La nuova legge elettorale è dunque passata alla Camera con voto segreto. Al Senato il voto segreto non è consentito, lì non sono in vista nuovi agguati dei franchi tiratori. Possiamo perciò considerarla varata. A meno che il Senato non apporti una qualche rettifica al testo licenziato alla Camera, con conseguente ritorno della proposta di legge a Montecitorio. Improbabile, la legge sarà varata.
Ci saranno poi gli annunciati ricorsi delle opposizioni alla Corte Costituzionale e la richiesta di referendum abrogativo. Ma né i ricorsi né il referendum faranno a tempo a irretire l’efficacia delle nuove norme prima del voto. Salvo che la Suprema Corte non si pronunci a tambur battente e sempre ammesso che la sua pronuncia sia interdittiva della legge. Una minaccia per la maggioranza e una ragione di più per considerare ormai imminenti le elezioni politiche anticipate. Diciamo aprile, visto che in quel mese saranno anche superati i quattro anni e sei mesi della legislatura che danno diritto al vitalizio per i parlamentari. Dopo, mese più mese meno, conterà poco anche per l’ultimo dei peones.
Ai sensi della nuova legge, le coalizioni indicheranno sulla scheda oltre ai nomi dei candidati quello del candidato premier; ci sarà un premio di maggioranza abnorme per la coalizione che supererà il 42% dei voti validi o, nel caso di due coalizioni entrambe oltre soglia, a quella che avrà racimolato un voto in più dell’altra; sarà ridimensionata la riserva di seggi per le quote di genere. E liste bloccate. I Caligola di turno potranno collocare al primo posto delle liste i loro servi sciocchi, i nominati saranno la gran maggioranza degli eletti, ergo l’Italia sarà governata dai servi sciocchi.
Martedì scorso, 14 luglio pomeriggio, eravamo ad un convegno sulla riforma elettorale, con focus sulle preferenze. Panel di alto livello, sei giuristi di riconosciuto prestigio accademico, tra loro anche due ex deputati di comprovata esperienza delle procedure parlamentari. Sotto accusa innanzitutto le liste bloccate, poi tutto il resto. Contestualmente alla Camera si votava – a voto segreto su richiesta delle opposizioni – sull’emendamento Meloni, che introduceva le preferenze; per la verità in modo alquanto pasticciato. Sarebbe passato? La domanda aleggiava sui primi interventi. Poco dopo le 19:00 piomba in sala la notizia: con un voto di scarto la Camera aveva bocciato l’emendamento Meloni. Scene di tripudio a Montecitorio sui banchi dell’opposizione rilanciate sui cellulari di tutti gli astanti. Il convegno è andato avanti, ma l’impressione era che quei bravi giuristi stessero bastonando il morto. Non la legge elettorale, che come si è visto è poi passata, ma il governo.
Inutile girarci attorno, se il Capo del Governo su un’iniziativa legislativa ‘ci mette la faccia’ e sfida l’aula parlamentare e la sua stessa maggioranza, se poi va sotto, la faccia la perde. E forse la poltrona. È dunque finito il Governo Meloni? Politicamente sì, giuridicamente no, o non ancora.
A questo punto le alternative, in estrema sintesi, sono tre.
La prima, la classica riunione di maggioranza che definisce le cose da fare di qui a fine legislatura e tira avanti con l’attuale governo; un tirare a campare; meglio che tirare le cuoia avrebbe chiosato il buon Andreotti.
La seconda, la Meloni va al Quirinale e rassegna le dimissioni ricevendo dal Presidente il reincarico, con conseguente tentativo di formazione di un governo di fine legislatura.
La terza, scioglimento anticipato delle Camere col voto in autunno o in primavera, in questo caso contestualmente alle amministrative.
Con le variabili intuibili per ognuna delle tre alternative o per loro combinazioni.
Non abbiamo la sfera di cristallo né fonti interne ai giochi parlamentari credibili e non ce la sentiamo di indicare l’opzione finale della Premier, pur se ‘a fiuto’ crediamo sia più probabile, ed oggi anche più conveniente per il Paese, la seconda alternativa.
Perché le dimissioni con reincarico sarebbero la più conveniente tra le alternative in campo? Ci pare lampante l’impreparazione dell’attuale opposizione, alias campo largo, a farsi carico del governo dell’Italia. Ha bisogno di tempo per trovare l’intesa sul programma e sul nome del candidato premier da indicare sulla scheda. Quindi primarie, quindi tempo.
Né la maggioranza, nella sua configurazione attuale, può vantare un’intesa reale sul programma.
Ma nessuna coalizione può garantire un governo al nostro Paese oggi, se non è coesa sulla politica estera, sulla difesa e sulla gestione del mostruoso debito pubblico. E attenzione, la bella stagione dei fondi PNRR è anch’essa ai titoli di coda. Sono i temi ineludibili per governare l’Italia, eppure su Esteri, Difesa ed Economia entrambe le coalizioni sono lacerate al loro interno. Un bel pasticcio.
Vedremo come evolverà la vicenda politico-parlamentare nei prossimi giorni ma, quali che ne saranno gli sviluppi, l’arbitro ha fischiato l’inizio partita elettorale.
