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Regionali. Un’altra storia

by Luigi Gravagnuolo
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C’è poco da fare, in attesa di poter disporre dei dettagli sulle liste e sui candidati e dei dati sui flussi, il primo approccio analitico su un risultato elettorale si fa sullo scarto tra aspettative della vigilia e risultati delle urne.

Riguardo alle elezioni regionali di domenica e lunedì scorsi, le aspettative davano per scontati quattro risultati su sei: il Veneto, la Liguria, le Marche e la Campania erano già aggiudicati sulla carta, tre alla destra ed una alla sinistra. In bilico restavano la Toscana e la Puglia.

Teniamo fuori dal ragionamento la Valle d’Aosta per le specificità della Regione e per la sua legge elettorale, che non prevede la scelta diretta del Presidente da parte degli elettori, il che cambia parecchio. Una cosa è quando nel gioco entra la personalità dei candidati Presidenti, ben altra quando si votano solo le liste.

Ma torniamo alle sei Regioni in cui gli elettori hanno scelto i Presidenti con voto diretto. Gli analisti più benevoli verso il centro-sinistra alla vigilia prevedevano, o meglio si auspicavano, un 4 a 2. Alla destra le tre Regioni già dette, più una tra Toscana e Puglia. Alla sinistra la Campania ed una delle due in bilico. Ma lo scoramento nelle file del centrosinistra era tale che i più davano per scontato che sarebbe finita 5 a 1. È finita 3 a 3 come si sa, con un vantaggio di circa nove punti tra i due Presidenti eletti in Toscana e Puglia ed i loro competitori di destra.

Questo è il primo dato: il centrosinistra, dato alla vigilia per agonizzante, se non proprio per già defunto, si è ripreso; lo sfondamento della destra non c’è stato. Ergo, il governo giallo-rosa oggi è più forte che una settimana fa.

Il secondo dato è stato lo stallo dei rapporti di forza interni al centrodestra. FdI non è riuscito ad imporsi sul piano nazionale e la Lega ha mantenuto il suo primato in quello schieramento. Con FI che sembra sempre più il parente povero della tavola. Ma cosa ci fa una forza europeista, aderente a Bruxelles al gruppo dei Popolari, che esprime la commissione in intesa coi Socialisti, a braccetto con i sovranisti italiani sfascia-Europa? Il tempo è maturo per una riflessione di fondo nel partito del Cavaliere.

Terzo dato, il risultato strabiliante nelle dimensioni della vittoria di De Luca in Campania. Che avrebbe vinto era scontato, ma che avrebbe umiliato i suoi due principali competitori, Caldoro e la Ciarambino, doppiandoli, nessuno se lo aspettava. Diciamocelo chiaramente, con la loro pochezza quei due ‘personaggetti’ – per usare un’espressione cara al Presidente qualche anno fa – non hanno fatto altro che ingigantire agli occhi degli elettori campani la figura dell’uscente. C’è di più. Ancora una volta – l’ennesima da trent’anni a questa parte – gli intrighi dei nemici di De Luca interni al suo schieramento, le denunce, lo scandalismo giustizialista, la mobilitazione strumentale del connubio media-procure ha fatto flop. Uno che lavora e consegue risultati tangibili e percepiti dai cittadini comuni non lo freghi con le fake news e con le congiure di palazzo.

Il quarto dato è comune alle tre Regioni restate al centrosinistra. In tutte e tre il PD non aveva stretto accordi col M5S. Ricordate gli ammonimenti della stragrande maggioranza dei politologi di sinistra sei mesi fa? Se il PD non si fosse accordato col M5S, avrebbe perso tutte le Regioni, compresa la Campania, per la quale a via del Nazareno già lavoravano ad un’intesa sul ministro Costa candidato comune. Grazie all’acerbo settarismo dei pentastellati, che hanno fatto gli schizzinosi, alla fine il PD ha scampato il pericolo. Malgré lui-même, verrebbe da dire. È difatti riuscito a pattuire una candidatura comune solo in Liguria, dove ha fatto flop. In Campania, Puglia e Toscana PD e M5S sono andati ciascuno per conto proprio ed il risultato è stata la conquista delle tre Regioni da parte del PD e lo squagliamento del M5S. E non è che il PD in queste Regioni non abbia stretto alleanze, le ha tessute altroché, ma con il centro e con pezzi della destra, non con i populisti. E se questo lodo funzionasse anche per l’Italia? Qualcuno a Roma ce la farà una riflessione?

Intanto le voci critiche si fanno sentire. La senatrice napoletana Paola Nugnes, uscita tempo fa dal M5S, politicamente vicina al Presidente Fico, si è espressa così. “Come al solito il partito più imponente è quello che non c’è, il partito dell’assenteismo. Il M5S è crollato e il tentativo di intestarsi un taglio dei parlamentari, battaglia di tutti i grandi partiti da anni, è stata solo una strategia per mascherare in parte il crollo elettorale già previsto. Anche Renzi è crollato perché, evidentemente, la parte liberista della sinistra non piace più. Ma anche la destra non ha avuto il boom che si temeva e sono in corso evide3nti fratture interne. Il partito che non c’è contiene anche parte di quel 30% di Italiani che è andato a votare NO al referendum e chiede un’attenzione che Zingaretti gli riconosce pubblicamente. Sta ad una vera sinistra, costituzionalista, radicale, ecologista e progressista cogliere questa sfida per il futuro”.

Si diceva del flop dei populisti, ma anche Italia Viva, col suo culto del tatticismo da giocatori delle tre carte, ha preso una bastonata di quelle che si ricordano. Voleva dare il suo contributo ‘decisivo’ per fa vincere in Toscana e in Campania e per far perdere in Puglia il centrosinistra, tanto per far capire che senza IV il PD è condannato a perdere ovunque. Invece, con i pochi voti racimolati, non è riuscita a far perdere Emiliano in Puglia ed è stata ininfluente nelle vittorie di Giani e De Luca in Toscana ed in Campania. Ciao ciao, la gente non ne può più di queste astuzie da prima repubblica.

Chiudiamo con una riflessione più di fondo, peraltro già proposta da commentatori ben più autorevoli del sottoscritto. Chi ha giocato un ruolo determinante per l’inversione della tendenza dell’elettorato verso il populismo sovranista, che durava da anni e sembrava irreversibile, è stata l’Unione Europea. Nel momento di maggior panico post-Covid ha sommerso il nostro Paese di miliardi di euro, buona parte a fondo perduto, il resto a tasso zero o a tassi irrisori. La narrazione sovranista di un’Italia strozzata dall’Europa e di una classe dirigente nazionale serva degli strozzini del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea in poco più di un mese si è squagliata. I narratori hanno perso il filo e la trama si è ingarbugliata. È cominciata un’altra storia e la gente se n’è accorta.