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Sette settimane che possono cambiare il mondo/3

Midterm USA

by Luigi Gravagnuolo
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Precedenti: Brasile – Israele.

 

Quando si chiuderanno le urne del midterm USA, il prossimo 3 novembre, si saranno già svolti gli scrutini del ballottaggio presidenziale in Brasile e del voto per la Knesset in Israele. Entrambi condizioneranno il voto negli USA.

La ‘conquista’ del Brasile da parte di Trump contribuirà alla sua immagine di ‘vincente’ e, si sa, le opinioni pubbliche oscillano dalla parte dei più forti. Se poi il ‘blocco Netanyahu’ in Israele dovesse superare i 61 seggi e raggiungere la maggioranza assoluta della Knesset non si rafforzerebbe solo la leadership di Bibi N. a Tel Aviv, ma anche quella del tycoon a Washington. Viceversa, un inaspettato recupero di Lula e il mancato raggiungimento della maggioranza da parte di Netanyahu potrebbero rappresentare una sorta di colpo di grazia alla già ferita leadership di Donald Trump. Con una conseguenza di non poco conto: l’esito del midterm si riverbererà sul mondo intero.

La posta in palio per DT è duplice: la maggioranza dei repubblicani in entrambe le Camere e la fedeltà degli eletti dell’elefantino nei suoi confronti. Ce la farà a ottenere entrambe? Vediamo come si profila il voto del midterm, peraltro già in corso per corrispondenza (absentee/mail ballot).

Quale scenario si sta delineando? I sondaggi danno il tycoon in grande difficoltà, a rischio di perdere entrambe le Camere o per lo meno una di esse.

Occorre premettere, o ricordare al nostro lettore, che le dinamiche elettorali negli Stati Uniti sono molto diverse da quelle alle quali siamo abituati qui in Italia. Gli USA sono un puzzle variegato di Stati, etnie, fedi, lobby, famiglie, partiti e correnti interne ad essi. I candidati si contendono Stato per Stato il voto dei neri o quello dei cinesi, dei latinos o degli ebrei, delle donne e dei gay, dei cattolici e degli evangelisti. A voler elencare tutti i gruppi sarebbe più lungo della genealogia di Gesù in Matteo 1,1-16. Ogni segmento della società americana ha la sua lobby e i suoi finanziatori. La novità degli ultimi anni è che sono entrate in gioco anche le lobby arabo-islamiche, con tutto il peso delle loro smisurate disponibilità finanziarie. Non sorprenda se il neoeletto sindaco di New York City sia quel Mamdani, che ha giurato fedeltà alla Costituzione sul Corano nella stazione della metropolitana. O se nel Michigan e in altri Stati le primarie dem siano state vinte da candidati arabo-islamici.

Potenti sono anche i clan familiari. I Kennedy, i Clinton, i Biden, gli Obama, i Pelosi, Carter, Cuomo, Daley per dire solo dei più noti nel campo dem. I Bush, Cheney, Romney, McCain, Kock, quello che resta dei Reagan in campo rep. Come si vede, Donald Trump è un corpo estraneo alle grandi famiglie, un homo novus ancorché miliardario e capo di una famiglia entrata nella scena politica nell’ultimo ventennio con un irrefrenabile bagaglio di aggressività. Sotto questo rispetto, mentre le famiglie dem, salvo qualche falla nei Kennedy, sono compatte nel sostegno ai loro candidati, quelle rep non lo sono. I molto influenti Bush, ad esempio, non fanno mistero di non amare Trump, mai da loro endorsato in nessuna tornata elettorale, sia delle primarie che del voto federale. Per Dick Cheney, Trump «rappresenta la minaccia più grande per la nostra repubblica». Senza farla lunga, molte famiglie repubblicane osteggiano apertamente Trump. Il quale può avvalersi del sostegno dei nuovi poteri, i padroni del digitale e dello spazio, la famiglia Mercer (quella della Cambridge Analytica), gli Andelson di Las Vegas, Murdoch e altre.  

Vediamo ora lo stato attuale dei rapporti di forza al Senato e alla Camera dei Rappresentanti o Congresso. Al Senato – 100 membri, due per ogni Stato – oggi siedono 53 repubblicani e 47 democratici. Maggioranza per Trump, dunque, come al Congresso – 435 membri eletti in quota proporzionale agli abitanti di ogni Stato – 219 repubblicani contro 214 democratici. Il 3 novembre si voterà per 35 dei 100 seggi del Senato. I 65 senatori i cui seggi non sono in palio e che quindi resteranno al loro posto sono oggi 31 rep, 32 dem e 2 indipendenti che spesso votano con i dem. I 35 uscenti sono 22 repubblicani e 13 democratici. Questo significa che l’elefantino parte in vantaggio in ventidue collegi su 35. I dem, per ribaltare i rapporti di forza, dovrebbero confermare i loro tredici e toglierne per lo meno cinque ai repubblicani. Sembra difficile.

Al Congresso invece si vota per tutti i 435 membri, eletti su base proporzionale rispetto alla popolazione in ogni singolo Stato. Qui è più probabile che i dem riescano a prendere la maggioranza, basterà strappare ai rep una decina di seggi su 435 e la Camera sarà a solida maggioranza democratica. Fine della supremazia del tycoon. Trump dovrebbe contrattare con i dem ogni volta che volesse far approvare una sua legge. E lui a tutto è disponibile, salvo che a vedersi limitare i poteri, molti dei quali oggi usurpati di fatto.

DT è molto preoccupato. I dem già annunciano l’avvio dell’impeachment nei suoi confronti. E di argomenti ne hanno a bizzeffe. Peraltro, negli ambienti dem già si spiffera che il Presidente non arriverà alla prossima estate. Chi dice per motivi di salute, chi per l’impeachment. E lui, il POTUS, sta dando fuori di testa. Parla di ingerenze della Cina nel voto, di brogli nel voto postale, di complotti di ogni genere e minaccia di promulgare l’Insurrection Act, in pratica l’invito agli americani a ripetere su larga scala, stavolta però fiancheggiati e sostenuti dalle forze armate, l’assalto al Capitol Hill di infausta memoria.

Si è dato anche da fare per modificare i perimetri dei collegi elettorali, il gerrymandering, finalizzato a impedire la possibile vittoria di un dem. Il primo che ci pensò fu Napoleone Terzo alla vigilia del colpo di stato del 2 dicembre 1851. Vinse le elezioni e si proclamò imperatore.

 

3/continua

 

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