Nei giorni scorsi, a Zola Predosa, il cardinale Matteo Zuppi è arrivato per la visita pastorale e ha trovato uno striscione: “Benvenuto Eminenza. Le vogliamo bene, però l’Islam sta in Moschea e NON a scuola”. È il segno più visibile di una polemica nata pochi giorni prima, il 21 ottobre, quando il presidente della CEI ha presentato a Roma le “Schede per conoscere l’Islam”.
In quell’occasione Zuppi ha detto che il futuro è il dialogo e si è augurato che anche i ragazzi musulmani frequentino l’ora di religione. Per alcuni è un gesto di apertura necessario; per altri è il segno di una Chiesa che ha smesso di annunciare se stessa.
Ma di che cosa stiamo parlando, esattamente? E il dialogo con l’Islam è davvero una novità del cardinale di Bologna?
Le schede non sono un nuovo programma scolastico né un’ora di Islam. Sono un volume di circa novanta pagine, scritto in diversi anni da studiosi cattolici e musulmani del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) insieme a tre uffici della CEI. Erano già state presentate nel novembre 2025; ad ottobre 2026 sono state riproposte a Palazzo Borromeo.
Lo scopo, scritto nella presentazione, è dare alla scuola italiana testi di qualità per l’insegnamento della religione cattolica. Sono quindi uno strumento per i docenti di religione e per chi scrive i libri di testo, non un catechismo islamico. Zuppi stesso le ha definite un laboratorio di cultura e dialogo.
Gli undici capitoli coprono storia, fede, Corano, figura del Profeta, preghiera e pratiche, comunità, spiritualità, presenza dell’Islam in Italia. Due capitoli parlano apertamente di convergenze e divergenze tra cristianesimo e Islam e della sfida del dialogo. Il testo distingue anche con cura tra Islam come religione e islamismo come ideologia politica, che in alcuni casi è sfociata nel terrorismo.
La scelta non è isolata: nel 2023 la CEI aveva preparato con l’Unione delle Comunità Ebraiche sedici schede sull’ebraismo, senza alcuna polemica.
Le obiezioni vanno ascoltate, perché alcune toccano punti seri.
- “La Chiesa chiede il permesso”. L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha scritto su X che la Chiesa di Zuppi non evangelizza più e si scusa di esistere, mentre le parrocchie italiane si svuotano.
- Il dialogo a senso unico. Il quotidiano La Verità ha osservato che non risulta che nelle moschee italiane circolino schede per far conoscere il cristianesimo. Ha contestato anche il passaggio in cui i versetti del Corano usati dai fondamentalisti vengono letti alla luce del contesto di guerra in cui nacquero.
- La scuola pubblica. Gli autori dello striscione di Zola hanno spiegato che vanno preservate le radici cristiane del Paese, senza confondere il dialogo tra religioni con il compito educativo della scuola.
C’è però una frase da rimettere a posto. Alcuni titoli hanno attribuito al cardinale l’invito a mandare tutti “a scuola di islam”. Secondo l’Ufficio nazionale della CEI per l’educazione, la scuola e l’università, Zuppi ha detto invece: “Manderei tutti a scuola, perché c’è un’ignoranza notevole”.
La differenza non è un dettaglio. Il cardinale non ha proposto di sostituire la nostra tradizione con un’altra: ha constatato che su questi temi si sa poco, e che l’ignoranza è il terreno dei pregiudizi, ad una parte e dall’altra.
In fondo, le critiche pongono due domande: conoscere l’altro ci fa perdere noi stessi? E il rispetto che offriamo ci viene restituito? Sono domande che la Chiesa si pone ad decenni, e a cui i Papi hanno già risposto con i fatti.
Dal 2001 ad oggi, quattro Papi su quattro sono entrati in una moschea. Ognuno lo ha fatto a modo suo, senza mai confondere la propria fede con quella altrui.
Nessuno di questi Papi ha messo sullo stesso piano le due fedi: hanno mostrato rispetto restando se stessi.
Chi oggi teme che conoscere l’Islam indebolisca l’identità cattolica trova la risposta più chiara in Joseph Ratzinger, il Papa che più di ogni altro ha difeso le radici cristiane dell’Europa.
A Colonia, il 20 agosto 2005, incontrando i rappresentanti delle comunità musulmane, Benedetto XVI disse che il dialogo interreligioso e interculturale tra cristiani e musulmani “non può ridursi ad una scelta stagionale”: è “una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”.
Un anno dopo, il 25 settembre 2006, dopo le polemiche seguite a Ratisbona, ricevette a Castel Gandolfo gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza musulmana. Lì indicò il metodo: un dialogo sincero e rispettoso, “fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze”.
In quella frase c’è tutto: conoscere chi siamo e chi abbiamo davanti; riconoscere ciò che ci unisce; non nascondere ciò che ci divide. Nello stesso discorso Benedetto XVI ricordò le parole di Giovanni Paolo II ai giovani di Casablanca (1985): il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per le libertà fondamentali e in particolare per la libertà religiosa.
È la risposta più solida a chi parla di dialogo a senso unico: per la Chiesa il dialogo non è resa, ma un rapporto tra due identità che si rispettano e chiedono rispetto.
Le schede della CEI si possono criticare nei singoli contenuti, ed è giusto che docenti e famiglie le leggano con spirito critico. Ma l’idea che le ispira non nasce con Zuppi: è la strada indicata dal Concilio con la Nostra Aetate e percorsa da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV.
In classe siedono già ragazzi cristiani, musulmani e non credenti. Possono crescere con i pregiudizi che si alimentano a vicenda, o imparare a conoscersi. La lezione di Ratzinger vale per entrambi: si dialoga bene solo se si sa chi si è, si conosce chi si ha davanti, si rispetta e si chiede rispetto.
Conoscere l’Islam, allora, non è rinunciare alle nostre radici. Può essere, come ha detto lo stesso Zuppi, un modo per capirle meglio.
