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In commosso ricordo di Mauro Visentin

un grande pensatore che fu mio amico

by Bruno Gravagnuolo
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Tutto precipita mercoledì. Avvisato da Antonio Gnoli in quel momento a Milano, mi precipito a soccorrere Maria Grazia del Prete a piedi verso il Santo Spirito dove l’ambulanza ha portato Mauro Visentin. Colpito da una diagnosi tragica e fulminea. Emorragia cerebrale, vien fuori subito. Mauro l’amico di una vita, romano di origini veronesi, 74 anni, eminente filosofo teoretico compagno di studi e di contese, fratello di passioni conoscitive e passioni politiche, spesso avverse ma unite da spirito comune di verità. Per me un alter ego ideale. Un fratello, un maestro imbattibile nella tenzone logica. Allievi entrambi del più grande pensatore italiano vivente, Gennaro Sasso, massimo conoscitore di Machiavelli Dante Croce Gentile. Due strade che divergono le nostre, fin da quando a Napoli nel 1976 ci arrampicavamo a Spaccanapoli in casa Croce entrambi borsisti con accanite discussioni in treno su Croce, Marx, Gentile, la politica, la sinistra, Bobbio. In pieno ‘77.

Poi io faccio il giornalista e mi occupo di Hegel altro scoglio su cui si combatteva, lui inizia una prestigiosa carriera accademica, luminosa senza compromessi di comodo. Anzi scomoda e totalmente originale: l’Ontologia antimetafisica rigorosa, laica, atea. Ontologia negativa non debolista, e basata sul concetto di Essere scisso dal divenire e però dimostrabile come necessità e orizzonte ferreo e incontraddittorio. Da un lato per lui la verità che è, e ci abita come criterio di pensiero e dimostrabile a contrario. Indifferente a tutto. E dall’altro l’esistenza e il divenire contraddittori e opinabili. Senza certezza. Sperimentabili e teorizzabili con concetti provvisori e idonei solo fino a prova contraria. Così come a contrario era appurabile la necessità dell’essere, incontraddittorio appurabile dalla negazione del nulla. Essere per Mauro Visentin era negazione del contrario. Al modo di Aristotile. E la negazione di ciò che è contraddittorio era di per sé stessa il mostrarsi della necessità della verità. Un criterio questo gnoseologico e ontologico ispirato allo elenkos aristotelico, attraverso la nientificazione delle proposizioni contraddittorie.

Tante le sue opere. Ne ricordiamo tre. Tra “Struttura e problema”, Marsilio, tra le prime dove critica definitivamente Severino rilevandone la metafisica implicita nel suo contrasto insolubile con la storicità del divenire che appare dentro l’essere parmenideo. E “Ontologica scritti sul senso della verità”, Bibliopolis, e Il “Neo parmenidismo italiano”, stesso editore. Ed era tra i curatori della Opera nazionale di Gentile. Scritti asperrimi ma abbaglianti e imprescindibili per ogni seria e rigorosa filosofia razionalista che voglia far luce sul tema dell’Ontologia anti fondazionale e anti teologica. Una anti metafisica fondata sulla necessità logica. More geometrica demonstrata. Un caposaldo originale e anche divergente dal maestro Sasso che ravvisava in questa comune prospettiva sull’Essere un orizzonte coscienziale e auto cosciente. Mentre per Mauro la verità è e prescinde dalla coscienza dei mortali, salvo barlumi di consapevolezza della sua verità e non predicibilità’, verità altra, vera ma irraggiungibile come presenza e possesso concreto.

Ma Visentin era anche altro come pensatore. Rifletteva sulla morte e sul suo dominio come controprova esistenziale del tema del nulla. Inesprimibile e ragionabile solo sul piano ontologico. Che lui distingueva dal piano fenomenologico e linguistico, dove istinto vitale e linguaggio e dialettica, erano altro dalla necessità logica. E su questo c’erano infinite discussioni tra noi – il vecchio Hegel! – che culminarono in accordo: la vita pratica era attraversabile solo in termini ermeneutici e falsificazionistici addirittura eristici e sofistici, in un agone di teorie in lotta decise o sconfitte da un argomentare scalfibile fino a prova contraria.

E poi Mauro nonché grande storico della filosofia, era un grande studioso di Marx al quale a Sassari da ordinario dedicò memorabili lezioni che andavano al cuore del marxismo e della legge del valore. Lui era stato operaista trontiano, ma poi dopo la laurea con Colletti era giunto alla conclusione che erano le macchine a creare plus valore, laddove a mio avviso era la combinazione dinamica macchine management industriale e lavoro vivo, a generare valore e lavoro socialmente necessario. Lezioni mirabili le sue, che andrebbero raccolte.

Infine, la politica. Avversari fino all’ira reciproca incandescente eravamo. Lui renziano liberal persuaso che la frontiera della sinistra fossero i diritti civili. Io all’opposto convinto che lavoro e diritti sociali erano e sono il nucleo della sinistra, su cui piantare la forza dei diritti civili. Un dissenso radicale, che si estendeva ai partiti e alle vedute istituzionali. Lui era per esecutivo forte e democrazia di opinione ormai insuperabile, io invece ostinato post Pci socialista. Avrebbe votato no alla riforma della destra sulla giustizia, destra che lui detestava come retriva e confessionale, come me. E su questo tra noi c’era armonia. Insomma io socialista lui liberale di sinistra, io hegelo-kantiano, lui neo-parmenideo neo-popperiano, ma sempre in dialogo e lite sintonica che spesso finiva in motteggi affettuosi, in cene e compleanni festosi. Con l’adorata Maria Grazia gallerista e che lo rese felice.

Il destino ha voluto che mi occupassi con altri amici del suo fine vita. Ed è stato per me straziante. Se ne va un pezzo d’anima. Un maestro un po’ più giovane della mia gioventù. Che mi ha sempre accompagnato con il suo sprone taglientissimo anche nei pensieri più minuti della mia esistenza riflessiva. E anche nel mio respingere il suo approccio, che giudicavo metafisico perché panlogico e avverso alla esperienza sensibile, non potevo non pensare con lui, pur contro di lui. Era Mauro il mio appiglio controverso, saldo nella mia ripulsa o nel consenso. Sempre. Tornavo infatti sempre a lui dal quale mi dividevano carattere passioni scelte. A chiarire un dubbio o un concetto. Continuerò con te Mauro fratello d’anima e contrasti per sempre. Continuerò a modo mio la tua probità e il tuo rigore fuori da compagnie di giro mediatiche, un esempio in cui da sempre mi sono rispecchiato, sempre confortato dalla tua stima e affetto vicendevole, discreto e non retorico benché scherzoso. E il privilegio più grande per me fu nell’averti conosciuto e aver sentito da te dopo una accanita discussione tra le tante, queste parole per me incancellabili: “Sono lusingato per ciò che dici sul mio pensare e sulle mie soluzioni”. Avevamo sezionato al telefono alcuni versi di Parmenide e dissi che quanto lui diceva era molto ingegnoso. Me ne fu grato. E mi commossi. Una piccola cosa in fondo, ma intrisa di ammirazione mia semplice. Lui ne fu felice. E in questa felicità che mi espresse c’era tutto proprio tutto. La grandezza e la modestia di un grande pensatore che fu mio amico. E che tale resterà nei pensieri e nell’affetto suo che mi abiteranno per sempre. E mi daranno forza.

 

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