Incontriamo l’ing. Paolo Scifoni al Circolo Ufficiali della Marina Militare di Venezia. Lui, ex ufficiale della MM – si congedò col grado di Capitano di fregata del Genio Navale – attualmente è titolare di uno studio di ingegneria che si occupa principalmente di assistenza tecnica esperta in contenziosi aventi per oggetto sinistri marittimi, incidenti navali, problematiche di condotta nave, ingegneria navale. Svolge prevalentemente il ruolo di CTP (Consulente Tecnico di Parte). Ha operato ed opera tuttora in cause penali e civili collegate ad eventi che hanno avuto ampia risonanza sui media, come il naufragio di Cutro del 2023.
È ottobre.
Lo stesso mese in cui 455 anni fa, il 7 ottobre 1571, si svolse la battaglia di Lepanto. Lo scontro fu durissimo e incerto fino all’ultimo. Infine la Lega Santa vinse e stabilì il controllo del Mediterraneo per lungo tempo.
Fu una vittoria dal grande valore simbolico e non solo. 42 anni prima, nel 1529, gli Ottomani guidati da Solimano il Magnifico erano arrivati alle porte di Vienna. La cristianità tutta si sentiva vulnerabile, minacciata di sottomissione all’Islam. Vienna non era capitolata, ma le incursioni e le scorrerie ottomane non finirono; si spostarono sul Mediterraneo. Al punto che papa Pio V, a maggio del ’71, convocò a Roma i leader cristiani d’Europa chiedendo loro di unirsi in Lega Santa. Vi aderirono, oltre allo Stato Pontificio, la Repubblica di Venezia, la Spagna, la cui corona comprendeva anche il Regno di Napoli, quello di Sicilia e quello di Sardegna, e in posizione più defilata la Repubblica di Genova, l’Ordine di Malta, il Granducato di Toscana, i Ducati di Savoia, Urbino, Ferrara, Mantova e Parma, e la Repubblica di Lucca. Gli Asburgo d’Austria se ne tennero fuori; avevano sottoscritto una tregua con Costantinopoli e preferirono non violarla. Ma a capo della flotta della Lega Santa ci fu proprio il giovanissimo Don Giovanni d’Austria, 24enne, principe di casa Asburgo, figlio naturale dell’Imperatore Carlo V e fratellastro di Filippo II di Spagna.
Oggi, a Venezia, nei pressi del Circolo Ufficiali della Marina, sul lato esterno delle mura, verso il ponte che conduce all’ingresso monumentale dell’Arsenale si può notare l’iscrizione MEMENTO VICTORIAE MDLXXI.
Cominciamo da qui, ripensando a Lepanto. Allora, ingegnere, mutatis mutandis stiamo ancora lì? Il Mediterraneo è ancora campo di scontro tra Oriente e Occidente?
Senza indulgere a facili analogie, le affinità geopolitiche sono evidenti, pur se il contesto è diverso. Oggi noi euromeridionali, italiani in particolare, dipendiamo da Suez. La centralità dei porti italiani è subordinata alla piena transitabilità del Canale e dello stretto di Bab el-Mandeb, in pratica alla libera navigazione del Mar Rosso. Ora, con le incursioni degli Houti nello Stretto i costi del trasporto merci via Mar Rosso stanno diventando proibitivi. Le compagnie di assicurazione si fanno pagare cifre enormi, ed è anche comprensibile per i rischi che corrono. Se però aumentano rischi e costi assicurativi, gli armatori preferiscono circumnavigare l’Africa verso i grandi porti del Nord Europa, per esempio Amburgo. Di conseguenza il ruolo geo-economico del Mediterraneo si sta svuotando. E con esso quello dell’Italia.
In questo scenario, quale ruolo svolge la Russia di Putin? Da sempre la Russia cerca di penetrare nel Mediterraneo. Negli ultimi anni gli analisti militari segnalano una sua incrementata attività navale. È finalizzata solo a crearsi dei corridoi commerciali a seguito delle sanzioni euroccidentali, o sono manovre finalizzate a minacciare direttamente l’Europa sul fianco Sud della Nato?
Tenga conto che l’Europa, con tutti i suoi limiti, rimane un’area economica di grande rilievo per consumi e welfare. E oggi, che mostra evidenti vulnerabilità strategiche, accentuate dall’imprevedibilità delle politiche statunitensi, appare ‘appetibile’. Per parte sua la Russia, a seguito della perdita della base di Tartus in Siria e della vulnerabilità nel Mar Nero/Crimea, cerca nuovi sbocchi e basi nel Mediterraneo, puntando su accordi e insediamenti in Libia e a intese con la Turchia. Le tensioni già ci sono, l’accordo di delimitazione delle ZEE tra Turchia e Libia genera frizioni con Grecia, Cipro, Italia e Paesi del Nord Africa.
L’imprevedibilità degli USA di Trump, dice Lei. A me sembra anche di più, il proditorio tentativo del POTUS di svendere la difesa dell’Europa in cambio del distacco della Russia dalla Cina. Ingegnere, parliamo di armi: noi europei, più esattamente noi italiani, disponiamo delle armi indispensabili per difenderci in caso di attacchi?
La nostra difesa ad oggi soffre di una forte dipendenza strategica dagli Stati Uniti. I caccia F-35, ad esempio, sono i migliori velivoli da combattimento oggi disponibili nel mondo. Noi europei ne abbiamo acquistati alcuni, ma essi sono legati a sistemi software americani. Senza, pèrdono efficacia operativa. Vale per tutti i Paesi della NATO, compresa la Turchia. Nel Mediterraneo l’unica eccezione è Israele, che ha integrato i suoi sistemi proprietari per mantenerne la piena sovranità operativa. Quanto alle infrastrutture satellitari, dipendiamo da Starlink di Elon Musk, un privato. In Ucraina e in Medio Oriente è palese il ruolo critico di fornitori privati nelle telecomunicazioni satellitari. La regolazione dei flussi dati mette in evidenza i rischi di adottare reti gestite da operatori terzi non vincolati da trattati istituzionali.
Cosa possiamo fare per far fronte a tali criticità?
Una difesa esclusivamente nazionale non è sostenibile. Serve un modello integrato a livello europeo e NATO, pur con i dubbi politici legati all’amministrazione statunitense guidata da Trump. La nostra carenza principale è nella difesa terra/aria. L’impiego dei sistemi missilistici SAMP/T, uno sviluppo italo-francese, in Ucraina e Medio Oriente si è rivelato performante quanto a qualità. Ciononostante, il punto debole è la quantità insufficiente in caso di attacchi di massa di droni: sciami di centinaia/migliaia di droni e missili che ti piovono addosso simultaneamente; compresi droni esca, che si offrono come bersagli e fanno consumare le munizioni disponibili, superando la capacità difensiva delle poche batterie schierate. Il problema primario per Italia ed Europa non è la sofisticazione dei mezzi, ma l’insufficienza di sistemi di early warning e la scarsità di riserve missilistiche.
Siamo nel Mediterraneo, l’efficienza della Marina Militare è decisiva per la nostra difesa, l’intercettazione di minacce a lungo raggio al largo delle coste spetta prevalentemente a essa. È attrezzata all’uopo?
Dall’ammodernamento avviato alla fine degli anni ’70, con i vari delle fregate Lupo e Maestrale, e poi con la costruzione della prima nostra portaerei – il Garibaldi: prima unità COGAG, tutto-gas, per noi – fino ai progetti FREMM italo-francesi, la nostra flotta ha raggiunto livelli di eccellenza tecnica e ingegneristica in Europa, con ridondanza di impianti e capacità delle nostre navi di continuare a combattere anche dopo aver incassato colpi. Che è una prerogativa importantissima. Quanto a innovazione tecnologica, in quel settore, siamo avanti anche agli USA. I quali però compensano l’impostazione talvolta più rustica delle loro navi con numeri per noi ineguagliabili, con la deterrenza subacquea nucleare e con i gruppi da battaglia incentrati su portaerei. Anche la Cina dispone di un numero complessivo di navi da guerra superiore addirittura agli USA e mantiene ritmi produttivi elevati. Le loro unità montano un numero ampiamente superiore di celle di lancio verticale (VLS) rispetto alle navi occidentali. Quanto alla capacità della Marina di intercettare le minacce a lungo raggio già lontano dalle nostre coste, la limitata disponibilità di celle VLS e la scarsità di munizionamento di scorta rischiano di esaurire le capacità difensive in pochi minuti di scontro.
Le minacce afferiscono anche alla rete di oleodotti, gasdotti e cavidotti subacquei attraverso i quali ci arrivano fonti energetiche e flussi di dati per noi essenziali. Siamo in grado di difenderli? Esercitiamo il dominio subacqueo nel Mediterraneo? Pare che sottacqua circolino numerosi sommergibili russi. Sono in grado di interrompere i nostri approvvigionamenti?
I sottomarini russi presenti nel Mediterraneo risultano costantemente monitorati e tracciati dai dispositivi alleati. Sotto questo rispetto credo che siamo in grado di prevenire la minaccia. Ma si sta profilando un nuovo rischio al quale siamo esposti. Droni subacquei autonomi, inclusi vettori strategici di grandi dimensioni a capacità nucleare, stanno circolando nei nostri fondali. La criticità principale sono i droni ‘dormienti’ pre-posizionati e programmati per attivarsi con impulsi scaglionati nel tempo, operando senza emissioni o scambi dati rilevabili. Credo che avremmo bisogno, noi per primi, come responsabili del fronte sud marino dell’alleanza occidentale-europea, di un numero ben maggiore di assetti sottomarini (del genere degli U212 NFS), per mantenere il controllo e la protezione di infrastrutture strategiche come i cavi per fibre ottiche ed i gasdotti su cui basiamo il funzionamento delle nostre imprese ed il nostro benessere e capacità di comunicare. Anche qui finiamo per evidenziare eccellenti tecnologie, ma numeri troppo scarsi per far fronte alla minaccia concreta e reale.
