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“Ma i cieli non si assaltano” di Luigi Gravagnuolo

by Flavio Cioffi

E’ titolato così il suo libro, edito da Areablu, che sarà presentato il prossimo 15 ottobre alle 18 nella sala consiliare di Cava de’ Tirreni, in quello stesso palazzo che lo ha visto ottimo Sindaco. “Gli anni del ’68, i tempi post ideologici, la mia Cava, la Badia. Fatti e persone lungo una vita della generazione inquieta”.

Un libro intervista. Anzi, due interviste parallele, ottimamente condotte da Alfonso Schiavino, la prima sull’esperienza sessantottina e l’altra sugli anni del sindacato a Cava. Sullo sfondo, l’incontro con San Benedetto.

Al Sindaco: “Sei stato sotto scorta per un periodoPer un mesetto ho avuto una scorta semi-integrale, mentre mia moglie e i miei figli venivano tenuti d’occhio a distanza. Sotto casa stazionavano in pianta stabile alcuni agenti”.

Al giovane sessantottino trotzkista: “Trotskij era un compagno di Lenin e il fondatore dell’Armata Rossa. Riesci a sintetizzare in venti parole la quintessenza del suo pensiero politico? Pari valore fra uguaglianza e libertà. Questo era anche il pensiero di Rosa Luxembourg. La nostra utopia era il comunismo nella libertà”.

All’oblato: “Nei ritiri cosa ti attrae di più? Il silenzio. Sarà che ho ascoltato e parlato molto in vita mia, spesso a sproposito, e che sono stato in mezzo a liti e casini, fatto sta che ora sento un gran bisogno di silenzio. Io a volte, in alcuni momenti, ma solo dopo alcuni giorni di silenzio, addirittura ho come l’impressione di dialogare con Dio”.

Lo scorso maggio Luigi Gravagnuolo è stato accolto tra gli oblati benedettini affiliati all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni col nome di Luigi Leone Gravagnuolo.

Anche noi abbiamo voluto porgli qualche domanda e siamo partiti dalla fine.

Cos’è un oblato?

Una persona che vive nel secolo, nella società civile e che cerca di impregnare la sua vita dei valori della regola di San Benedetto. In genere è affiliato a un monastero e, per usare un linguaggio antico, fa da cinghia di trasmissione fra i monaci, che vivono un po’ più staccati dal mondo, e il mondo stesso.

Sei tenuto a una regola?

A quella, volontaria, di cercare nella vita civile di avere come orientamento il rispetto delle ore benedettine e soprattutto di testimoniare i valori della fede.

Hai obblighi di obbedienza?

Un obbligo di obbedienza nei confronti del mio padre abate ce l’ho. E’ l’obbligo morale, che liberamente accetto, di confrontarmi con lui sulle scelte che faccio nel mondo.

Non sei più, quindi, libero e indipendente come quando eri trotzkista.

Ma nemmeno allora lo ero. Ero vincolato al rispetto della volontà del gruppo dirigente della mia organizzazione, sia internazionale che nazionale e locale.

E da Sindaco a quale regola ti sentivi legato?

Alla regola del servizio verso i cittadini, che era il mio principio fondamentale.

Possiamo dire che in un percorso di ricerca hai mantenuto costante l’impegno civile?

Si, possiamo dirlo tranquillamente. Ho mantenuto, se vuoi, anche una certa radicalità del mio orientamento e dei miei comportamenti. Ho fatto sempre scelte radicali, anche da Sindaco. Scelte di cambiamento della città che hanno portato anche a momenti di rottura con gruppi di interesse presenti a Cava.

La tua attuale scelta valoriale può essere definita intimistica?

No. Intorno alla regola benedettina si è costruita l’Europa. Nel libro si racconta un po’ questa storia. Non è un caso che San Benedetto sia patrono d’Europa. L’Europa, ridotta ai minimi termini dopo il crollo dell’Impero Romano d’occidente, a poco a poco si riprese attraverso le comunità urbane nate attorno ai monasteri, che garantivano l’istruzione, la sanità, l’assistenza e anche l’educazione civica. Queste città, che seguivano la regola di San Benedetto, sono state il cuore della rinascita dell’Europa. La regola è particolarmente attuale. Esistono addirittura corsi di management in cui si insegna la gestione a partire dalla regola di San Benedetto.

Quindi dobbiamo essere europeisti e accoglienti?

Certamente. Io nutro una radicale contrarietà alle politiche dei respingimenti e delle chiusure. La regola di San Benedetto considera sacro ogni ospite, ogni persona che si presenta alla tua porta. Nei primi monasteri benedettini i monaci accoglievano gli immigrati di allora, cioè i barbari, in particolare i Goti, e in quei monasteri si creò quella forma di integrazione fra cultura cristiano latina e le culture provenienti da questi popoli da cui nacquero i regni romano barbarici, poi il regno dei Franchi e poi il Sacro Romano Impero. Cioè i benedettini, storicamente, da 1.500 anni, garantiscono l’accoglienza e l’integrazione tra le culture preesistenti e quelle che arrivano.

Perché questo libro?

Un po’ per l’insistenza del mio intervistatore coautore. Era incuriosito, lui che mi conosce da tanti anni, dal fatto che io fossi diventato oblato e voleva capire il percorso, come te d’altronde. Io ritenevo stravagante un libro intervista sulla mia vita e gli chiesi di farlo piuttosto sulla mia esperienza di Sindaco, perché tengo che vengano ricordate alcune delle cose che ho fatto. Alla fine, abbiamo concordato una doppia intervista incrociata che credo sia venuta molto bene dal punto di vista letterario.

Qual è il messaggio?

La società per certi aspetti non si modifica, la storia non fa passi in avanti se non c’è la spinta delle grandi utopie che mobilitano gli animi, le coscienze, le emozioni delle persone. Però queste grandi utopie difficilmente riescono, anzi quasi mai, a produrre un cambiamento radicale della natura dell’uomo. Lì c’è bisogno di più pazienza. Ecco, un messaggio finale può essere: vuoi cambiare il mondo? Comincia a cambiare te stesso e a impegnarti per coinvolgere attorno a questo tuo cambiamento altre persone senza illuderti che un atto di rottura, di forzatura possa determinare una palingenesi dell’umanità.

Ti riferisci ai giovani?

Mi riferisco soprattutto al lascito della gioventù del ’68 di cui feci parte. Eravamo convinti, illusi di cambiare radicalmente la società. Abbiamo prodotto molti cambiamenti e però molte cose sono restate com’erano. Quello che mi sento di dire a un giovane d’oggi è che se pensa di cambiare il mondo, forse farebbe meglio a fare i conti con la durezza della realtà che, alla fine, rischia di sopraffarlo.

di Flavio Cioffi

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