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L’attentato a Mosca giova a chi vuole la guerra

by Bruno Gravagnuolo
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È’ indubbio che l’attentato a Mosca abbia sortito fin qui due effetti. Ha da un lato alzato la tensione a livello spasmodico su ambo i lati. E, cosa non secondaria, ha diviso il gruppo dirigente russo. Non sfugge infatti il doppio e contrastante messaggio che giunge dalla Russia. Da un lato dicono a Mosca sono stati gli islamisti e però si aggiunge “vediamo la pista Ucraina e non solo”. Dall’altro invece si ripete “è stata Kiev, con gli USA”. Una doppiezza che non è gioco delle parti ma conflitto vero e proprio in seno a Russia tra falchi e diciamo così colombe, con in mezzo e al centro Putin. E a parte la esigua minoranza pacifista soffocata e dissidente, è questa poi la vera dialettica in campo. E i falchi a tratti frenati paiono prendere il sopravvento. E i media li lasciano sfogare. Con Patrushev uomo chiave Fsb e Medvedev provocatorio come sempre.

Il che corrisponde del resto all’unica spaccatura nella Duma, dove la vera opposizione a Putin al 30% è nazional comunista. Con i liberali di Yavlinski ininfluenti. Non è un mistero, infatti, che c’è chi in Russia accusa Putin di non aver risolto la questione prima. Dal 2014. Dal panslavista Dugin a Medvedev.

Un primo risultato, dunque, l’azione al Crocus City Hall di Mosca lo ha prodotto. Eccolo. Russia divisa e non unita. E però anche dall’altra parte fin qui si alza la posta e pure qui tra divisioni. Tra azzardi muscolari di Macron, insulti di Biden, e moderazione nella Ue di chi vuol tenere la NATO fuori dal perimetro di guerra. In mezzo c’è Zelensky che picchia duro e che resiste. E che avvicenda un falco a un altro falco ai servizi segreti esterni. Vuol dire il comando militare delle azioni oltre confine russo: Budanov che sogna la Russia a fette – come la torta al suo recente compleanno – subentra al pur grintoso Danilov che aveva accusato il Vaticano di antisemitismo nella persona di Pio XII, con Bergoglio nel mirino. Tutte figure non proprio equilibrate.

Frattanto però 300mila uomini son pronti già in Polonia. E in Ucraina, rivela il nostro capo di stato maggiore alla presenza di Meloni e Mattarella, c’è già qualche migliaio di militari tricolore con missione non NATO ma Ue. Per addestrare. E il capo Giuseppe Cavo Dragone che chiede 10mila soldati sarà il prossimo responsabile NATO organizzativo. Vuole anche lui armamenti e posizionamento. E lo chiede con foga, “finché non mi cacciano”, precisa.

Al contempo Putin dice agli aviatori: “assurdo pensare che noi si invada paesi NATO. Ma gli F16 che partono di lì per operazioni nel teatro di guerra, saranno obiettivo militare”. Benché Zelensky poi dica: tranquilli ci pensiamo noi. E tuttavia pare ovvio che un caccia ucraino, che colpisca la Crimea e faccia ritorno a Ramstein o a Varsavia, possa venire inseguito e colpito nei confini Nato. Sarebbe guerra totale a questo punto. E Putin lo ha chiarito. In conclusione. L’attentato a Mosca pensato da menti geopolitiche anche fuori dal contrasto est-ovest, ha giovato a chi vuole la guerra espansa trans nazionale e fuori dai binari. Guerra che tracima da un lato e dall’altro. Magari per approfittarne. Ma a questo punto basta un incidente, una provocazione per fare uscire questo treno fuori dal perimetro NATO Non NATO. E corre questo treno col suo carico verso la fine del binario. Fermiamolo. Prima che in un attimo cambi il corso della storia. E quello delle nostre vite. Questo voleva chi ha fatto l’attentato. Ora appare molto chiaro. Chiunque sia stato. Occorre fermare il convoglio con tutte le risorse diplomatiche e le forze di pace mediatrici di cui disponiamo. Prima dell’esito delle elezioni americane. Perché nel vuoto di potere alligna il massimo pericolo.