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Lo Scoglio di Rovigliano da Petra Herculis a Torre vicereale

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by Federico L.I. FEDERICO
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Affacciato sul Golfo di Napoli, presso la foce del Sarno, si trova un piccolo gruppo di scoglio emergenti dal mare. È l’Isolotto di Rovigliano, a breve distanza dalla costa torrese-stabiese.

Le sue dimensioni sono tutto sommato modeste, ma la sua storia attraversa ben più di duemila anni, anche se, prudentemente, in questo articolo non ci spingiamo in epoca preromana, quando con ogni probabilità fu approdo, forse fenicio, e stazione di scambi commerciali tra l’entroterra pedevesuviano/sarnese e il mare mediorientale, non ancora divenuto “nostrum”. Rovigliano è, infatti, uno di quei siti in cui Storia, Archeologia e Leggenda si sono intrecciate per secoli.

L’insieme degli scogli che formano il sito marino pietroso di Rovigliano si estendeva su una superficie catastale originaria, particella n. 1129 di 5.892 metri quadrati. Esso rientra nel perimetro daziario del territorio del Comune di Castellammare di Stabia. Ma lo “Scoglio” ha gravitato prevalentemente nell’immaginario torrese, in epoca moderna, anche per la presenza del vecchio e glorioso Bagno Rovigliano, retto dalla famiglia torrese dei Malafronte, meta balneare popolare degli anni Cinquanta del Novecento.

Le fonti mitologiche di Rovigliano raccontano che Ercole, tornando dalla Spagna dopo la sua decima fatica, avesse attraversato le terre vesuviane, dando anche il nome alla antica Pompeii, derivatogli dalla “pompa” del corteo che accompagnava il mitico Ercole. All’eroe semidio furono dedicate anche le Salinae Herculis a imperitura la memoria del suo passaggio nell’area Vesuviana. Sull’isolotto dovette dunque sorgere un luogo di culto dedicato a Ercole.  E, in epoca romana, infatti, lo scoglio era noto come Petra Herculis. Ancora oggi, d’altronde, si può scorgere – inglobato nelle strutture murarie successive, ormai ridotte a macerie dalla forza distruttiva del mare – una porzione di muratura in “opus reticulatum”, databile certamente all’età romana imperiale.

Dall’antico insediamento romano – forse di proprietà della “gens Rubellia” di Pompeii – deriverebbe anche il nome di “Rubelliano” allo Scoglio. Qualche altro studioso propone invece l’etimo del latino “Robilia”, che in italiano è la Cicerchia, una leguminosa ancora oggi coltivata e gustata nel Sud d’Italia, sebbene coriacea alla cottura. Insomma, le denominazioni medievali di Insula “Rubiliana” o “Robiliana” dell’isolotto potrebbero avere poi dato il nome allo Scoglio di Rovigliano, che non detiene soltanto mute testimonianze murarie. D’altra parte, anche Plinio il Vecchio ricordò la Petra Herculis nei suoi scritti, ma la collegava al territorio di Stabia dove, poi, trovò la morte durante la eruzione del 79 d.C.

Lo Scoglio però, ovviamente, “sopravvisse” fisicamente alla distruzione di Pompei. Anzi trasse vantaggio dal fatto che la linea di costa era avanzata per oltre un chilometro nel mare aperto, verso lo scoglio. Il fenomeno si verificò per gli effetti della immane eruzione di ceneri e lapilli che, ricadendo al suolo, obliterarono anche la vasta laguna della “Dulcis Palus” pompeiana, che dalla odierna Torre Annunziata arrivava fino alla odierna Angri, all’epoca territorio di Nuceria.

Sopravvissuto alla eruzione pliniana, lo Scoglio presentava però anche nuove caratteristiche. Più appetibili: l’isolotto era un luogo comunque isolato ma facilmente controllabile e difendibile dalla terraferma, perché collocato davanti alla costa ad appena un mezzo miglio marino. Tutto ciò gli consentì di assumere nuove funzioni.

Dalle fonti altomedievali – non sempre concordi – emerge una presenza monastica, un eremo o una piccolissima comunità che si dotò anche di una cappella dedicata a San Michele Arcangelo, patrono dei siti pietrosi in tutta l’Europa. Nel Medioevo, dunque, lo Scoglio che nell’antichità era stato luogo di culto Pagano diventò un sito religioso cristiano. Tra il XII e il XIII secolo si verificò l’espandersi del prestigio del monastero di San Michele Arcangelo a Rovigliano e lo Scoglio fu frequentato da Gioacchino da Fiore, monaco calabrese teologo e pensatore.

Il successivo declino del pensiero florense innescò una ulteriore trasformazione dello Scoglio di Rovigliano. Il sito perse la funzione spirituale e – grazie alla sua posizione strategica nel golfo di Napoli, tra i nuclei abitati marittimi delle odierne Torre Annunziata e Castellammare di Stabia – in epoca Vicereale venne trasformato in un’importante Torre di avvistamento antipirateria e, poi, anche in un forte militare praticamente inespugnabile.

E qui, prima di chiudere l’articolo, vale la pena di ricordare al lettore che le coste del Regno di Napoli, da Gaeta a San Benedetto del Tronto, erano esposte alle incursioni barbaresche e saracene. Ma il Viceré di Napoli Pedro di Toledo organizzò la difesa costiera – poi completata nel 1564 dal Viceré Duca di Alcalà – attraverso una rete di Torri di avvistamento a mare del nemico, capaci di trasmettere rapidamente con segnali di fuochi e fumo l’allarme da un punto all’altro della costa, di notte e di giorno, lungo circa millecinquecento chilometri di costa collegati ininterrottamente a vista. L’Isolotto di Rovigliano fu parte integrante di tale sistema difensivo, di avanguardia all’epoca. E, in quegli anni, il Regno di Napoli raggiunse il massimo prestigio nel Mar Mediterraneo meridionale e orientale, allora attraversato da flotte corsare e navi impegnate nelle guerre tra le grandi potenze europee. Agli inizi del Settecento e, poi, nel corso dell’Ottocento, l’isolotto di Rovigliano fu trasformato in una vera e propria fortezza a mare.

Negli anni successivi alla (dis)Unità d’Italia, lo Scoglio di Rovigliano, con altri beni demaniali, fu ceduto a privati dai nuovi regnanti Sabaudi, indebitati fino al collo.

Oggi, a metà degli anni Venti del Duemila, rumors ricorrenti e consistenti, ventilano notizie di trattative avanzate per la compravendita di quel che resta dell’Isolotto di Rovigliano. La cessione potrebbe rappresentare una rinascita per l’isolotto e per il versante torrese stabiese del Golfo di Napoli. Un progetto rispettoso dei vincoli paesaggistici, ambientali e storici che vigono sulle strutture antiche potrebbe essere ben accetto.

 

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