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Oltre la crisi del welfare familistico

by Anna Malinconico
familistico

L’Autrice è sociologa esperta di inclusione e comunicazione istituzionale

La pandemia in corso ha evidenziato la fragilità di un modello “familistico” che tradizionalmente aveva attribuito alla famiglia, ed alle donne più specificamente, un ruolo chiave nell’erogazione dei servizi di cura. Le famiglie, nel contesto generale caratterizzato da un marcato indebolimento del welfare pubblico, sono sempre più spesso lasciate sole nella gestione dei bisogni provenienti dalle necessità di cura di bambini ed anziani e dei più fragili.

Il Covid-19, soprattutto nella fase iniziale, ha brutalmente colpito proprio la fascia più anziana del nostro paese, spazzando via, in alcune aree, una intera generazione di persone, nonni e nonne custodi della memoria, ma anche “soccorritori” dei figli, sia in termini economici, ma anche di sostegno sociale, avendoli supportati nella cura quotidiana dei nipoti, ma anche nella assistenza in incombenze necessarie, come la spesa o la presa in carico di pratiche con gli uffici pubblici. In pochi giorni è stato demolito il capillare, invisibile ed assolutamente indispensabile “welfare autonomo- quello del fai da te”, sulla cui impalcatura si è basata la famiglia degli ultimi anni. Il re è stato denudato; il nostro sistema sociale è stato privato del cuore e della sua ossatura, evidenziando crepe sedimentate da anni ed anni di inadempienze. Gli anziani rimasti incolumi, inoltre, sono stati isolati dalle misure di distanziamento messe in atto, generando criticità ulteriori.

Il welfare locale, pur tra molteplici complessità e carenze, ha cercato di supplire alle mancanze di un Sistema Sanitario Nazionale, non omogeno e non preparato. Ancora una volta, in soccorso del Pubblico, è venuto il Terzo Settore, rafforzando vecchie e nuove alleanze e creandone di inedite, evidenziando la necessità di non poter più rimandare il rilancio di un welfare locale, in ottica rinnovata e moderna.

Il terzo settore si compone di diverse anime, tra esse il mondo della cooperazione, dell’associazionismo, del volontariato;  e rappresenta l’anello di congiunzione fra pubblico e privato, fra il servizio pubblico ed i territori ed affinché si possa realizzare pienamente la sua missione, è necessario abbandonare una logica di mercato che riduce il terzo settore ad erogatore di servizi a basso costo, superando, ad esempio la logica degli appalti, prevedendo la co-progettazione degli interventi, favorendo la cooperazione fra pubblico e privato. Questa si che potrebbe essere una strada migliorativa, realizzando quel cambio di paradigma che possa valorizzare il Terzo Settore e procedere nella direzione della costruzione di un nuovo welfare locale. Altro tassello fondamentale nella costruzione di questo puzzle, è l’attribuzione ed il riconoscimento del ruolo strategico “delle persone”, della comunità, perché è fondamentale che la voce dei destinatari delle politiche possa trovare una sua rappresentanza sempre più plurale e corrispondente alle necessità reali. Bisognerebbe, cioè, finalmente adoperarsi per conciliare il protagonismo necessario del territorio, con l’universalismo dei diritti, garantendo una vicinanza ai bisogni dei cittadini, in quanto beneficiari del welfare locale: dalla fase di progettazione fino alla erogazione dei servizi. Finalmente si deve realizzare un sistema di co-progettazione sociale e civile, per cambiare il paradigma del welfare di prossimità. Molti sono i rischi, ovviamente, che si celano in questa sfida, fra i tanti anche l’aumento delle disparità territoriali che, per altro, sono emerse in modo già drammatico in questa pandemia in corso.

I problemi non sono nati per la mancanza di buoni riferimenti legislativi e normativi, quanto piuttosto per una disparità e spesso arbitraria loro applicazione. Si pensi, ad esempio, ai LEP (Livelli Essenziali di Prestazione), così come sono stabiliti dalla 328/2000 e che dovrebbero essere garantiti in ogni regione ed in ogni comunità locale del Nostro bel Paese, ma che invece sono per molti, una chimera. Ebbene, tradurre in termini operativi i LEP è indispensabile e deve costituire la gestalt entro cui collocare una governance capace di ristabilire i giusti equilibri, dando ad ogni livello la sua specifica funzione: dallo Stato, ribadendo la sua funzione di indirizzo, alle regioni, confermandone il ruolo di programmazione, fino ai Comuni, necessari per declinare gli interventi sul territorio. Il terzo Settore deve essere coinvolto anche in ambito regionale, nelle azioni di programmazione partecipata ed inclusiva delle politiche sociali, e non in maniera episodica, ma sistemica. Affinché tutto questo possa realizzarsi, oltre al concreto cambio di prospettiva, bisognerà ripensare anche alle modalità di finanziamento delle politiche locali, ad esempio operando un bilanciamento dei trasferimenti dal livello centrale, sulla scorta di rilevazioni dei bisogni sociali effettivamente presenti sul territorio.

Attuare pienamente la 328/2000, riformare in maniera moderna il Terzo Settore, ristabilire un patto di fiducia fra politica e cittadini, conciliare le Persone con le Istituzioni, sono i punti di partenza per tessere un welfare di prossimità che sia in grado di fronteggiare le sfide del presente; tutti elementi non nuovi da un punto di vista teorico, ma sicuramente non tradotti ad oggi in prassi di sistema.

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