Home In evidenza La vittoria di Magyar in Ungheria: Ruszkik haza

La vittoria di Magyar in Ungheria: Ruszkik haza

Trump e Putin pensano che l’Europa non abbia un’anima ma si sbagliano

by Luigi Gravagnuolo
0 comments

Foto by CNN

 

Ruszkik haza, Russi a casa. Così si gridava nelle piazze di Budapest nel ‘56, prima crepa delle coriacee mura dell’impero sovietico. Fu soffocata nel sangue quella rivolta. Aveva fatto sperare tanti, già combattenti per la libertà durante la guerra partigiana, nella possibilità di un comunismo democratico, nell’eguaglianza coniugata con la democrazia. Non avevano cantato ‘Bandiera rossa evviva il comunismo nella libertà’?

Fu stroncata nel sangue quell’illusione. Il 4 novembre di quell’anno 2.500 carri armati sovietici e oltre 200mila soldati dell’Armata Rossa invasero l’Ungheria e occuparono Budapest. Il leader della rivolta, capo del governo legittimo, Imre Nagy fu arrestato. Processato in segreto per alto tradimento fu impiccato la mattina del 16 giugno 1958 nel carcere della capitale, il suo corpo sepolto a faccia in giù, con le mani legate dietro la schiena, in una tomba anonima. E Budapest tornò al grigio antracite dell’oscurantismo staliniano.

Ma l’anelito alla libertà non fu spento, sottotraccia continuò a serpeggiare nei Paesi d’Oltrecortina, contrappuntando di tanto in tanto il lento e inesorabile declino del miraggio distopico e dispotico dell’impero sovietico. La Praga di Alexander Dubcek e di Jan Palach nel ’68, la Polonia di Solidarnosc, via via fino alla perestroika di Gorbacev nella ‘casa madre’ russa, alla caduta del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica.

L’esito del voto di domenica scorsa in Ungheria si colloca nel solco lungo e doloroso delle lotte per la libertà e per l’indipendenza da Mosca dei popoli est-europei. Anche la valorosa Ucraina di Zelensky è iscritta in questa storia. La narrativa moscovita di un’ingerenza dell’Occidente nelle faccende interne ai Paesi del russkij mir è una goffa copertura della volontà di Mosca di schiacciare sotto il suo tallone i Paesi ex sovietici. Questa è la verità, altro che espansionismo NATO.

E dispiace che il popolo russo, tanto ricco di storia, di arte, di raffinata cultura venga di fatto accomunato tout court dai patrioti esteuropei al despota del Cremlino. Ruszkik haza dicono appunto, non Putin haza. Il peggior crimine del sedicente nuovo zar è l’aver indotto interi popoli ad un odio viscerale verso i Russi. Così come fu per Stalin e il comunismo. L’identificazione del comunismo con lo stalinismo condannò il primo a essere rigettato dai popoli europei.

Ora ci sono tante nuove speranze, Orban è uscito di scena (per ora) e Petr Magyar si dice liberaldemocratico e filoeuropeo al cento per cento. Eppure, Orban era arrivato al governo con le stesse posizioni dell’attuale vincitore delle elezioni. Era stato un campione del liberalismo europeista ai suoi esordi, quando nell’88, URSS ancora esistente e lui oppositore, fondò l’Alleanza dei giovani democratici (Fidesz), partito anticomunista e antirusso, liberale, filo NATO e filo UE. Poi, passo dopo passo, spostò la sua Fidesz su posizioni tradizionaliste e sovraniste. Fino ai giorni nostri, nei quali si è reso succubo di Putin, sua quinta colonna nella NATO e nell’UE, e compiacente verso il livore antieuropeo di Trump.

Un’evoluzione spiegabile solo in tre modi, non contrastanti tra loro. La voglia di emergere nel contesto est-europeo come il leader del Paese che non paga i costi della difesa di Kiev, anzi che si avvale delle forniture di petrolio russo a buon mercato. La corruzione sua personale e dei suoi, difendibile ormai solo con la protezione di Putin e di Trump. E le mire nazionaliste verso le terre ucraine a maggioranza magiara: magari l’Ucraina, nazione giovane e ‘assemblata’ tra diverse etnie, ucraini, lituani, polacchi, moldavi, magiari, rumeni, russi, etc., una volta sconfitta potrebbe essere spartita e l’Ungheria annettersi le terre magiare. Non aveva fatto i conti però il trumpino di Budapest con la grande novità dei nostri giorni, per lo meno in Occidente: l’entrata sulla scena della storia delle nuove generazioni, cresciute a latte e social, vogliose di prendere nelle proprie mani il destino dei loro Paesi.

Magyar ne è espressione, per anagrafe e per linguaggio. Ora tocca a lui. Ma attenzione, fino a quattro anni fa era uno del cerchio magico di Orban, di cui è una sorta di spin off; la sua cultura è quella, ancorché abbia maturato una radicale rottura con la sua stessa formazione. Subirà le stesse pressioni che ha subito, assecondandole, il suo ex capo. Chissà, potrebbe forse essere ricattabile sul terreno dell’etica pubblica e personale, il vecchio Orban ne saprà pure qualcosa del suo ex delfino. Insomma, non è che dall’oggi al domani sia cambiato il mondo. E neanche l’Europa. Ma qualcosa si muoverà.

Gli mancheranno le prebende di Trump e il petrolio di Putin, ma l’UE sbloccherà i fondi comunitari sospesi dal ’22 – stesso anno della rottura di Magyar verso Orban – circa trenta miliardi euro, congelati a scopo sanzionatorio per le violazioni dello stato di diritto, dei diritti civili e per la corruzione dilagante a Budapest. E poi, dei vecchi Paesi del Gruppo di Visegrad, gruppo tradizionalista e sovranista con ammiccamenti filorussi, è restata su quelle posizioni solo la Slovacchia. La Polonia nel ’23 ha scelto l’europeista Tusk come Primo Ministro. Nel ’21 si era già svincolata la Repubblica Ceca eleggendo l’attuale premier Petr Fiala, tra i più determinati oggi nel sostegno all’Ucraina. Lo scenario geopolitico nell’Est Europa è molto cambiato rispetto a soli cinque anni fa. E cosa sta spingendo verso questo cambiamento? L’espansionismo di Putin e la grottesca volontà predatoria di Trump. Forse i due aspiranti imperatori avevano davvero creduto che l’Europa fosse una sciatta palude burocratica, un accordo commerciale senza anima. Avevano sbagliato i calcoli.

 

Leave a Comment