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Tra Dell’Utri e Lucano

by Luigi Gravagnuolo

Appena i Radicali e la Lega hanno lanciato la campagna per la sottoscrizione dei sei referendum sulla giustizia mi sono precipitato al Comune e li ho firmati tutti. Non ne avevo letto i contenuti e ancora non l’ho fatto. Per questo c’è tempo. Ho firmato a prescindere, perché la cosa più importate oggi in Italia è che si apra un grande dibattito pubblico sulla magistratura, la cui credibilità è purtroppo molto compromessa.

Vediamo i due casi più eclatanti dell’ultimo mese e consideriamoli non tanto nel merito, quanto per le reazioni che hanno suscitato nell’opinione pubblica.

22 settembre, dopo un iter giudiziario durato venti anni (sic!), la Corte d’assise d’appello di Palermo ha assolto il senatore Marcello Dell’Utri, molto vicino a Berlusconi, ed i carabinieri del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno dal reato di collusione con la mafia. E’ presumibile che la pubblica accusa faccia ricorso in Cassazione, quindi non è ancora finita.

29 settembre, il Tribunale di Locri ha condannato l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, difeso da un principe del foro italiano qual è l’avv. Giuliano Pisapia, a tredici anni di reclusione. Lucano è noto per le sue politiche di accoglienza dei migranti e perciò molto amato da quanti sono sensibili alla solidarietà verso gli ultimi. Ci sarà il ricorso in appello e, se una delle parti sarà insoddisfatta, in Cassazione.

Per entrambe le sentenze non sono state pubblicate ancora le motivazioni, come da procedura, pertanto nessuno ha potuto leggerle. Ne sono noti solo i dispositivi.

Ai primi l’assoluzione è stata accordata perché, a seconda dell’imputazione, il fatto non sussiste ovvero perché non costituisce reato. A Lucano la condanna è stata comminata per i reati di concussione, peculato ed altre malversazioni contro la pubblica amministrazione; non per le sue iniziative legate all’accoglienza dei migranti, per le quali è stato assolto. Questo è quanto.

Orbene, i giudici di appello di Palermo neanche avevano finito di leggere la sentenza che già i media giustizialisti e i saputelli dei social sono partiti con l’indignazione per la ‘scandalosa’ assoluzione, alcuni giungendo ad alludere a una presunta corruzione dei giudici.

Idem, a parti invertite, per la ‘scandalosa’ condanna di Lucano. Ancora indignazione, questa volta per la condanna politica comminata da giudici faziosi ed ostili all’immigrazione.

A pochi è saltato per la mente che la nostra magistratura non è quella di Kim Jong-un né quella egiziana, e che le nostre leggi non sono quelle della sharia. Viviamo in uno stato di diritto e tutti, a cominciare dai magistrati, devono soggiacere alle leggi. Perciò siamo liberi.

Se non ci sono prove documentali e testimoniali sufficienti che un imputato abbia commesso un reato, che stia simpatico o antipatico, costui deve essere assolto. Viceversa, se ci sono prove inconfutabili di colpevolezza, con tutta la simpatia o l’umana empatia che può suscitare un imputato nel giudice, costui deve essere condannato. Poi ci sono i vari gradi della giustizia, fino alla cassazione.

Questo è il mestiere del giudice. Noi, che tali non siamo, possiamo dare il giudizio che volgiamo sulla persona dell’assolto o del condannato, ma l’esserci una persona profondamente antipatica o decisamente simpatica non costituisce reato nel primo caso, né libertà di eludere le leggi nel secondo. I giudizi politici e quelli morali sulle persone sono parte costitutiva della dialettica democratica, ne sono il sale, ma non hanno a che vedere con le sentenze dei tribunali.

Questa distinzione tra i giudizi politici o morali e le decisioni dei tribunali, tra il quid sit justum e il quid sit jus, da tempo si è però smarrita nella persuasione della maggioranza dei cittadini, anche se, per la verità, la mediatizzazione politica dei processi non è un dato dell’oggi.

È indubbio tuttavia che essa si sia accentuata da tangentopoli in poi. I giudici hanno cominciato a fare politica o ad atteggiarsi a custodi della morale pubblica, spesso aspirando a diventare politici in Parlamento, o sindaci delle Città, o Presidenti delle Regioni, o più frequentemente consulenti dei Ministeri.

Inevitabilmente si sono creati intrecci, alleanze e strategie comuni tra pezzi di magistratura e pezzi della politica, con il coinvolgimento strumentale dei giornalisti. Infine la magistratura si è divisa al suo stesso interno ed ora si trova nel pantano di una guerra di tutti contro tutti che neanche il buon Mattarella sta riuscendo a gestire.

Questa storia va avanti da troppi anni e non può proseguire. Senza una rinnovata credibilità della magistratura lo stato di diritto farà molta fatica a resistere.

Occorre che ciascuno rientri nei propri ruoli ed eserciti le sue funzioni nei confini stabiliti dalla Costituzione Repubblicana. Per ‘tornare allo Statuto’ non è più sufficiente l’opera di autogoverno e di autoriforma della magistratura. È ineludibile un grande confronto pubblico sulla giustizia. I referendum possono esserne l’occasione, purché ciascun elettore, ammesso che i promotori raggiungano le firme e che si arrivi al voto, ponderi con attenzione il merito di ciascun quesito e si pronunzi con scienza e coscienza. A quel punto sì, varrà la pena e sarà doveroso approfondire i quesiti su cui ci pronunzieremo.

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