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La partita dei popul-poltronisti

by Luigi Gravagnuolo
crisi

In politica, come nella vita, la differenza la fanno i particolari. Quanto all’attuale crisi di governo, c’è un particolare che a tanti sta sfuggendo: i parlamentari pentastellati alla seconda legislatura. Limitiamoci al Senato, dove i numeri di un eventuale Conte ter giallo-rosa sono risicati. Qui i membri del gruppo del M5S sono 35, di questi 22 alla seconda legislatura.

In base alle norme interne del Movimento costoro non sono più candidabili. Sospettabile l’ansia con la quale stanno vivendo questi giorni. Se la corda si spezza e si va al voto per loro è finita l’avventura. Non dico in tutti, ma in qualcuno tra loro deve pur essere forte la tentazione di rompere col Movimento, magari con una scusa nobile, risparmiare il contributo monetario obbligatorio che devono al partito e ripresentarsi poi alle urne con un altro simbolo.

Il motivo ‘nobile’ ci sarebbe: no ad un nuovo governo con Renzi e no anche a governi tecnici o istituzionali, argomenti molto popolari nella base elettorale del Movimento. Insomma, alcuni parlamentari potrebbero essere tentati – a mio parere sono tentati – in questi giorni da una collocazione di opposizione che potrebbe renderli attrattivi verso l’elettorato anticasta che nel ‘13 e nel ‘18 caratterizzò l’exploit del M5S. Hanno anche il leader già pronto ad assumerne la guida, quel Di Battista che, fuori dal Palazzo, scalpita e scalcia come un puledro bloccato in stalla, che vede i suoi amici correre nelle verdi praterie del potere.

Spulciando tra i nomi dei 22, alla seconda legislatura troviamo la Lezzi, Morra, Taverna, Toninelli. Non sono quelli più inquieti in queste ore? Certo, tra i 22 ci sono anche i Crimi, i Cioffi e quelli allineati sulla posizione governista della maggioranza del Movimento. Tuttavia non sarebbe difficile per Di Battista racimolare sei-sette senatori, più che sufficienti per vanificare l’apporto del neo costituito, goffo gruppo Europeisti-Centro Democratico al Conte ter.

Insomma, se il M5S vuole riportare Conte a Palazzo Chigi, rieditando il governo giallo-rosa, deve trovare il modo di stroncare questa fronda. In politica i rimedi si trovano sempre, se si vogliono cercare. Basterebbe, ad esempio, fornire una ‘esatta interpretazione’ del veto alla terza candidatura, ‘chiarendo’ che esso vale solo riguardo alla stessa assemblea; talché l’eletto già per due volte a Palazzo Madama, potrebbe essere candidato a Montecitorio, dove per lui sarebbe la prima volta. E viceversa. Una furbata, certo, ma in democrazia la politica si fa con i numeri e questi, ad oggi ed a poche ore dalla conclusione del giro di esplorazione del Presidente Fico, ad un Conte Ter giallo-rosa mancano.

Analoghi problemi li hanno tutti gli altri partiti, questa volta non per i veti interni alle rispettive formazioni, ma per la riduzione assoluta del numero dei parlamentari. Chi, salvo pochi leader, può sentirsi tranquillo della rielezione?

In breve: mentre Fico esplora soluzioni di governo, i peones di tutti i partiti stanno cercando per sé una collocazione utile a sperare in una rielezione.

Così il centro delle trattative in corso è diventata la legge elettorale. Una legge di tipo proporzionale spinto, con una bassa soglia di sbarramento, potrebbe quanto meno far sperare i naufraghi di potersi aggrappare ad un brandello di relitto, chiamarlo Partito Tal dei Tali, piantarci su una bandiera e tentare così di salvarsi.

E se questo fosse vero, sarebbe ancora più evidente che il nuovo governo non potrebbe mai essere di parte. Le leggi elettorali si fanno insieme, se scopo primario del nuovo governo è vararne una, un governo istituzionale costituirebbe una garanzia più credibile di un governo giallo-rosa. Governo istituzionale, beninteso, che potrebbe essere presieduto dallo stesso Conte, il quale non si farebbe certo scrupolo di coerenze.

In un contesto ‘istituzionale’ se ne starebbero invece all’opposizione i Fratelli d’Italia con qualche transfuga della Lega, e i Dibattistiani, forse aggregandosi con i LeU.

Si dirà che il Mes, l’immigrazione, il fisco ed altri temi rendono impraticabile un governo di ‘tutti-salvo-pochi’. Difficile, non impraticabile. Ci si può accordare su tutto quando si vuole. Un colpo di qua, uno di là e si trova la quadra.

Col governo istituzionale sarebbe, tra l’altro, sicuramente respinta la pretesa illiberale della trimurti Davigo-Travaglio-Bonafede di abrogare di fatto l’istituto della prescrizione. Su questo tema l’intesa sarà facile con tutti, tranne che col grosso del M5S, che è pur sempre uno spin-off di Italia dei Valori, il fu partito dei manettari per vocazione.

Pensateci bene, non sarebbe questo un ottimo assist ai popul-poltronisti per uscirsene e fondare un altro partitino con motivazioni morali? Renzi, Berlusconi, Salvini in maggioranza con Di Maio, Crimi e Zingaretti, sì al Mes, magari parziale ma sì, garantismo sulla giustizia, ridimensionamento del reddito di cittadinanza… motivi più che sufficienti per gridare all’alto tradimento. Saranno quindi loro i veri, i duri, i puri della prima ora e alle elezioni del 2022 o del ‘23 una manciata di parlamentari li raccatteranno. Che vuoi più dalla vita?

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