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La “questione territorio”

by Alessandro Bianchi

L’intervento di Paolo Gentiloni sul Corriere della Sera di alcuni giorni fa a proposito del Recovery Fund, solleva una questione sulla quale è opportuno riflettere attentamente perché ne va del successo o del fallimento dell’intera operazione. “Più che cento progetti per dare segnali a tutti” – dice Gentiloni – “penso sia importante concentrarsi su sette o otto aree di intervento che trascinino il resto”. Nulla di più chiaro nell’enunciazione, quindi si può entrare nel merito dei due punti che la sostengono.

Sul primo – una scelta di prospettiva o il tradizionale assalto alla diligenza – si misurerà quanto vale la classe dirigente del nostro Paese. Se sarà una corsa ad inseguire le proprie convenienze – elettorali, aziendali, populiste, localiste, comunque di parte – allora il disastro sarà annunciato e, per come si è dipanata l’intera vicenda in sede europea, credo segnerebbe il definitivo declassamento dell’Italia rispetto all’Europa.

Augurandoci che questo non accada, dobbiamo puntare l’attenzione sul secondo punto che è il richiamo a ragionare in termini di programmazione, il che non accade da un tempo immemore nel nostro Paese che è stato condizionato da un neo-liberismo economico di stampo provinciale di cui sono evidenti i danni arrecati, ma che ancora oggi sembra non voler demordere nonostante si siano affacciati e consolidati nuovi approcci che propongono un diverso equilibrio tra società, natura ed economia in direzione di modelli di sviluppo sostenibile.

Liberati da quel condizionamento il percorso da intraprendere è chiaro ed univoco: è la messa a punto di un progetto che guardi al futuro dell’Italia con una visione di alto profilo e di lunga prospettiva, una riflessione strategica sull’economia, la società e il territorio del nostro Paese.

Il Recovery Fund con il suo imponente apporto finanziario non solo offre una straordinaria opportunità in questa direzione, ma esige che così venga fatto perché è l’unico modo sensato per cogliere quella opportunità.

Dunque, per seguire l’indicazione di Gentiloni bisogna assumere come riferimento un “Progetto Italia 2030” che indichi le sette-otto aree di intervento (una più, una meno si vedrà) che lo sostanziano e tramite cui attuarlo.

 

In questa auspicabile prospettiva vorrei sottolineare il fatto che vi è una questione aperta e del tutto trascurata, che rappresenta un fattore di forte detrimento per l’intero sistema Paese: è la “questione territorio”, vale a dire la questione che riguarda tutto ciò che ha a che fare con l’ambiente naturale: acqua, aria suolo; con le grandi aree metropolitane, le grandi e medie città e i piccolo centri; con la molteplicità dei paesaggi marini, montani, fluviali; con le reti per la mobilità e la connettività; con il patrimonio archeologico, e architettonico; con il patrimonio edilizio pubblico; con le aree e i manufatti dismessi. Insomma con i luoghi in cui viviamo ogni giorno e che della nostra vita misurano la qualità.

Se ne occupano, in solitudine, alcune prestigiose istituzioni come l’Istituto Nazionale di Urbanistica, il Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Legambiente, il WWF, la Fondazione Symbola, alcuni dipartimenti universitari e moltissime associazioni ambientaliste, anche con apprezzabili risultati per lo più di portata locale, ma nella sostanziale indifferenza delle grandi sedi decisionali: i governi nazionali e i loro ministeri che, per loro natura, dovrebbero essere preposte ad indirizzare e realizzare disegni strategici.  In quelle sedi sembra essersi persa la capacità di guardare al territorio come l’indispensabile supporto al dispiegarsi delle attività economico-produttive, di quelle di servizio e alle relazioni sociali.

E se il territorio è privo di guida, le attività e le relazioni ne risentono in termini di efficienza e di qualità.

Dunque è necessario recuperare quella visione e recuperarla a livello nazionale, affrontando anche il nodo delle sovrapposizioni e delle conflittualità Stato-Regioni a partire dal presupposto che il territorio è, per sua natura, un insieme unitario e come tale va trattato, salvo declinarlo, se e dove sia opportuno, in dimensioni regionali e locali.

E’ la visione che sostenne, ormai cinquanta anni fa, le “Proiezioni territoriali del Progetto ‘80” (non a caso in uno con il “Rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-1975”) vale a dire l’ultimo grande disegno del territorio italiano, che andrebbe ripreso concettualmente e applicato alla situazione attuale in modo che il territorio costituisca non una delle sette-otto aree di intervento di cui stiamo parlando, ma l’area di intervento prioritario, quella alla quale devono fare riferimento le altre per avere dei luoghi in cui dispiegarsi, essere verificabili ed assumere significato.

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