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USA – IRAN, giorni cruciali

controllo congiunto su Hormuz e concessioni iraniane di facciata sul nucleare

by Luigi Gravagnuolo
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Foto by New York Times

 

Sono giorni cruciali questi per il tycoon. Si è avventurato nella guerra contro l’Iran convinto che avrebbe chiuso la partita in una settimana, o giù di lì. Confidava nello strapotere militare e nei servizi del Mossad. Gli avevano riferito di un paese allo sbando, di una classe dirigente odiata dal popolo che si reggeva solo sul terrore. Sarebbero bastate poche incursioni ben mirate e il regime sarebbe collassato. Lui invece avrebbe cantato vittoria, de-nuclearizzato il nemico – altro che quegli effimeri accordi pazientemente intessuti da Obama nel 2015 – imposto un cambio di regime per la gestione della transizione, chiuso il rubinetto del petrolio iraniano verso la Cina e avrebbe finalmente aperto una stagione di pace in tutto il Medioriente. Stavolta sì che nessuno avrebbe potuto negargli l’agognato premio Nobel.

Non gli erano serviti a niente gli anni impiegati da Israele per neutralizzare Hamas a Gaza, conclusi con le milizie ancora in armi, sia pure ridimensionate. Proprio a Gaza gli ayatollah avevano invece sperimentato una nuova conduzione della guerra. Cunicoli sotterranei, indifferenza alla perdita di vite umane, capacità di surroga immediata dei vertici politici e militari eliminati dai raid dell’Idf, marketing del dolore su scala mondiale con mobilitazione delle opinioni pubbliche occidentali, attivazione dei proxy col lancio di missili dal Libano, dallo Yemen e dallo stesso Iran. Gli ayatollah erano ben preparati a resistere all’aggressore, bastava attirarlo in trappola, impantanarlo per mesi e lui, il Presidente Usa, non avrebbe retto a lungo.

Dunque, la minaccia maggiore per Trump era la durata della guerra. Era stato eletto a furor di popolo, promettendo agli Americani che avrebbe chiuso in un batter d’occhio tutti i conflitti nei quali erano coinvolti, a cominciare da quello russo-ucraino, per il quale avrebbe impiegato tre giorni a chiudere il conto. E invece?  Si trova ora a dover fronteggiare questo nemico insidioso, di cui non riesce a venire a capo. Il NYT ha fatto i conti degli armamenti e delle munizioni già consumati dagli Usa. Praticamente un terzo della loro disponibilità totale. Per ricostituirli al livello pre-Iran occorreranno circa cinque anni. Xi Jinping se la ride.

Ora The Donald sbraita: maledetti europei che non sono corsi in suo aiuto nel Golfo Persico, costringendo lui e Israele a sparare solo le proprie munizioni. Cerca di scaricare sui vili alleati – e magari anche sul Santo Padre che di cannoniere proprio non ne ha – la rabbia dei suoi stessi elettori.

Ma la decisione di aggredire l’Iran in violazione di tutte le norme del diritto internazionale l’ha presa lui, in combutta col solo Netanyahu. Non l’aveva concordata con gli Europei, che neanche aveva avvertiti. Al punto che il nostro ignaro Ministro della Difesa si trovò a Dubai sotto le bombe mentre vi si era recato da privato per motivi personali. E poi, la Nato è un’alleanza circoscritta al Nord Atlantico e solo difensiva. Perché avrebbe dovuto seguire il tycoon nella ‘sua’ – sua e di Netanyahu – guerra del Golfo Persico? Tanto più che proprio in Europa, dove la Nato è sotto minaccia, lui ha ridotto all’osso i finanziamenti Usa, sta ritirando i suoi soldati e amoreggia col nemico.

Insomma, per farla breve, Trump sta ostinatamente segando il ramo sui cui è seduto, a cominciare dall’Alleanza atlantica. E i sondaggi dicono che ha raggiunto il livello più basso di consensi che un Presidente Usa abbia mai avuto a un anno dall’insediamento alla Casa Bianca. Se non riesce a venire fuori velocemente dal pantano in cui si è infilato, lo aspetta l’impeachment ad inizio 2027. Altro che premi Nobel e sogni di gloria.

Ma il problema più grande, e imminente, è la tagliola della War Powers Resolution, la legge del 1973 che autorizza il Presidente USA a ordinare l’avvio di una guerra senza la previa autorizzazione del Congresso, ma solo per la durata di sessanta giorni. Dopo di che deve ottenere l’autorizzazione del Congresso o ritirare le truppe. Se non lo fa, scatta automaticamente l’impeachment. I sessanta giorni scadranno venerdì prossimo, primo maggio, e alcuni parlamentari repubblicani hanno già dichiarato che in un eventuale voto al Congresso voteranno contro la prosecuzione della guerra. Sarebbe uno smacco catastrofico.

Ed ecco che nel suo entourage si sono ricordati del 2011, guerra di Libia. Obama violò il limite dei sessanta giorni, ma lo giustificò dimostrando che gli USA non erano implicati in un conflitto apertamente dichiarato e che i militari yankee non erano convolti in scontri a fuoco diretti. La via di uscita è dunque questa, continuare la guerra per via non militare, altro che riportare l’Iran all’età della pietra. Trasformare la guerra da militare a commerciale. Si spiega così il blocco dello Stretto di Hormuz.

Le conseguenze della sua chiusura sono spaventose per l’economia dell’Iran, al punto che potrebbero indurre i barbuti despoti a miti consigli. Oppure ad attaccare direttamente le navi Usa che stanno attuando il blocco dello Stretto, inducendo così il Congresso ad assentire all’escalation militare.

E ci siamo spostati sull’altro fronte. La classe dirigente di Teheran è palesemente divisa, dilaniata al suo interno. Ci sono i pasdaran duri e puri che vogliono sfidare il nemico attaccandolo e i ‘politici’ che ritengono conveniente addivenire ad un compromesso, senza fare un assist al nemico. Le divergenze interne alla teocrazia sono sotto gli occhi del mondo intero, mentre manca il leader che possa decidere. Il povero Mojtaba Kameney, al quale spetterebbe la leadership, è notoriamente mutilato, sfregiato e privo di vera capacità decisionale.

La soluzione? Trattandosi di protagonisti, entrambi divisi al loro interno e imprevedibili, sembra che tutto spinga per un’intesa a due: controllo congiunto dello stretto di Hormuz e concessioni di facciata sul nucleare da parte dell’Iran. Il paradosso è che l’accordo sul nucleare di Obama del 2015, tanto deriso dai Maga, era proprio questo. Mentre Hormuz restava aperto alla libera navigazione internazionale. Tutto ciò senza aver sparato un colpo in Iran né perso un soldato Usa.

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