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Riders. Il lavoro al tempo della Gig Economy

by Maria Mastrullo

Mentre la seconda ondata della pandemia sta mettendo il Paese in difficoltà, la Gig Economy rappresenta una nuova modalità di organizzazione del lavoro attraverso piattaforma digitale. E i Gig-Worker, meglio conosciuti come Riders, sono chiamati sempre in prima linea. Eppure ai fattorini delle consegne a domicilio continuano ad essere negati contratti dignitosi e ammortizzatori sociali adeguati. Pedalando pedalando, la conseguente protesta continua senza sosta per vedere riconosciuti i propri diritti di lavoratori al grido: “lavorare si può, battersi per i propri diritti no”. Ribadendo che il diritto di sciopero non si tocca perché è l’unica vera arma a disposizione per farsi sentire.

I Riders vivono di consegne a domicilio, una fonte di reddito magra, precaria, a cottimo. Sono tra quelle e tra quelli che non possono restare a casa. Lavoratori di fatto dipendenti, che una falsa autonomia e l’assenza di un contratto priva di ogni strumento di difesa e di tutela. Lavorano, in questo momento così delicato, principalmente per piattaforme multinazionali del food delivery che non gli forniscono neanche – nonostante le incessanti richieste, nonostante le leggi dello Stato – i dispositivi di sicurezza necessari (guanti, gel per le mani e mascherine). Che li considerano collaboratori autonomi verso i quali non hanno alcuna responsabilità. Protestano per necessità, i Riders. Mentre le aziende fanno di tutto per continuare a sfruttare la situazione di emergenza e approfittare del vertiginoso aumento degli ordini online. Sembra che ancora una volta il peso della crisi economica venga scaricato sugli invisibili, sui lavoratori privi di tutele.

Si è discusso molto tra le parti sociali sulla natura giuridica del loro rapporto di lavoro (subordinato, autonomo o una tipologia da definirsi appositamente?), ma senza risultato. Si è reso quindi necessario l’intervento del legislatore, che nel 2019 ha introdotto livelli minimi di tutela per i soggetti impiegati nelle attività di consegna di beni per conto terzi in ambito urbano e con l’ausilio di determinati veicoli.

Lo scorso 15 settembre, poi, Assodelivery – l’associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery alla quale aderiscono Deliveroo, Glovo, JustEat, Social Food e Uber Eats – e il sindacato UGL hanno sottoscritto il primo contratto in Europa sui Riders. Prevede un compenso minimo per consegna e varie indennità e incentivi. Ma la sostanza del rapporto di lavoro non cambierebbe. Il Ministero del lavoro ha sollevato alcuni rilievi sulla sua legittimità, legati perlopiù al fatto che l’UGL non è sufficientemente rappresentativa, ma sono stati soprattutto i Riders ad opporsi. Migliaia di “fattorini” sono scesi in piazza per rivendicare una risposta concreta e immediata su assunzioni, diritti, paghe non negoziabili, malattia, ferie, maternità e non solo. Secondo gli attivisti quell’accordo sarebbe inaccettabile e chiedono al Governo di intervenire aprendo una vera contrattazione tra le parti sociali.

Intanto, mentre a Roma si discute, il Tribunale di Palermo lo scorso 20 novembre si è pronunciato qualificando il rapporto di lavoro di un Rider con la spagnola Glovo come subordinato e a tempo indeterminato. Già a Torino una sentenza della Cassazione aveva stabilito che ai ricorrenti – lavoratori di Foodora – andava riconosciuta la tutela del lavoro dipendente. Cause analoghe sono in corso presso i Tribunali del Lavoro di altre città. Tasselli importanti, che riconoscono quanto i Riders sostengono da sempre: “non siamo collaboratori autonomi, ma vittime di volontà aziendali che vogliono eludere i nostri diritti per imporci il ricatto del cottimo”.

Il bisogno di diritti e di garanzie non può andare in quarantena. Il lockdown ha trasformato questo segmento di precariato in una forza lavoro essenziale che adesso, con maggiore consapevolezza, pretende giustamente le dovute tutele contro la precarietà e lo sfruttamento.

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