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L’editoriale. Le donne, ucraine e italiane

by Pasquale Cuofano

 

Sono in tante, mogli, madri, sorelle, giovani e anziane, scappano dalla guerra. Non hanno più casa, il calore di un nido domestico, affetti da coltivare come sempre nella normalità della pace. Hanno con loro figli e nipoti, bambini orfani o che lo diventeranno. I loro uomini stanno combattendo una guerra sporca come tutte le guerre: sono le donne ucraine. Non era immaginabile prevedere fino a qualche settimana fa la fuga dalle loro città. La tragedia più assurda e terrificante che questo 8 Marzo 2022 poteva offrire agli occhi dei popoli liberi del mondo. La marcia per la salvezza porta in Polonia, Repubblica Ceca, Romania, nei Balcani e oltre. Ma è lunga. Si muovono con diversi mezzi, stanche e piegate dalla fatica e dal freddo.

Altre, le russe, sono dall’altra parte del fronte, spaventate allo stesso modo. Alcune sono scese nella piazza del Cremlino a protestare contro una mattanza senza ragione e per questo sono state picchiate, arrestate, incarcerate.

Sono lo stesso ritratto di un mondo femminile che nei secoli subisce le scelte degli uomini, siano essi padri, fratelli, compagni, mariti. Uno spaccato tragico di donne dietro le linee che stanno vivendo disagi, violenze, talvolta stupri, che devono affrontare immani difficoltà e a cui viene negato il diritto alla felicità. Sono come le donne delle sanguinose guerre del Novecento, le partigiane, le donne di Berlino: la storia si ripete.

A queste profughe che contro ogni umano diritto, senza un tetto, cibo, cure e medicine fuggono dai luoghi di combattimento o in carcere per aver manifestato il proprio dissenso ad un regime mostruoso va l’attenzione di tutti i Paesi europei e del mondo. Ovunque è cominciata una grande gara di solidarietà per offrire ristoro e speranza.

A queste persone è stato “imposto” un dolore immenso che le rende vittime di una cieca logica maschile e le classifica eterne seconde nelle decisioni, soprattutto politiche. Fanno riflettere sul ruolo femminile in famiglia, sul lavoro e nella società e sui fuorvianti stereotipi che lo identificano come guida, aiuto, comprensione, rinuncia per il bene degli altri, siano essi familiari, amici, colleghi di lavoro. Un tratto comune ad ogni donna, un privilegio mortifero, quasi un prezzo da pagare per essere riconosciute. Disponibile senza essere “vista” da chi le sta attorno, gli uomini possono chiederle sacrifici estremi, pochi si interrogano su di lei, i suoi stati d’animo, i suoi bisogni.

La guerra in Ucraina dimostra realisticamente come le donne sono comprimarie nel teatro di una Storia fatta di egoismi, violenza e sopraffazione degli uomini.

Un messaggio salvifico di speranza è un invito a proclamare il diritto a poter scegliere e contare nelle decisioni politiche epocali, dire il proprio no alla violenza, rivendicare lavoro e tempo di cura per i propri cari pur realizzandosi professionalmente ed affettivamente. Rifiutare vecchi cliché e ruoli predefiniti che non creano benessere, le relegano in ruoli subordinati e in una vita poco gratificante.

In tutto il mondo ancora tante subiscono un sistema patriarcale che le colloca in una dimensione subalterna al padre, al marito e agli uomini in generale e per aver osato affermare i propri diritti diventano vittime della violenza maschile che si spinge fino all’omicidio.

Esempio recente il terribile omicidio di questi giorni a Pontecagnano-Faiano di Anna Borsa, una trentenne che lavorava come estetista-parrucchiera, rea di aver rifiutato di continuare un rapporto con un fidanzato apparso subito troppo possessivo e violento.

Si impone una riflessione: le madri di figli maschi si sono liberate da vecchi sistemi educativi a favore di modelli paritari e rispettosi del mondo femminile? Quanto incidono i modelli presenti nella società attuale che evidentemente possono indebolire un percorso di emancipazione cominciato da due secoli? Il cammino è ancora lungo per raggiungere questa consapevolezza e il genere influisce ancora in modo negativo? A questo si aggiunge anche un’educazione velatamente se non apertamente “machista” che considera importante per un uomo la forza fisica e con essa aggressività e durezza nei comportamenti. Sono queste le trappole di un percorso formativo che possono indurre gli uomini a comportamenti sbagliati e distruttivi che diventano pessimi esempi da emulare? Sono tutte queste false certezze a generare conflitti sociali e politici insanabili?

Si impone un cambiamento e non basta più pubblicizzare la cronaca dei fatti di violenza e le numerose e puntuali analisi degli esperti. Non sono sufficienti le norme giuridiche ed economiche approvate dal Parlamento in questi anni per diffondere modelli positivi di rispetto e tutela del mondo femminile. Le leggi promulgate sono tante e tutte a difesa di donne- vittime ma evidentemente da sole non bastano. La realtà è ben diversa e tante volte anche le forze dell’Ordine sono impotenti in mancanza di denuncia, per paura, oppure violenti criminali riescono ad eludere i divieti ed infrangere le disposizioni della magistratura. Anche la Scuola, inoltre, deve contribuire a formare e diffondere modelli educativi paritari, da applicare e consolidare nel mondo del lavoro.

Nella giornata internazionale dei diritti della donna di oggi 8 Marzo, è doveroso ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo.

Come dimenticare Saman, la ragazza pakistana arrivata in Italia con la famiglia, uccisa con ogni probabilità dal padre e dallo zio con la complicità della madre, solo per aver rifiutato di sposare l’uomo prescelto per lei? Come spiegare l’esplosione di violenza domestica nel periodo del lockdown a cui hanno assistito troppo spesso minori e anziani in casa? Tante donne si presentano ancora negli ospedali per curare le percosse ricevute dal marito o compagno ed inventano incidenti domestici!

Quest’anno con loro ci sono le donne ucraine che devono difendere la loro vita e quella dei loro cari in questa guerra aggressiva. A loro vanno idealmente scarpette rosse che possano lenire il dolore dei loro piedi gelati lungo le marce per mettersi al riparo da bombe e colpi di mortaio.

Molte istituzioni di Enti locali, oltre ad organizzare incontri sul tema, hanno posto all’attenzione dei cittadini panchine dipinte di rosso in luoghi pubblici a ricordo e come simbolo del sangue versato.

Un monito ai carnefici ed un invito alle donne a denunciare senza remore le violenze.

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