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L’eterna gioventù di Maggiani

Erano tempi di lavoro duro, ma anche di sogni, di amori, di legami forti. Portuali, minatori, artisti, artigiani alternavano le fatiche professionali all’impegno rivoluzionario ed alla passione civile. Il filo rosso della ribellione attraversava generazioni di figli unici che percorrevano la nascente storia d’Italia, in un disegno composto di ideali che hanno marcato un secolo di storia patria, dentro moti politici che coinvolgevano il mondo.

Nel romanzo di Maurizio Maggiani, “L’eterna gioventù”, Feltrinelli 2021, le generazioni si tramandano un anelito di cambiamento che costituisce la trama di un Paese in trasformazione. Il giovanissimo Armando il Garibaldo partecipa, tredicenne, alla spedizione dei Mille e diventa il simbolo dei combattenti in camicia rossa. Il suo ritorno nelle terre di origine è segnato da un misto di venerazione e timore, in una pubblica opinione ancora stretta dalle convulsioni ideologiche dello Stato unitario nascente.

In un’atmosfera leggendaria, quasi a tracciare un parallelo tra la storia d’amore tra Garibaldi ed Anita, il Garibaldo incontra in età avanzata, nel porto di Genova, la principessa Esfir, transfuga dalla Russia zarista, che diventa sua sposa. Esfir era nata a San Pietroburgo, da una nobile famiglia decabrista. Allora le donne del porto, scrive Maurizio Maggiani, erano le merci in un’epoca economica fortemente segnata dalle esperienze di un commercio internazionale nel quale si incontrava il mondo, con le sue materie prime e con la nascente industrializzazione.

Vita e morte si incrociano continuamente nel romanzo di Maggiani, in livelli di narrazione che intrecciano il tempo in diverse dimensioni, alla ricerca di un territorio sentimentale guidato dai valori antichi della passione.

Il loro figlio, Sirio, muore in un incidente in miniera e il funerale proletario segna quasi anche la fine della storia della miniera di lignite, troppo povera per continuare ad essere sfruttata. Muore giovane anche Mauri, diventato poliziotto famoso e rispettato a Roma. A questi due funerali corrisponde l’assenza del corpo del Garibaldo, scomparso senza lasciare tracce. E la trama dei racconti sulle storie delle diverse generazioni viene assicurata dall’Artista, figlio di Sirio e padre di Mauri, ma soprattutto da Anita la Canarina, figlia di Garibaldo e della principessa Esfir, nata sul fare del ventesimo secolo, nel 1901.

Una trottola è il simbolo che si tramanda tra padri e figli, quasi un testimone che segna il trascorrere di tempi tumultuosi. Anita era nata tre anni dopo il Novantotto del diciannovesimo secolo, segnato dai tanti lutti degli scontri con l’esercito regio, nelle tante barricate che si erano erette da Milano a Palermo.

Venne poi il regicidio di Gaetano Bresci, anarchico proveniente dalla comunità di Paterson. La leggenda racconta che sia stato Garibaldo ad accoglierlo nel porto di Genova e ad insegnargli l’uso delle armi prima dell’attentato. Dopo il processo a Bresci, il Garibaldo scompare, per non far più ritorno.

Arriva la Prima guerra mondiale ed il giovane carbune’, Piero l’Anciua (l’acciuga), impara a scrivere dalla principessa Esfir, sino ad inviare una lettera scritta di suo pugno al fratello al fronte. Risponde il tenente Alessandro Pertini, annunciandone la morte e dichiarando che ben altra sorte avrebbe meritato il suo valore. Prima di partire per il fronte, Piero incontra gli occhi di Anita, ed è subito amore. Esfir, intanto, con un viaggio avventuroso, arriva a Pietroburgo in tempo per partecipare alla Rivoluzione d’ottobre. Passeranno tre anni prima di ricevere una lettera, nella quale Esfir comunicava che ora viveva presso il monastero di Solovski. Morirono in quel luogo più di diecimila oppositori della rivoluzione, ma non fu mai chiara la sorte della principessa Esfir.

Anita e Piero, che aveva combattuto nello stesso battaglione del fratello sotto la guida di Sandro Pertini, si incontrano dopo la guerra, per sempre. Nei primi tumulti fascisti Piero viene ammazzato durante una festa comunista. Si scivolava rapidamente verso la dittatura. Sandro Pertini è presente a quei funerali e stringe in un abbraccio Anita. La Canarina partì, come le aveva chiesta sua madre Esfir nell’ultima lettera, alla ricerca di Emma, amica della principessa. E si salvò miracolosamente dal naufragio del piroscafo Principessa Mafalda, che fece più di 500 vittime al largo di Rio de Janeiro. Comincia un viaggio per l’intero Sudamerica alla ricerca di Emma. La tappa finale sono gli Stati Uniti, dove Anita resterà a lungo, conoscendo la comunità newyorkese degli anarchici e dei mazziniani. Nel 1937 l’anarchico Carlo Tresca viene assassinato per mano della mafia e per ordine di Benito Mussolini.

Anche nella Seconda guerra mondiale il racconto dell’eterna gioventù prosegue. Sirio, il Comandante Bruto, guida nel 1944 la sua banda partigiana per liberare un treno di prigionieri dei nazisti: l’azione è un successo formidabile. Tutti i prigionieri vengono liberati mentre muoiono dodici tedeschi ed otto sono fatti prigionieri. Intanto, il tenente Sandro Pertini, nelle carceri fasciste, scrive alla madre che ci sono momenti in cui occorre battersi non solo per paura, ma anche per speranza. La guerra di liberazione non conduce a tutti i risultati sperati. Ancora una volta il sol dell’avvenire è rimandato a tempi migliori.

L’Artista, stanco di serigrafie, si mette a falsificare dollari. Viene scoperto, e sconta sette anni nelle carceri di Marassi. Quando esce, all’Artista tocca la ventura di costruire una pipa per Sandro Pertini, diventato presidente della Repubblica. Un altro oggetto costruisce un ponte tra generazioni e persone, in quel disegno del destino che forma il racconto civile di una nazione.

La storia del nostro romanzo finisce, in qualche modo simbolicamente, con l’immagine del Presidente Sandro Pertini chino nella inutile attesa del salvataggio di Alfredino nel pozzo di Vermicino. In quella fossa sono finite tante speranze e tante illusioni. Resta solo Saverio il Menin, il ragazzino, di fianco alla sua bisnonna Anita, mentre guardano in televisione, attoniti, le immagini del crollo del Ponte Morandi. Il giorno dopo, Anita muore. E di nuovo i fatti del secolo le vite delle persone si incrociano, in un beffardo destino che ci accompagna.

Oggi sono tempi di valori calanti, di conformismo, di trasformismo. Gli orizzonti ideali del romanzo di Maggiani sono lontani. I mestieri non hanno il fascino di una volta e nemmeno la fatica antica che li accompagnava. Maurizio Maggiani, nel suo romanzo, ci ha restituito la trama di una Italia antica, forte, capace di accontentarsi di un soffio di passione in un tessuto sociale di povertà.

Oggi, tutto è diverso. Le parole di un tempo sono consunte, ed appaiono lontane dal nostro sentire. Eppure, quel filo rosso ribelle giace da qualche parte, sepolto dal cinismo della storia. Viene in mente Fra’ Cristoforo ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, con il suo dito teso in alto e la sua famosa frase: “verrà un giorno…”.

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