Pianta della Fullonica ritrovata durante lo scavo delle fondazioni delle case operaie.
Accanto al cosiddetto Palazzo De Fusco, già Hotel della Fonte Salutare, Bartolo Longo – che aveva iniziato da oltre un decennio la costruzione del Santuario di Pompei – ispirandosi a esperienze mitteleuropee che oggi potremmo definire di socialismo utopistico, diverso e lontano dal marxismo hegeliano, volle costruire per i tanti lavoratori impegnati a vario titolo nella costruzione del Santuario mariano – ampliato successivamente, negli anni Trenta del Novecento – gli alloggi, poi detti sbrigativamente “case operaie” ubicate poco lontano dal Santuario, ma molto vicine al Palazzo De Fusco, nel podere omonimo.
Queste case circa venti anni fa sono state oggetto di un restauro “ricostruttivo” atipico, ispirato ad una originaria ipotesi progettuale che le immaginava dotate di abbaini nel sottotetto. Una inutile forzatura della autenticità architettonica originaria. Ma non è questo su cui vogliamo scrivere. Durante lo scavo delle fondazioni, iniziato nel 1887, furono rinvenuti i resti archeologici di una grande fullonica pompeiana (una sorta di… lavanderia industriale, per intenderci) e quelli di una tomba più tarda, importante perché testimoniava una prolungata frequentazione del sito valpompeiano.
Del ritrovamento fu data notizia con note e grafici nell’anno 1887 da Ludovico Pepe, autore di Memorie storiche dell’antica Valle di Pompei, e in un numero del maggio 1887 del mensile Il Rosario e la Nuova Pompei, stampato a Valle di Pompei. Le planimetrie della fullonica furono eseguite grazie agli scavi in corso dai tecnici del Direttore degli Scavi di Pompei, l’archeologo Antonio Sogliano, che pubblicò e illustrò i grafici della fullonica in riviste specializzate. E lo storico Ludovico Pepe le inserì in appendice al proprio volume.
Quelle strutture archeologiche dell’antica Pompeii tornarono alla luce negli anni Sessanta del Novecento, in occasione della sistemazione di Piazza Schettini. Il fatto è stato poi ripreso dall’arch. Mariapina Frisini nel volume Bartolo Longo Urbanista a Valle di Pompei, 1876-1926, curato dagli architetti Marco Iuliano e Serena Giuseppina Federico, pubblicato per i tipi della ESI nel 2000.
Dunque, almeno qualcuno tra coloro che hanno messo mano al restauro delle Case Operaie longhiane nei primi anni del Duemila avrebbe potuto assumere notizie della grande fullonica pompeiana, ritrovata per la terza volta (!) durante lavori edili. Essa dimostrava sia la presenza di notevoli portate di acqua corrente fluviale non lontano dalle mura di Pompeii, sia la frequentazione dei luoghi pompeiani anche alcuni secoli dopo la eruzione distruttiva del 79 d.C.
E proponeva una opportunità che soltanto il Visionario Profeta Ispirato che fu Bartolo Longo, oggi Santo, colse scrivendo, nel suo “Mensuale” del maggio 1887 “Il Rosario e la nuova Pompei”, queste parole anticipatrici di una modernità mai più sopravvenuta, rimasta senza epigoni.

Le strutture antiche – in pieno centro città – ri/trovate ancora una volta durante i lavori di restauro, costrinsero il cantiere a fermarsi per alcuni mesi e furono rilevate dai tecnici dell’allora Soprintendente Archeologico di Pompei Piero Guzzo, il quale si occupò di fare interrare di nuovo parte di quelle strutture, lasciando fuori terra soltanto quelle di esse che ricadevano nelle cantine delle Case Operaie (e sono ancora là… nonostante tutto e tutti!).
Il Comune di Pompei, incapace di interlocuzione e proposte, si limitò a mettere mano alla tasca dei Pompeiani risarcendo l’impresa di circa trecentomila euro per il “disturbo” della sospensione dei lavori.
E la cosa è finita lì, purtroppo per Pompei. E per i Pompeiani, incapaci di capire che quel ritrovamento poteva diventare uno dei “siti archeologici urbani” che la Città di Pompei avrebbe potuto vantare per innescare circuiti virtuosi di visita turistica in centro città.
La questione potrebbe riproporsi con il recupero alla visita del “Fondo Iozzino”, oggetto di recenti nuovi studi e ricerche, del sito dionisiaco del Tempio di S. Abbondio – che definire straordinario è poco – venuto alla luce dagli strati vulcanici vesuviani nel 1943 “grazie” a una bomba d’aereo della Seconda guerra mondiale.
La rete dei siti archeologici del centro urbano di Pompei è una visita a portata di… piedi, in circuiti turistici appetibili per i turisti – stranieri e non – che potrebbero essere assistiti da giovani guide turistiche. La Città nuova oggi vanta non soltanto gli Scavi di Pompei, il Santuario e il Campanile, ma – anche grazie all’impegno silente e fattivo dell’Arcivescovo Prelato Pontificio Tommaso Caputo – una Biblioteca affermata e degna di tal nome, una nuova Pinacoteca e, presto, una riedizione del Museo Vulcanologico
Noi di Gente e Territorio – che all’intera questione abbiamo dedicato un convegno pubblico nel 2025, dal titolo Pompei e il suo Territorio: gli Scavi, il Santuario, la Città, con il patrocinio del Ministero della Cultura e la collaborazione del Parco Archeologico di Pompei – dobbiamo limitarci ora a segnalare il fatto alla sensibilità culturale dell’arcivescovo Prelato, del Direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel e, in particolare, del Sindaco di Pompei Giuseppe Tortora, il quale deve porsi come interlocutore interessato, riproponendo l’intesa fertile delle Tre Pompei che agiscono ensemble.
