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Cannes 2026: il cinema torna politico e la moda diventa racconto

premiare il cinema che divide e interroga

by Francesca Pica
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Il Festival di Cannes 2026 si è chiuso con un verdetto che conferma, ancora una volta, la vocazione della Croisette: premiare il cinema che divide e interroga. A trionfare nella 79ª edizione è stato Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu, che conquista così la sua seconda Palma d’Oro dopo lo storico successo di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni nel 2007.

È stata un’edizione meno hollywoodiana rispetto agli anni passati, più austera nei toni ma sorprendentemente intensa sul piano artistico. Cannes 2026 ha scelto di guardare con decisione al cinema europeo e asiatico come spazio privilegiato della riflessione contemporanea, premiando opere segnate da tensioni morali, conflitti politici e fragilità umane.

Fjord è il simbolo perfetto di questa linea editoriale. Ambientato in Norvegia ma attraversato dalle inquietudini dell’Europa orientale, il film racconta la disgregazione di una famiglia emigrata in Scandinavia, trasformando il dramma domestico in una riflessione sul sospetto, sull’identità culturale e sul fallimento dell’integrazione. Mungiu dirige con rigore quasi chirurgico, evitando qualsiasi concessione melodrammatica e affidandosi alla forza silenziosa delle immagini.

A impressionare la giuria guidata da Park Chan-wook è stata soprattutto la compattezza del concorso: pochi film “facili”, molte opere radicali e una sensazione diffusa di cinema nuovamente disposto a rischiare. Il Grand Prix assegnato ad Andrej Zvyagintsev per Minotaur ha avuto anche un forte peso politico: il regista russo in esilio ha usato il palco per rivolgersi direttamente a Vladimir Putin, chiedendo la fine della guerra in Ucraina. Uno dei momenti più intensi e applauditi dell’intera manifestazione.

Il palmarès verrà ricordato anche per l’insolita quantità di ex aequo. La miglior regia è stata condivisa tra Javier Calvo e Javier Ambrossi per La Bola Negra e Paweł Pawlikowski per Fatherland. Ex aequo anche il Premio per il Miglior Attore, assegnato a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont, mentre il Premio per la Migliore Attrice è andato a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi. La Migliore Sceneggiatura è stata attribuita a Notre salut di Emmanuel Marre, che in Italia uscirà con il titolo Un uomo del suo tempo. Una scelta che ha suscitato discussioni tra critica e addetti ai lavori: per alcuni segno di equilibrio e apertura, per altri indice di una giuria incapace di esprimere una preferenza netta.

Sul piano estetico, Cannes 2026 ha mostrato due anime ben distinte. Da una parte il ritorno del cinema politico europeo, dall’altra una ricerca sempre più raffinata sul linguaggio visivo. Film contemplativi, lunghi silenzi, fotografia rigorosa e narrazioni frammentate hanno dominato il concorso principale. Un festival certamente meno “popolare”, ma probabilmente più coerente con la propria identità storica.

La Croisette non ha rinunciato però al suo lato glamour. Demi Moore, membro della giuria, è stata tra le figure più fotografate del festival, mentre la Palma d’Oro onoraria a Barbra Streisand e il riconoscimento speciale a John Travolta hanno aggiunto il necessario respiro hollywoodiano a un’edizione altrimenti fortemente autoriale.

L’edizione 2026 del Festival di Cannes ha confermato una trasformazione interessante del suo immaginario di costume: meno spettacolarizzazione estrema, più costruzione consapevole dell’immagine. La Croisette resta una vetrina globale della moda, ma il linguaggio dominante sembra essersi spostato verso quello che diversi osservatori hanno definito “glamour controllato”. La moda di Cannes è sempre anche una forma di storytelling delle celebrità: quest’anno alcune figure hanno incarnato questo ruolo in modo particolarmente evidente, con una crescente vicinanza tra abito e ruolo interpretato. Molti look sembrano costruiti come estensione della professione dell’attore o del regista. In questo senso, Cannes continua a essere un laboratorio in cui cinema e moda si contaminano, ma con una grammatica più raffinata rispetto al passato.

Per il cinema italiano, Cannes 2026 lascia sensazioni contrastanti. Presenze importanti e attenzione mediatica non sono bastate a portare premi significativi nel concorso principale. Un segnale che conferma la difficoltà del nostro cinema nel competere oggi con la forza narrativa e politica delle cinematografie dell’Est Europa e dell’Asia.

Nel complesso, Cannes 2026 è stato un festival severo, elegante e profondamente politico. Meno interessato allo scandalo o all’effetto social, più concentrato sulla sostanza delle opere. In un’epoca dominata da piattaforme, algoritmi e consumo rapido delle immagini, la Croisette continua a difendere un’idea di cinema che pretende attenzione, tempo e partecipazione emotiva. Ed è forse proprio questa ostinazione a renderla ancora il luogo più importante del cinema mondiale.

 

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