città che non è soltanto scenario, ma protagonista assoluta. «Napoli non si spiega, si ascolta», scrive l’autore. Ed è proprio un suono, una voce proveniente da una finestra, a cambiare per sempre il modo di percepire la città da parte di Bellini.

È la voce di Teresa, una giovane donna che canta dalle imposte socchiuse, fragile e potente allo stesso tempo. Una voce destinata a trasformarsi in simbolo di Napoli stessa: «Non c’è nota che scriverò nel resto della mia vita che non porti qualcosa di lei». Una frase che racchiude il senso più profondo dello spettacolo: la musica come memoria, come traccia indelebile di ciò che non può più tornare.

Il viaggio musicale si apre con Qui la voce sua soave di Bellini. La voce cristallina di Juliette Di Bello emerge sul delicato preludio pianistico come una presenza sospesa, quasi una figura uscita da un dipinto rinascimentale. Una voce capace di unire purezza e intensità, fino a evocare quella dimensione quasi “sirena” che appartiene da sempre all’immaginario partenopeo.

Il pianoforte di Francesco Nicolosi diventa quindi il luogo in cui il canto sembra rinascere. Attraverso le pagine dell’Art du chant appliqué au piano” op. 70 di Sigismond Thalberg, il Maestro restituisce il miracolo di una tastiera capace di respirare come una voce umana. La celebre tecnica delle “tre mani” di Thalberg, con la melodia che emerge limpida tra arpeggi e accompagnamenti, trasforma il pianoforte in un vero strumento vocale.

La scrittura pianistica di Thalberg, nata per superare i limiti percussivi dello strumento e raggiungere il fraseggio del canto, trova in Nicolosi un interprete ideale. Il pianista riesce a far “cantare” la tastiera, restituendo tutta la nobiltà melodica di Bellini.

Nel racconto di De Giovanni, Teresa diventa Napoli: una città che conosce il dolore ma sa trasformarlo in bellezza. «Una voce, quando tocca davvero, non sparisce. Si fa vento, si fa eco, si fa musica». È uno dei passaggi più intensi della serata, perché racchiude il potere dell’arte di trasformare l’assenza in presenza.

La musica prosegue con Casta divadalla Norma, Ah, non credea mirarti e Oh quante volte, oh quante, pagine nelle quali la voce di Juliette Di Bello e il pianoforte di Nicolosi costruiscono un dialogo di rara sensibilità.

Ma il racconto attraversa anche il tempo storico di Bellini, una Napoli attraversata dagli ideali di libertà e dai fermenti costituzionali. In questo passaggio emerge una riflessione sul ruolo dell’arte: la musica non è soltanto bellezza, ma può diventare coscienza, partecipazione, persino rivoluzione. «Sento che la musica può partecipare a questo risveglio», scrive de Giovanni, affidando alle note la capacità di dare voce a un sentimento collettivo.

La seconda parte dello spettacolo conduce verso una riflessione ancora più universale. Bellini non chiede di essere ricordato soltanto per la perfezione della sua musica, ma per essere stato un uomo capace di sentire e comprendere il dolore degli altri. «Ho capito a cosa serve davvero la musica: a sopportare quello che non possiamo cambiare».

A chiudere il percorso è il virtuosismo del Grand Caprice sur des motifs de lopéra La Sonnambula” op. 46 di Thalberg, una pagina che esalta il talento di Nicolosi e il suo straordinario rapporto con il repertorio belliniano. Un riconoscimento che trova conferma anche nel prestigioso Bellini d’Oro, attribuito al pianista per il suo contributo alla diffusione dell’opera di Vincenzo Bellini, premio riservato nella storia a grandi interpreti vocali come Maria Callas e Luciano Pavarotti.

Un concerto a tre voci che ha conquistato il pubblico con un’intensa partecipazione emotiva. La narrazione di Maurizio De Giovanni, il pianoforte di Francesco Nicolosi e la voce luminosa di Juliette Di Bello si sono fusi in un equilibrio artistico raro, trasformando una serata musicale in un’esperienza teatrale e poetica.

Gli applausi finali hanno richiamato gli artisti sul palco per un bis affidato a Fenesta ca lucive”, richiamando ancora una volta quella finestra, quella voce e quella Napoli capace di trasformare ogni dolore in canto.

Per una notte, a Vietri sul Mare, la musica ha dimostrato ancora una volta ciò che Bellini aveva intuito: «La musica è immortale, perché suscita lo stesso sentimento al di là del tempo e dello spazio in chi lascolta.»

 

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