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Ucraina, chi firmerà la pace?

by Luigi Gravagnuolo
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Non sembri una bizzarria della mente, potrebbe essere proprio Evgenij Prigožin, il padrone-comandante del Gruppo Wagner, colui che sta capitanando l’assedio di Bakhmut, a sottoscrivere il finora lontano, molto lontano, accordo di pace tra Russia e Ucraina. Da sempre le paci sono state prima contrastate poi siglate dagli oltranzisti degli schieramenti in guerra, piuttosto che dai moderati. Nel pieno degli scontri i mediatori sono sistematicamente incalzati dai più intransigenti e relegati ai margini dei luoghi decisionali. Se il moderato solo accenna alla ricerca di un’intesa col nemico, viene immediatamente azzannato dal fiero combattente in prima linea, che lo addita ai suoi come un codardo traditore. E siccome in guerra si muore, i soldati che ogni mattina si chiedono se arriveranno al giorno successivo, o se ci arriveranno interi o mutilati, sono propensi a credere che, mentre loro stanno al fronte, i ‘politici’ al governo sono invece pronti a barattarne le vite in cambio di accordi al ribasso alle loro spalle. Il soldato al fronte – a meno che non abbia chiara la percezione della disfatta imminente, nel qual caso si augura un tempestivo cessate il fuoco atto a salvargli la vita per tempo – si fida del capo guerriero, che si espone al fuoco nemico insieme a lui e che promette la vittoria finale, piuttosto che del saggio politico in doppiopetto. E il capo guerriero, un po’ per conquistare e mantenere la fiducia dei suoi soldati, un po’ perché capisce che il pallino sta passando nelle sue mani, accentua le sue posizioni estremiste. Sa che, alla fine, per far digerire una pace ai soldati, e al popolo che ne costituisce il sostrato, ci vorrà la sua garanzia personale.

Così, dal primo giorno dell’invasione russa, Volodymyr Zelens’kyj ha dismesso gli abiti borghesi, ha indossato la divisa militare e non l’ha tolta più. Era incalzato dal Battaglione Azov e dalla Julija Tymošenko, pronti a saltargli addosso alla sua prima incertezza. E quando poi Olena Zelenska, la first lady ucraina, per rappresentare suo marito e il suo Paese si è recata in missione diplomatica all’estero in abiti griffati, sono subito partite le critiche dall’interno del suo stesso schieramento. Per non dire dell’indignazione suscitata dalla copertina di Vogue che la ritraeva felice, guancia a guancia con il suo Volodymyr. Chissà che a Kiev l’eliminazione di fatto dalla scena militare del Battaglione Azov, dopo la caduta di Mariupol’, non abbia risolto un problema. Ora Zelens’kyj pare determinato a cavalcare la tigre, mentre alcuni suoi alti ufficiali suggeriscono una ritirata ‘ordinata’ da Bakhmut, lui sta sostenendo le posizioni dei più oltranzisti e ha ordinato perentoriamente di rafforzare le difese della città del Donec’k – di scarso valore strategico a dire degli analisti angloamericani – e di non arretrare di un millimetro. Difficile non vedere in queste scelte la logica politica, prima che militare.

Nel campo russo non c’è stato un evento militare che abbia messo fuori gioco il Gruppo Wagner, com’è stato per il Battaglione Azov a Mariupol’. La Russia, nazione di per sé multietnica, si rispecchia anche al fronte, dove le truppe provengono dalle sue regioni più variegate e dai Paesi satelliti. Ad inizio della guerra era assurto a guerriero di primo rango il ceceno Ramzan Kadyrov. Di una ferocia inusitata, capo di un reggimento di ‘volontari’ pronti a tutto, garantiva che solo a vederlo gli Ucraini si sarebbero dati a gambe levate e si proponeva già come leader spendibile anche a Mosca. Deve averne prese tante sul campo che di lui non si sente parlare da un bel po’. Gli è subentrato nel ruolo mediatico e sul campo di guerra Evgenij Prigožin. Oligarca russo nativo di San Pietroburgo, ex carcerato nel suo paese per droga con condanna per otto anni, titolare di molteplici attività, tra le quali catene di ristoranti – per le quali è spesso definito ‘il cuoco di Putin’ – oggi plurimiliardario, accusato e condannato negli Stati Uniti per essersi ingerito con la sua Internet Research Agency nelle loro vicende elettorali condizionandole a favore di Trump con la diffusione di fake mirate, impasticciato con i GRU, i servizi di intelligence russa, è il padrone della compagnia privata di mercenari Wagner che ha messo a disposizione di Putin. Era un gruppo ben addestrato e fino al suo ingaggio in Ucraina aveva inanellato vittorie su vittorie sui campi della Siria, della Libia e dell’Africa.

A Bakhmut ha preso le prime batoste sul campo ed è stato costretto a chiedere al Cremlino supporto in uomini e munizioni. Gliene sono stati forniti col contagocce, o quanto meno non nella misura da lui agognata. Soprattutto gli uomini che gli sono stati procurati sono in parte ergastolani pluriomicidi e criminali in genere, senza disciplina e addestramento. A Prigožin è stato consentito di selezionarli e reclutarli di persona e lui, a quanti tra loro si sono dichiarati disposti ad arruolarsi nella Wagner, ha promesso che avrebbero ottenuto una buona paga e la grazia dopo sei mesi se fossero sopravvissuti, un consistente risarcimento per i loro parenti in caso di morte al fronte. E la fucilazione certa ed immediata se avessero tentennato in battaglia.

A Bakhmut nelle prime settimane pareva stesse sbaragliando le difese ucraine con relativa disinvoltura. Poi il rallentamento, la tenace resistenza degli Ucraini, le illusioni di facile gloria infrante sullo scoglio della realtà. Ad oggi sono sette mesi che la battaglia va avanti con centinaia di caduti al giorno, ma Bakhmut ancora non è stata espugnata.

Intanto Putin, forse anche indispettito e insospettito dal protagonismo mediatico di Prigožin, ha affidato il comando delle truppe regolari del suo esercito in Ucraina al generale Gerasimov, il più preparato ed aggiornato tra i suoi alti ufficiali. Questi sta coordinando gli attacchi missilistici alle infrastrutture logistiche ed energetiche ucraine, ma sta tenendo una condotta guardinga sul campo, evitando di mandare all’assalto i suoi uomini, allo stato attuale delle cose palesemente meno preparati dei combattenti ucraini. E si è ben guardato dall’inviare le sue truppe migliori al massacro di Bakhmut. Il suo obiettivo, in raccordo col Cremlino, è di tirarla per le lunghe, per lo meno fino all’apertura della campagna elettorale per le presidenziali degli Stati Uniti, dove i Russi confidano nel ritorno dell’amico Trump alla Casa Bianca.

Prigožin non l’ha presa bene e in questi giorni, mentre continua nell’assedio di Bakhmut conquistando si terreno, ma con lentezza esasperante, alterna dichiarazioni di denuncia del ‘tradimento’ di settori del Cremlino nei suoi confronti a dichiarazioni di elogio del coraggio dei soldati ucraini, ai quali rende con enfasi l’onore delle armi. Si fa vedere sempre più spesso in divisa militare al fronte quasi a dire al Cremlino: e voi dove state? Inevitabile la discesa in campo del ministro della difesa russo, Sergei Shoigu, che si è precipitato al fronte a farsi riprendere mentre attacca medaglie al petto dei soldati regolari più valorosi.

Prigožin sente puzza di bruciato e comincia a guardarsi attorno in tutte le direzioni. Il personaggio è spregiudicato, non è ben decifrabile il suo disegno, ammesso che ne abbia uno solo, ma di certo si sta smarcando dal controllo gerarchico delle forze regolari russe. Bakhmut, lo dicevamo poc’anzi, a dire degli analisti militari anglo-americani non ha un grande valore strategico. Lo ha però, ed è un valore enorme, sul piano simbolico, quindi politico.

Zelens’kyj si è assunto una grande responsabilità a resistere a quanti, a cominciare dalla NATO, gli suggerivano di ordinare ai suoi la ritirata da Bakhmut. Se alla fine Bakhmut cederà, gli saranno imputate le troppe vite stroncate per un’impresa azzardata. D’altro canto, se e quando Prigožin riuscirà a prenderla, il suo peso politico al Cremlino crescerà a dismisura e, considerato che tutti sanno che il vero ostacolo alla pace è lo zar Putin, se mai da parte russa ci si vorrà sedere al tavolo della pace, lui sarà pronto a rappresentarla e magari anche a sistemarsi al Cremlino. Vuoi vedere che la pace, quando sarà, non la sigleranno né Putin, né Zelens’kyj?