Home In evidenza Serbia, Brasile e Israele a sette giorni dal MidTerm

Serbia, Brasile e Israele a sette giorni dal MidTerm

Le ripercussioni nella sede dell’impero

by Luigi Gravagnuolo
0 comments

 

L’Unione Europea è come la salute. Finché ce l’abbiamo ci pare cosa scontata, quando non la denigriamo. Chi però non ce l’ha, la desidera intensamente. Gliene basterebbe anche un pochino. E già, l’UE è per molti popoli che vivono ai suoi confini sinonimo di libertà, di pace, di benessere, di corruzione contenuta entro limiti circoscritti e perseguita da magistrati indipendenti. Di stato di diritto. Appare desiderabile a chi vive in paesi senza libertà, perciò per i despoti e autocrati che spadroneggiano nel mondo il desiderio di essa è la minaccia più grande. Ne temono il contagio.

È così che si spiega lo straordinario, incredibile successo delle liste degli studenti serbi che hanno surclassato nelle urne quella del presidente in carica Aleksandar Vučić. Successo incredibile perché a tutti gli osservatori, non solo a noi che guardiamo le cose da lontano, anche agli specialisti dei Balcani, appariva inverosimile che un sistema di potere così capillare e duraturo quale quello di Belgrado potesse subire una tanto cocente umiliazione. La differenza l’ha fatta il desiderio della libertà e dell’Unione Europea, che di essa in Europa e nel Mondo è custode e modello. Quella stessa UE invisa a tanti tra noi che pur ne godono i vantaggi.

Brasilia. Vučić è – era? – al potere da dodici anni, in Brasile Lula lo è da venti. Nel suo caso non ci sono dubbi, al potere ci era e ci è. Ha ribaltato tutte le aspettative vincendo il ballottaggio col trumpiano Flavio Bolsonaro. Per la prima volta nella storia del Brasile ha vinto chi era arrivato secondo al primo turno. È stato spregiudicato Lula a promettere di tutto di più agli elettori: aumento del reddito di cittadinanza, via le accise della benzina, bus gratuiti per tutti nei weekend, raddoppio dei sussidi per gli studenti delle scuole pubbliche. Non solo promesse alla Peron però. Tra il primo e il secondo turno si è avvalso della gestione creativa della comunicazione da parte del giovane suo deputato André Janones, che tra algoritmi e social si è destreggiato molto meglio delle teste d’uovo trumpiane.

Tel Aviv. Quando si è votato, in Israele era il giorno 16 del mese Keshvan dell’anno 5787, l’altro ieri per noi. Anche lì si è votato a favore o contro un altro dinosauro della politica, Bibi Netanyahu, da vent’anni al potere. È andata secondo previsioni, Bibi N. l’ha spuntata sul campo politico avversario, ma non è riuscito ottenere per la sua coalizione i 61 seggi necessari per poter governare solo con essa. Si è fermato a 58 seggi della Knesset, gliene mancano tre.

Il sistema elettorale d’Israele è proporzionale puro e lo scenario politico parlamentare è molto frammentato, con gruppi piccoli e piccolissimi che possono determinare i giochi di palazzo. Non entriamo nei dettagli per non annoiarvi, ma Netanyahu non ha alcuna intenzione di farsi da parte e ha i margini per resistere. Oltretutto se lasciasse il suo attuale ruolo politico di Capo del Governo, sarebbe immediatamente processato per le sue vecchie pendenze giudiziarie. In Israele la legge concede l’immunità ai capi di governo durante il loro mandato. Non così per i ministri o i parlamentari. Il giorno stesso in cui Bibi dovesse non essere più capo del governo sarebbe passibile di arresto, comunque di processo. Ora pare – queste le voci che arrivano – che con la mediazione di Trump si stia tentando una soluzione di compromesso. Herzog, Presidente di Israele, l’unico che ne ha la potestà, grazierebbe Netanyahu in cambio della sua disponibilità a partecipare a un governo di unità nazionale nella qualità di ministro. Vedremo.

Dato comune alle tre elezioni è stata l’affluenza alle urne. In controtendenza rispetto agli ultimi decenni, caratterizzati ovunque da tassi di astensione altissimi, in Brasile, Serbia e Israele ha votato oltre il 70% degli aventi diritto. In Brasile addirittura al secondo turno l’80%. Più che al primo turno, cosa mai vista prima nella storia recente delle democrazie parlamentari. A nostro avviso il ritorno alle urne si spiega principalmente con la crisi della globalizzazione. Durante il suo culmine la democrazia sembrava svuotata, le decisioni venivano prese nei circoli del potere globale, i cittadini contavano poco più del due di briscola. E loro, i cittadini, se non lo sapevano, lo intuivano e neanche si recavano più alle urne. Ma c’era la pace.

Col ritorno dei sovranismi nazionali sono tornate le guerre, ma i cittadini contano. E votano. Ci torneremo.

Martedì prossimo sarà la volta del MidTerm negli USA. Queste tre votazioni – diciamo di Brasile, Serbia e Israele – avranno ripercussioni anche nella sede dell’impero.

Il Brasile rappresenta un cocente scacco per il POTUS. Tutta la sua azione mira a fare degli USA il padrone assoluto dell’Emisfero Occidentale. Ma sta incontrando più difficoltà di quante non ne immaginasse. Il Canada lo ha respinto con fermezza, persino la piccola Groenlandia non vuole saperne di essere assoggettata all’impero trumpiano. Aveva ottenuto un gran successo in Argentina con Milei e in Venezuela con la gangsteristica cattura di Maduro e con l’impossessamento del petrolio di Caracas. Ma il Brasile è la vera potenza del Sud America. Potenza militare, politica e diplomatica. Dopo il primo turno al tycoon era sembrata fatta e già sbandierava lo scalpo di Lula nei comizi. Aveva sottovalutato l’orgoglio carioca. È stata proprio la sua odiosa tracotanza a far resuscitare Lula. Il sogno dell’Impero trumpiano d’Occidente ha subito una tremenda mazzata.

Vuole poi, d’intesa con Putin, dividere e distruggere l’UE. Ma la Serbia, tradizionale avamposto russo nei Balcani, ha detto no a Putin e a lui.

In Israele gli è andata meglio dei pronostici. Ma attenzione, Bibi non ha vinto. Semplicemente non ha perso, che è altra cosa.

Di qui a martedì, dunque, Donald Trump potrà vantare ben pochi successi agli occhi di un elettorato già di per sé infastidito dalle sue pagliacciate. Gli sarà difficile replicare la doppia maggioranza al Congresso e al Senato che gli ha consentito margini di manovra rilevanti negli ultimi due anni. E se non l’avrà, sarà costretto con le buone o con le brutte a trattare con gli odiati dem.

Anche Lula avrà gli stessi problemi in Brasile; il Parlamento gli è già in maggioranza ostile. E in Serbia gli studenti si trovano di fronte a uno scenario che forse neanche loro avevano previsto. Sono senza leader e consapevoli che a tirare troppo la corda contro Putin e Xi si rischia la guerra. A Tel Aviv infine il premier, chiunque sarà, dovrà fare i conti con una Knesset indocile e per la prima volta con una componente araba consistente.

Vuoi vedere che alla fine di questo giro elettorale caratterizzato in tutti gli Stati dove si è votato da Orazi e Curiazi, tornerà l’arte della politica? si creeranno cioè opportunità e compromessi con effetto sedativo sugli animi infiammati dei popoli e dei loro leader?

 

Leave a Comment