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Philip Roth. La mia vita di uomo

by Piera De Prosperis

Non ho mai particolarmente amato la letteratura americana per una certa sciatteria espressiva ed una sostanziale diversità culturale che mi ha impedito di sentirmi coinvolta nel racconto, anche di grandi scrittori.

Quest’anno, però, la morte di Philip Roth e le numerose celebrazioni che hanno accompagnato la fine di un autore universalmente riconosciuto come degno del Nobel (ma sempre snobbato dall’ Accademia di Svezia, senza contare che proprio quest’anno il premio non sarà assegnato), mi hanno indotto a leggere un suo testo. Ho cercato invano Pastorale americana, ritenuta il suo capolavoro, tutto esaurito. Ho comprato, quindi, La mia vita di uomo (1974), almeno per un primo approccio conoscitivo con l’autore.

Il romanzo è diviso in due parti: protagonista della prima parte è Nathan Zuckerman, alter-ego dello stesso Roth, cui il vero protagonista del romanzo, lo scrittore Peter Tarnopol, ricorre nel tentativo di narrare la propria infanzia e adolescenza come fosse un’invenzione letteraria. In questo modo Tarnopol racconta la sua storia sotto le mentite spoglie di Zuckerman: tutta la prima parte è raccolta sotto il sintomatico titolo di “Utili Finzioni”, che comprende due racconti “Anni Verdi” e “Corteggiare il Disastro”, in cui descrive l’insensatezza e l’incubo del suo matrimonio.

La seconda parte si presenta invece come resoconto veritiero, non a caso intitolato “La mia vera storia” in cui lo  scrittore Peter Tarnopol, nel tentativo di uscire indenne da tutte le problematiche inerenti la difficile causa di separazione in corso da sua moglie Maureen, ricorre all’aiuto dell’analista Spielvogel ed insieme a lui ripercorre, in maniera presumibilmente veritiera, tutti gli eventi che nella prima parte erano stati trasformati in finzione letteraria, esplicitandone e mettendone a nudo la creazione fantastica.

Quel che spera di ottenere il protagonista Peter Tarnopol, nella prima parte del romanzo, è riuscire a comprendere e padroneggiare il proprio vissuto attraverso l’elaborazione narrativa; ricorrendo alla finzione letteraria del personaggio Nathan Zuckerman, in sostanza cerca di conoscere se stesso, senza riuscirvi pienamente. E’ come se la letteratura, la finzione narrativa avesse il compito di raffreddare la scottante materia personale, filtrandola attraverso modelli letterari per poterla capire nei suoi percorsi e nelle sue più recondite motivazioni. La seconda parte ripercorre, quindi, la prima, ma in maniera diversa, con gli occhi del protagonista vero supportato nella sua ricerca del perché delle sue scelte apparentemente autolesionistiche, dallo strizzacervelli Spielvogel, che non compare mai direttamente ma a cui, in un serrato dialogo a distanza, il protagonista si richiama costantemente. Il romanzo di Roth diventa una riflessione sulla letteratura, soprattutto su come, solo attraverso la letteratura possiamo capire e raccontare la nostra vita, ognuno di noi ripropone nel suo piccolo quello che la letteratura ha già scritto, dando senso a ciò che vive. On ne peut jamais se connaître, mais seulement se raconter (Simone de Beauvoir).

Questo testo mi ha riconciliato con il mondo della letteratura americana del ‘900. Innanzitutto, esso presenta citazioni e continui richiami ai grandi classici, in un gioco di specchi davvero coinvolgente, anche se a volte, pesante. Bisogna rileggere più volte alcuni passaggi perché non sempre immediatamente fruibili. Il linguaggio è denso di contenuti ma ironico nell’impostazione. Direi quasi alla Woody Allen, autore a cui Roth è accomunato dalle origini e dalla cultura ebraica. E forse proprio questa matrice yiddish che rappresenta la diversità di Roth anche rispetto alla tradizione narrativa americana. la diversità come valore e chiave di conoscenza del mondo.

Tra le citazioni letterarie del romanzo non ho mai trovato un autore italiano, eppure ho sentito Roth molto vicino ad un nostro grande del ‘900, Italo Svevo, cui lo accomuna la necessità dello svelamento delle finzioni umane, l’uso sapiente dell’ironia e il rapporto amore-odio con la psicoanalisi. Mentre invece Roth conosceva ed apprezzava Primo Levi.

Che dire! opera ciclopica deve essere stata la traduzione di un testo del genere. Giudizio? Da leggere! un primo approccio molto positivo con il maestro americano. Forse mi farà ricredere del tutto sulla letteratura d’oltre oceano.

di Piera De Prosperis

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