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Industria 4.0: complicità uomo-macchina

by Rosario Muto
rapporto uomo-macchina

L’intelligenza artificiale si può rivelare una solida opportunità, purché le aziende sappiano sviluppare un dialogo costruttivo fra la creatività umana e le tecnologie intelligenti, in modo che vi sia uno scambio di dati ed informazioni tale da permettere l’elaborazione di progetti indirizzati non solo ad una maggiore efficienza, ma anche alla creazione di nuove forme di crescita ed innovazione.
Abbiamo tanta tecnologia che però rischiamo di vanificare attraverso una formazione scarsa; se favoriamo l’incontro fra tecnologia e formazione culturale si riesce a determinare quella collaborazione uomo- macchina per il reale traino degli affari nella quarta rivoluzione industriale: industria 4.0.
L’Industria 4.0 è la teorizzazione di un paradigma manifatturiero basato su sistemi informatici in grado di interagire con i sistemi fisici in cui operano, che sono dotati di capacità computazionale, di comunicazione e di controllo.
L’innovazione tecnologica deve essere utilizzata per sviluppare prodotti e servizi diversi e non concepita erroneamente per abbassare solo i costi, affinché si possano cogliere risultati importanti attesi.
Il mondo delle fabbriche è alla soglia di una trasformazione profonda. Un cambio di paradigma, una rottura tecnologica senza precedenti. Una rivoluzione culturale che cambia il modo di pensare e di lavorare.
Ma senza favorire la complicità uomo-macchina, attraverso un piano di formazione diffusa guidata dallo Stato in collaborazione con tutti i cosiddetti stakeholder, il tutto rischia di essere vanificato.

Al recente World Economic Forum di Davos, non a caso, è stato presentato un interessante studio su questa specifica questione:
“Reworking the Revolution: Are you ready to compete as intelligent technology meets human ingenuity to create the future workforce?”
Entro il 2022, se il patrimonio umano verrà per così dire “rilavorato” per incontrare le nuove esigenze del manufacturing, sono stati stimati su base mondiale i seguenti clamorosi dati:
1. Incremento sui ricavi del 38% e sull’occupazione del 10% per l’industria, in senso generale.
2. Crescita fino al 50% nei settori dei beni di consumo e della salute.
3. Profitti globali stimati fino a circa US$4, 8 trilioni.

Il nostro Paese, alle spalle della inattaccabile Germania, si contende con la Francia la piazza d’onore nella industrializzazione e produzione dei beni, sia di consumo e sia ad alto valore aggiunto.
Sono stati predisposti dal governo sensibili facilitazioni per l’acquisizione di macchine (ammortamenti ed iper-ammortamenti), strumenti e processi innovativi; ma restiamo al palo per quanto riguarda gli investimenti sul pur notevole patrimonio umano che abbiamo a disposizione.
E con “zero formazione” si rischia di derubricare le acquisizioni previste da parte delle imprese, le quali hanno poi bisogno di ricorrere a società di consulenza per far funzionare ed utilizzare i nuovi macchinari digitali.
Difficoltà che crescono quando ci spostiamo nel contesto “down-size” delle piccole e medie imprese, che costituiscono ancora l’asse portante dell’imprenditoria nostrana.
Eppure, la tecnologia deve essere considerata una vera e propria leva di business e non semplicemente un fattore abilitante.

Scorriamo insieme alcune osservazioni con qualche dato a supporto:
• per il 67% dei top manager italiani la nuova tecnologia è strategica per la competitività sul mercato, ma solo il 5% di essi ha previsto un significativo investimento per riqualificare le competenze dei propri collaboratori;
• per l’80% dei lavoratori la partecipazione con politiche attive ad industria 4.0 può riflettersi positivamente sull’occupazione, sull’organizzazione interna e sullo stile di vita.
Inoltre, emerge sempre più la necessità di imparare a gestire la cosiddetta forza lavoro liquida da indirizzare in funzione degli obiettivi e dei progetti.
Segnali confortanti arrivano anche dalle università che stanno istruendo corsi di laura delle competenze variegate con l’obbligo di formare i giovani.

Anche questa volta, si ha la sensazione che il Paese reale sia più avanti, comprenda l’occasione da non perdere e stia maturando la consapevolezza che l’implementazione della tecnologia debba essere progettata ma anche guidata.
Con responsabilità sociale d’impresa e con uno Stato innovatore, ma proteso anche a creare mercato, ripensiamo al lavoro partendo dalle competenze delle persone al di là degli steccati di ruolo; sviluppiamo un ambiente sempre più inclusivo bilanciando la necessità di automatizzare il lavoro con quella di valorizzare le competenze delle persone.
Nelle strutture organizzative delle fabbriche, degli uffici e strutture pubbliche, dei servizi sarà fondamentale il confronto di competenze fra le diverse generazioni in modo che la profonda conoscenza del business si combini con una preparazione innovativa e composita.
Il Paese deve riversare i propri sforzi, in questo momento di snodo strategico, sulle politiche attive per il lavoro, favorendo l’incontro domanda-offerta, a tutti noto, ma che impedisce ancora oggi alle imprese di reperire ruoli e profili necessari, nonostante i tanti giovani ed i “middle-age” disoccupati e/o inoccupati disponibili sul mercato.

di Rosario Muto

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