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La masseria Ferraioli. Presidio di cittadinanza attiva

by Giulio Espero
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Ci si arriva attraverso una stradina di cui probabilmente molti afragolesi hanno perso la memoria. Un lembo di territorio rimasto incredibilmente intatto, incastrato com’è tra i grandi insediamenti commerciali dell’Ikea, di Leroy Merlin e l’autostrada per Roma. Una volta era conosciuta con il nome di Masseria Magliulo, dal nome del clan camorristico egemone ad Afragola negli anni settanta.

Dopo un lungo e tortuoso iter, la masseria è stata prima sequestrata, definitivamente confiscata ed infine assegnata all’amministrazione comunale che, dopo un bando pubblico nel 2015, lo affidava in gestione a una rete formata da cinque partner: Il Consorzio di Cooperative sociali “Terzo Settore“, la CGIL dell’Area metropolitana di Napoli; La Cooperativa sociale “L’uomo e il legno“, La Cooperativa Giancarlo Siani ed infine l’Associazione di volontariato “Sott’e’ncoppa“, che, come si legge dal loro sito, interagiscono secondo ruoli e competenze diverse.

La masseria è davvero grande, pare sia il bene confiscato più grande dell’area metropolitana di Napoli.

12 ettari, pari a 120.000 metri quadri, suddivisi tra pescheti, orti e la masseria vera e propria che, seppure diroccata e fatiscente, conserva ancora la fisionomia delle “fabbriche agricole” della Terra di Lavoro. L’aia immensa per lo stoccaggio e la trasformazione dei prodotti agricoli, i depositi e gli alloggi dei braccianti al piano terra, ed al piano superiore l’abitazione del padrone. (in Liburia l’organizzazione sociale del mondo agricolo ha conservato impostazioni borboniche sino al secondo dopoguerra, il titolare è sempre stato o padrone).

Mi accoglie il giovane e determinato Gianluca, che una volta terminata l’assemblea con la quale periodicamente i conduttori si confrontano sulle modalità di gestione, mi illustra con competenza e malcelato orgoglio la storia, l’organizzazione, le prospettive ed i progetti in cantiere.

Nomen omen dicevano i latini: hanno deciso di sostituire il nome dei Magliulo, che da queste parti si pronuncia ancora sottovoce, con quello di Antonio Esposito Ferraioli, cuoco, scout e sindacalista della CGIL, vittima minore, per così dire, della camorra, ammazzato barbaramente con due colpi di lupara alla schiena a Pagani nel 1978, lo stesso anno degli assassinii di Aldo Moro e Peppino Impastato.

La masseria è obiettivamente grande dicevamo, circondata ai confini da alberi secolari, che la nascondono dagli orrendi edifici industriali in gran parte dismessi caratterizzanti lo scenario urbano circostante. È un terreno ampio, leggermente declinante verso il Vesuvio che le fa da sfondo imponente, dove il silenzio e lo spazio la fanno da padrone; l’atmosfera è quasi bucolica: riesce difficile immaginare di trovarsi invece in uno dei territori più devastati dalla speculazione edilizia di tutto il Paese.

C’è un grande pescheto, abbandonato da tempo e che si sta cercando di rimettere in produzione, il frutteto di nuovo impianto dove si sono dovute mettere a dimora due volte centinaia di alberelli dopo che “ignoti” hanno provveduto ad estirparle di notte all’indomani della piantumazione (frutto, è bene ricordarlo di donazione di aziende orticole private).

E poi la parte più interessante, gli orti urbani. Cento piccoli appezzamenti di circa 50 mq ciascuno (preso ne diverranno 140, tante sono le richieste di assegnazione) delimitati da esili recinzioni, dove gli assegnatari (a titolo gratuito e per un periodo limitato) possono dilettarsi a coltivare in proprio gli ortaggi preferiti. Frequentazione molto trasversale, variamente suddivisa tra studenti, professori, impiegati, mamme, alternativi, postsessantottini. Tutti, finito il lavoro “ufficiale” vengono qui il pomeriggio, il sabato e la domenica a sudare, zappare, innaffiare e dissodare la terra, con esiti a volte professionali, a volte poco più che dilettanteschi, ma certamente animati da un sano spirito di recupero del valore della terra e del lavoro fisico.

Gianluca ci ha raccontato di chi prova a fare agricoltura biologica, di chi tenta di creare orti sinergici e di chi ha semplicemente chiesto un pezzetto di terra per recuperare una tradizione familiare ormai andata persa.

Si sta creando una piccola comunità civica, molte iniziative hanno avuto un notevole successo (la manifestazione del primo maggio ha attirato più di un migliaio di persone ed ha avuto una discreta eco mediatica) e molte sono in programma (crowdfunding per l’impianto idrico ed una pista di trekking di circa 2 Km).

La masseria Ferraioli viene continuamente visitata da scolaresche di ogni ordine e grado e, prefiggendosi di diventare nel medio termine autosufficiente dal punto di vista della sostenibilità economica, nel lungo periodo si candida ad essere punto di riferimento del territorio per attività di più profondo significato sociale. Ci riferiamo al progetto messo in campo di recente, riguardante il percorso di liberazione per venti donne vittime di violenza domestica, basato sul presupposto che non basta combattere la violenza: bisogna creare, attraverso il lavoro e la formazione, le condizioni affinché le donne possano autodeterminarsi, avere indipendenza economica e decidere autonomamente delle loro vite.

Interessante realtà quella della masseria Ferraioli, non vogliamo utilizzare parole abusate e retoriche quali presidio di legalità. Piace pensare invece a quei meravigliosi seppur rari cortocircuiti che a volte accadono nelle vicende del nostro paese. Un notevole possedimento terriero, miracolosamente scampato alla speculazione edilizia forse proprio perché di proprietà di una dei clan camorristici più feroci della Provincia di Napoli, dopo un percorso lungo, difficile, burocraticamente tortuoso, diviene bene della collettività: in altre parole un presidio di cittadinanza attiva.

di Giulio Espero