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L’Arco del “chiavicone”

by Piera De Prosperis
arco borbonico

Diceva Benedetto Croce che il legame sentimentale col passato prepara ed aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni vero avanzamento civile e soprattutto assai ingentilisce gli animi. 

Ovviamente noi non impariamo niente da ciò che ci ha preceduto. Non diventiamo migliori ed anzi non ci curiamo di quanto il passato ci ha lasciato. E’ roba vecchia, adatta solo ad essere richiamo turistico. Siamo tutti Totò e Nino Taranto che truffano un credulone turista italo-americano di nome Decio Cavallo, vendendogli la Fontana di Trevi. Anche noi truffiamo i nostri turisti quando magnifichiamo le nostre testimonianze storiche che per noi in realtà non hanno alcun valore.

Oggi tutti a Napoli a versare lacrime di coccodrillo su un crollo annunciato, quello dell’arco borbonico a seguito delle mareggiate che in questi ultimi giorni hanno flagellato il lungomare.

Se avete visto le foto precedenti al crollo, l’arco appariva in bilico su di un masso, era evidente la sua precarietà. Il mare grosso ha compiuto la demolizione. L’arco rappresentava l’elemento di protezione della cloaca maxima, il chiavicone, che ancora fino al 1775 sfociava sulla spiaggia del Chiatamone.

Ricorda Celano che “Sotto di questa strada (via Toledo) vi è un condotto, o chiavicone, così ampio e largo che adagiamente camminarvi potrebbe una carrozza per grande che fosse; e questo principia dalla Pignasecca presso la porta Medina […] e va a terminare alla chiesa della Vittoria sita fuori la porta di Chiaia dove dicesi il Chiatamone. In questo chiavicone entrano quasi tutte le acque piovane che scendono per diversi cammini dal monte di S. Martino”. Durante la terribile pestilenza del 1656 i cadaveri, anziché essere seppelliti, venivano gettati nel chiavicone, insieme con le masserizie contaminate. Alla prima forte pioggia la cloaca si ingrossò e straripò arrivando a travolgere e distruggere case in zona.

Durante i lavori di ristrutturazione che nell’ 800 interessarono tutta l’area costiera, il chiavicone fu interrato e l’arco fu eretto come frangiflutto, per proteggere lo sbocco a mare dalle onde. A fine Ottocento, quando si realizzò via Partenope, l’arco si rivestì di una sua nobiltà e fu inteso come parte di un approdo di pescatori, in particolare del borgo di Santa Lucia. In realtà il borgo aveva un suo approdo che non esiste più perché spazzato via, anche questo, dai rimaneggiamenti urbanistici frequenti e spesso intolleranti della storia. Infatti la chiesa di Santa Lucia, eretta, secondo la leggenda, da una nipote dell’imperatore Costantino, nel IX sec sorgeva sul mare. Probabilmente in zona i Luciani avevano un approdo. Nei primi decenni dopo l’unità d’Italia sarebbe stata realizzata la colmata per costruire quello che è oggi l’aspetto viario fra Santa Lucia e Nazario Sauro.

Ciò nulla toglie all’importanza dell’arco borbonico che, anche se in questa ricostruzione storica perde un po’ del suo fascino, è stato pur sempre una testimonianza dell’attenzione estetica oltre che funzionale dei Borbone alla città.

In precario equilibrio su di un masso, l’arco era stato puntellato, ma anche il maltempo non è più quello di una volta. A queste violente mareggiate un arco di più di 200 anni non poteva resistere, senza cura da parte delle autorità preposte. Se ne va un pezzetto della città ma anche qui passata l’emozione della notizia, niente rimane.

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