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Le armi contro Covid-19: solo farmaci?

by Riccardo Maria Botta

L’Autore è medico-chirurgo, specializzando in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e del dolore.

Il 31 dicembre 2019 le autorità sanitarie cinesi hanno notificato un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota nella città di Wuhan (Provincia dell’Hubei, Cina). Successivamente il virus è stato denominato SARS-CoV-2 e la patologia da esso causata COVID-19. L’11 marzo 2020 l’ OMS, dopo aver valutato la gravità e la diffusione dell’infezione, ha dichiarato lo stato di pandemia. Ad oggi il SARS-CoV-2 ha contagiato 59 milioni di persone nel mondo determinando non solo circa 1,4 milioni di morti ma anche una crisi sociale, culturale, politica e soprattutto economica globale.                                                    Questo articolo non vuole esprimere giudizi di merito sull’azione dell’ attuale governo per il contrasto alla pandemia durante la prima ondata, sono state fatte cose giuste e sono stati fatti errori. Faccio mia la frase di Henry Ford secondo il quale “l’errore ci dona semplicemente l’opportunità di iniziare a diventare più intelligenti”. Il maggiore insegnamento che abbiamo tratto risiede nella consapevolezza che possiamo resistere a questa pandemia solo grazie alla cooperazione tra le varie istituzioni politiche e sanitarie e solo con la collaborazione collettiva della popolazione. Scienza, politica, informazione, responsabilità individuale e collettiva devono essere meccanismi dello stesso ingranaggio, interagire sinergicamente pur mantenendo le proprie specifiche prerogative per superare questa catastrofe sanitaria ed economico-sociale. La politica ha un ruolo cruciale nel creare questa sinergia perché è ontologicamente preposta a mediare tra diverse esigenze: sanitarie, economiche, sociali e culturali per trovare una sintesi che tenga unito e rafforzi il Paese e la popolazione. “Tutto è politica”, diceva Thomas Mann, e deve essere la politica ad analizzare le criticità del sistema Paese e a porre obiettivi a breve, medio e lungo termine. Dunque cosa può fare la Politica contro questo virus?                                            L’Italia, e in verità anche l’Europa, sono arrivate impreparate a questa prova. Infatti nell’ultimo decennio autorevoli organismi internazionali hanno lanciato l’allarme sul rischio di epidemie virali ma nulla di significativo è stato fatto in merito. Ad esempio il Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale, predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute, non è più stato aggiornato dopo il 2010. Oltre alla scarsa preparazione all’emergenza, la fase acuta dell’epidemia ha mostrato anche carenze “ordinarie” nel nostro SSN. Ad esempio da più di una decade la spesa per assumere personale sanitario, medici e infermieri, non è adeguata alla richiesta di salute della popolazione. Inoltre, non si è investito sufficientemente sulla formazione di medici di medicina generale e di specialiasti e non si è mai riformato il sistema della medicina di base e dei servizi territoriali, uno dei primi pilastri del nostro SSN che si è sgretolato sotto il peso della pandemia. L’altra grande sfida con cui la politica deve confrontarsi è rappresentato dalla gestione delle conseguenze economiche, sociali e politiche determinate direttamente dalla pandemia e indirettamente dalle misure attuate per contrastarla, il “lockdown”. E’ sicuramente vero che sul piano giuridico limitazioni come quelle della libertà di circolazione, di iniziativa economica, di riunione non sono da ritenersi in contrasto con la Costituzione, quando si tratta di fronteggiare una minaccia grave alla salute pubblica, ma queste misure, proprio per il loro carattere di eccezionalità, dovrebbero rispondere a criteri di proporzionalità, efficacia e soprattuto di limitazione nel tempo. Altrimenti determinano un’impoverimento economico, sociale e culturale della popolazione oltre a creare ed accrescere fortemente le diseguaglianze. Queste restrizioni colpiscono più violentemente i soggetti già di per è svantaggiati come coloro che vivono al limite della soglia di povertà, gli anziani che vivono da soli, le persone con disabilità, i malati affetti da patologie non-Covid. Occorre costruire una rete di sicurezza economico-sociale in grado di proteggere coloro che a causa della crisi hanno perso lavoro, potere di acquisto e protezione sociale. Inutile dire che i partiti, deputati costituzionalmente all’ esercizio dell’ azione politica, dovrebbero collaborare nell’ interesse del Paese e non azzuffarsi in un “bellum omnium contra omnes” impelagandosi nella palude delle ambizioni personali e dei veti incrociati.                                                                                            Cosa possiamo invece fare noi, cosa può fare il cittadino qualunque per fare la differenza? E’ sicuramente giustificato l’appello alla responsabilità individuale di attuare tutte le misure di prevenzione del contagio così come prescritto dalla legge. Questo però non basta nella dimensione in cui si considera il virus come una minaccia all’ intera comunità e non solo all’individuo. Bisogna pertanto passare dal concetto di responsabilità individuale a quello di responsabilità collettiva, che non è altro che la consapevolezza dell’ interdipendenza strettissima tra gli esseri umani. In altri termini la popolazione deve considerarsi un “corpus unicum” che preservando il proprio stato di salute protegge e salvaguarda ogni individuo.          Una buona politica, concentrata sulle “politiche”, e una collettività più responsabile e solidale costituirebbero una combinazione terapeutica micidiale per il SARS-CoV-2, tanto quanto la futura campagna vaccinale. E invece ancora oggi assistiamo a scontri fratricidi della maggioranza sull’ utilizzo del “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES) e sulla Didattica a Distanza (DAD) con un silenzio assordante sulle misure da mettere in campo per rilanciare il Paese dopo questa catastrofe sanitaria ed economica  mentre una parte della popolazione si interroga sul numero di commensali del cenone di capodanno, sulla possibilità di frequentare luoghi di divertimento e di sciare. Spes ultima mori.

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