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Il Festival del Lamento e la Calabria che sa fare cultura

trasformare le inquietudini private in un racconto collettivo

by Francesca Pica
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Quando si parla di festival culturali, il pensiero corre quasi sempre a Mantova, Sarzana, Modena, Camogli, Torino. Città che negli anni hanno costruito appuntamenti capaci di attrarre pubblico, intellettuali e curiosi da tutta Italia. Più raramente lo sguardo si sposta verso Sud. Eppure, anche la Calabria, lontano dai riflettori e dai grandi circuiti mediatici, sta dimostrando di saper immaginare manifestazioni originali, intelligenti e perfettamente inserite nel dibattito contemporaneo.

Ne è un esempio il Festival del Lamento, in corso a Soveria Mannelli (CZ): fino al 4 agosto, giunto alla quarta edizione. Già il titolo è una dichiarazione d’intenti. Quest’anno il filo conduttore è “Al peggio non c’è mai fine”, una provocazione ironica che prende in prestito una delle espressioni più ricorrenti del linguaggio quotidiano per trasformarla in occasione di riflessione.

L’idea, nata da un gruppo di giovani del territorio, è tanto semplice quanto brillante: se lamentarsi è uno dei comportamenti più universali dell’essere umano, perché non farne l’oggetto di un festival? Il risultato è un programma che alterna incontri, lectio magistralis, dialoghi e momenti di spettacolo, affrontando il tema con leggerezza ma senza superficialità. Il lamento diventa così uno strumento per parlare di società, politica, relazioni, fragilità e persino speranza.

Tra gli ospiti di questa edizione figurano la storica Giovanna De Sensi Sestito, il giornalista Filippo Ceccarelli e l’antropologo Vito Teti, nomi che testimoniano la qualità scientifica e culturale della manifestazione.

La forza del Festival del Lamento è quella dei migliori eventi culturali italiani: partire da un tema apparentemente marginale per raccontare qualcosa di molto più grande. In questo caso, la tendenza umana a trasformare le inquietudini private in un racconto collettivo. Perché lamentarsi, in fondo, significa anche cercare ascolto, condividere un disagio, costruire una comunità.

È un’idea che ricorda i grandi festival tematici nati negli ultimi decenni in Italia, capaci di costruire la propria identità intorno a un concetto preciso e riconoscibile. La differenza è che qui tutto questo accade in un piccolo centro della Calabria, lontano dai grandi capoluoghi e dai tradizionali itinerari del turismo culturale.

E questa è la soddisfazione maggiore. Per troppo tempo la narrazione della Calabria si è concentrata sulle sue emergenze o sulle sue bellezze naturali. Molto meno spazio è stato dedicato alla capacità di produrre cultura contemporanea, di sperimentare linguaggi nuovi, di creare occasioni di confronto che nulla hanno da invidiare a quelle organizzate altrove.

Soveria Mannelli dimostra che anche un borgo può diventare un laboratorio di idee. Non servono metropoli né grandi budget quando esistono una visione, una comunità che ci crede e la volontà di trasformare un’intuizione in un appuntamento atteso.

Il Festival del Lamento racconta una Calabria diversa: intelligente, colta, autoironica e capace di guardare a sé stessa senza retorica. Una regione stanca di essere raccontata per compassione o per eccezionalità, che preferisce essere riconosciuta per quello che produce.

L’evento di Soveria Mannelli testimonia che la cultura non nasce soltanto nei luoghi che siamo abituati a considerare centrali. A volte prende forma in un paese di montagna, dove ad agosto, nel tardo pomeriggio, si indossa già un maglioncino e dove un gruppo di ragazzi ha avuto il coraggio di trasformare il lamento in un’occasione per pensare, sorridere e stare insieme.

 

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