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m’ata accise tutt ‘e canzoni mie

by Piera De Prosperis

Mò bast guagliu’ … m’ata accise tutt ‘e canzoni mie“, è circolata sul web la foto di Pino Daniele con questa battuta che ben rende l’evidente difficoltà che molti dei partecipanti allo spettacolo di commemorazione del cantante, hanno dimostrato nell’affrontare un repertorio in lingua partenopea.

Abbiamo visto in tanti la manifestazione, eravamo sintonizzati, giovedì 7 giugno, su Rai 1 alle 20,30 puntuali, senza contare i 45 mila allo stadio San Paolo, per cantare in coro tutto l’amore ed il dispiacere per una perdita così repentina ed inaspettata.

Lo spettacolo prometteva meraviglie per il numero e la qualità dei cantanti, amici di Pino Daniele, che intendevano con la loro presenza, rendergli omaggio.  Una lista straordinaria, tra gli altri: Alessandra Amoroso, Biagio Antonacci, Enzo Avitabile, Claudio Baglioni, Francesco De Gregori, Tullio De Piscopo, Elisa, Emma, Tony Esposito, Giorgia, J-Ax, Jovanotti, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Eros Ramazzotti ecc. Abbiamo tutti cantato con loro, in un gigantesco karaoke che quella sera ha tenuto sintonizzato il pubblico di Pino. Ogni artista si è esibito in una canzone del repertorio di Daniele, scegliendo quella più affine ai propri gusti o quella che aveva un legame con la carriera o la biografia del cantante.

Adattare uno stile, quale quello di Daniele, peculiare per voce e modalità di canto ad un altro soggetto canoro, ovviamente genera pasticci, specie se l’adattamento è casuale ed improvvisato, inoltre cantare in napoletano non è facile … insomma è riuscita una ciambella senza buco.

Gli ospiti, senza una conduzione unitaria, si passavano il testimone come in una ideale staffetta, con tempi morti, difficoltà nel reperire i microfoni, accavallamento con la pubblicità.   Anche la raccolta fondi per le iniziative benefiche risultava faticosamente introdotta nel tessuto dello spettacolo, con artisti che evidentemente ricorrevano al gobbo per ricordare nomi e finalità delle associazioni in questione. Penoso!

Ma andrei ancora oltre: ad un certo punto di questa lunghissima kermesse, l’invocazione, mani o microfono al cielo, Ciao Pino, mi è sembrata stucchevole e retorica, anche considerando il carattere riservato se non burbero di Daniele.

Certamente l’intenzione era lodevole, senza considerare l’ovvio ritorno economico, ma è mancata una regia che desse un senso alla commemorazione. Cosa si voleva ricordare il cantante, l’autore, l’amico, il testimone di un cambiamento epocale nella storia musicale napoletana? Un po’ tutto e quindi di fatto niente.

Mi sarebbe piaciuta un’altra modalità di ricordo, sopratutto tenendo conto che Pino Daniele odiava le esagerazioni, che se ne era andato da Napoli alla ricerca di quella tranquillità che la città non gli dava. Era un burbero benefico come Eduardo, come Massimo Troisi, tutti artisti fuggiti dalla città e morti lontano, artisti schivi, nessuno dei quali avrebbe gradito essere ricordato e gridato come è accaduto al San Paolo. Sarebbe bastato ricomporre in un unico puzzle le numerose interviste rilasciate dal cantante a partire da quella a Giuseppe Marrazzo del 1979 per dipingere il quadro di un uomo, di un artista che ha saputo innovare rimanendo “antipatico”. Ho sempre combattuto lo stereotipo del napoletano fanfarone simpatico a tutti i costi, era solito dire.

Mò bast guagliu’ … m’ata accise tutt ‘e canzoni mie, a fine concerto lo abbiamo sentito tutti distintamente dal cielo.

di Piera De Prosperis

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